YOU: Se non appari non esisti. Ma quali rischi può comportare questo narcisismo mediatico?

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You la serie tv Netflix tratta dall’omonimo romanzo di Caroline Kepnes ha scatenato in me e nelle persone con cui mi sono confrontata, una serie di timori e paturnie, che in genere cerchiamo di tenere sopite.
Il personaggio di Joe, il protagonista di You, è uno stalker che mostra immediatamente la natura patologica dei propri pensieri.
Le vicende di You iniziano con l’entrata di Bek , un’aspirante scrittrice, nella libreria diretta da Joe.
Bek, provocante quanto basta, attira l’ossessiva attenzione di Joe, che quando inserisce il nome della ragazza su Google, gli sia apre un mondo, il mondo di Bek.
La ragazza ha infatti un disturbo narcisistico di personalità e mostra sui social compulsivamente e ossessivamente tutto ciò che fa, pensa o desidera.
Prendete una persona con tendenze da stalker e un’altra con un disturbo narcisistico e la bomba è pronta per esplodere.
Lui segue lei che si mostra al mondo; lui è ossessionato dall’immagine di lei.
Joe inizia a cercare sempre più informazioni su Bek e sulle persone che la circondano. Dai particolari presenti nelle foto su Instagram e sui post di Facebook, Joe riesce a ricostruire molti aspetti della vita di Bek, perfino il suo indirizzo.
Chi meglio di Joe, che ha ben intuito la personalità della ragazza, riesce a plasmarsi e interpretare i desideri di Bek da cui è ossessionato e che gli regala particolari intimi della sua vita su un piatto d’argento grazie ai post social?
Joe si cala perfettamente nel ruolo del bravo ragazzo pronto a salvare Bek da questa sua voglia di mostrarsi e apparire dettata dalla paura di non essere accettata, e dalle sue insicurezze.
Joe sulla strada per la conquista incontrerà degli ostacoli che eliminerà prontamente

You non solo mostra quanto l’apparenza inganna, ma anche quanto la fiducia può essere mal riposta.
You fa leva su tutte le paure che nascono al giorno d’oggi quando ci si sofferma a pensare quanto mostriamo di noi sui social e quanto qualcuno, di cui noi nemmeno immaginiamo l’esistenza, potrebbe convincersi di conoscerci. Per non parlare del timore di essere “guardati” in maniera ossessiva tramite i social, perché nella fase iniziale, è proprio il bisogno spasmodico di Bek di apparire che permette alla follia di Joe di fare il suo corso.

You ci mostra che potenzialmente tutti noi possiamo essere oggetto di ossessione e che questo strumento a volte pericoloso che sono i social, usato in maniera sbagliata rischia di alimentare determinate ossessioni, in un senso e nell’altro.
Un tempo molti di noi avevano un diario segreto e tutti i nostri pensieri intimi rimanevano tali… segreti.

Tutto è andato così fino all’ avvento di facebook.

Da quel giorno i concetti di privacy e intimità si sono capovolti.
Pensieri e parole più o meno felici iniziano a piovere sul web. Opinioni, giudizi, speranze, aspettative e qualche volta addirittura preghiere di ognuno, tutt’ ad un tratto, sono lì in bella mostra alla mercé di chiunque, e l’intimità e la privacy volano via per sempre insieme al caro vecchio diario segreto.
Tutt’ a un tratto si diffonde l’idea che ciò che non viene mostrato non esiste.
Mi chiedo quale sia stato il momento esatto in cui abbiamo rinunciato a mettere un lucchetto ai nostri pensieri più intimi e abbiamo deciso che dovevamo a tutti i costi apparire… rinunciando ad essere.
Qual è stato esattamente il momento in cui l’emozione ci è sfuggita dalle mani e si è trasformata nella quinta essenza del narcisismo?
I social sono spesso lo specchio d’acqua di Narciso. Ma fate attenzione… ricordate che Narciso nel suo specchio ci è annegato.
A volte mantenere del riserbo sulla nostra vita personale può salvarci da situazioni pericolose.

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Una passione tutta Curvy!

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Il termine inglese Curvy (avere le curve, curvilinea) in verità è molto più recente di quanto si possa pensare. Mentre prima, specialmente nel mondo della moda, le modelle o fotomodelle dalla taglia 44 in su venivano etichettate come modelle per taglie forti ora il termine curvy è il più utilizzato. Ma perché questo cambiamento? Qual è il vero motivo? Si potrebbe pensare che ciò dipenda dal fatto che la parola curvy sia molto più carina, quasi gentile e raffinata, rispetto a taglia forte, ma in verità il motivo non è questo. In verità, negli ultimi dieci anni, il mondo della moda si è evoluto in maniera esponenziale, sono nati e cresciuti brand favolosi che si occupano di taglie dalla 44 in su con modelli di abiti dalle fantasie più svariate che, a differenza di nascondere il corpo formoso di una donna, lo valorizzano. Valorizzano un seno prosperoso, un fondoschiena importante e imperfetto e fianchi prorompenti. Permettono di valorizzare un girovita non proprio piatto, non portando più a pensare che la donna curvy debba essere un tabù o debba rappresentare uno stile di vita sbagliato, perché non è così, ma di questo aspetto parlerò in un articolo dedicato.

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Ci sono modelle che sono diventate molto famose, sia in Italia che all’estero, per il loro corpo imperfetto nella propria perfezione, tra cui Elisa D’Ospina, Ashley Graham e molte altre ancora che conosceremo presto e che si battono da sempre per uno stile di vita sano, uno stile di vita sano che può essere assolutamente portato avanti con una passione tutta Curvy!

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La chiave Gaudì di Esteban Martin e Andreu Carranza

Una Barcellona magica, una giovane storica dell’arte, un matematico scettico, una setta segreta ed un ordine di cavalieri che risale ai tempi delle Crociate uniti alle architetture visionarie di Gaudì diventano la ricetta perfetta di un thriller: La Chiave Gaudì, scritto a quattro mani da Esteban Martin e Andreu Carranza. Diventato un caso editoriale in Spagna, il quotidiano spagnolo El Paìs ha parlato di “una trama in cui si gioca con gli spunti dell’architettura di Gaudì. Un thriller che ha il respiro del Codice Da Vinci.”

Il libro inizia insinuando nella mente del lettore il dubbio che la morte di Gaudì non sia stata naturale, ma che il grande architetto sia stato ucciso per mano di qualcuno che ha assolutamente la necessità di impedire un qualcosa che, per tutta la prima parte del libro, rimane oscura, ignota anche a Maria Givell e al suo fidanzato Miguel, coinvolti in una corsa contro il tempo. Cosa cercano gli uomini di questa setta? Disposti a qualsiasi atrocità per impedire che il destino si compia. Ma quale destino? Con lo scorrere delle pagine, il lettore comprende che sia la figura di Maria che quella di Miguel sono predestinate a compiere una profezia lunga più di duemila anni e, in loro soccorso, arrivano i Cavalieri Moria, la cui storia affonda le radici sin dai tempi dei Templari. Piano piano Maria, sconvolta per la morte del nonno, cresciuto sin da piccolo con Gaudì, inizia a mettere insieme i pezzi di un puzzle che all’inizio non sa assolutamente come cominciare. Un serie di indovinelli porteranno i protagonisti nella fervente religiosità di Gaudì, celata dietro le sue architetture: un mondo di simboli che affondano le radici nella tradizione e nell’esoterismo. Un racconto incalzante che tiene alta la tensione dall’inizio alla fine.

Personalmente credo che, La chiave Gaudì, sia un thriller appassionato, che svela al lettore come ai protagonisti cosa cercare con lo scorrere inesorabile del tempo; all’inizio tutto sembra avvolto nella nebbia, la confusione imperversa negli animi dei protagonisti e di coloro che li aiuteranno sacrificando le loro vite. È un thriller che, a differenza di molti altri, quasi fino alla fine non svela qual è l’oggetto che bisogna assolutamente trovare e lascia il lettore con l’ansia della scoperta, quando all’improvviso, come un bagliore, tutto diventa chiaro, accelerando ancora di più i tempi.

Gli autori creano un vero e proprio rompicapo, oggetti, parole, frasi ed indovinelli smuovono un nutrito gruppo di persone disposte a tutto pur di rintracciare l’oggetto nascosto e protetto per oltre duemila anni, un simbolo della cristianità che il maestro Gaudì ha custodito fino alla morte lasciandolo in eredità al nonno di Maria, Juan. Una Barcellona ricca di misteri fa da sfondo a questo thriller dinamico, una Barcellona esoterica che va al di là della nostra immaginazione. Un racconto che si muove attraverso varie epoche intrecciando personaggi e storie sempre diverse, un percorso che incontra molti ostacoli ma che resiste fino ai giorni nostri, quando la grande verità dovrà essere svelata attraverso i grandi dubbi della scienza e di un fervente spiritualismo unito ad un’incrollabile fede.

Nulla ha da invidiare ai thriller di Dan Brown o Glenn Cooper, bestsellers internazionali. La Chiave Gaudì, possiede tutto quello che un buon thriller deve avere: velocità, azione, conoscenza e mistero.

GIOIA CATIVA

In amore mai stare tranquille… anche se sei Irina Shayk

Come ogni anno l’ultima domenica di febbraio è il giorno in cui tutti gli occhi del mondo si fissano su Hollywood. La notte degli Oscar, quella dei sogni che diventano realtà, dei riscatti, ma anche delle sconfitte e dei cuori infranti.

In tutto il mondo si organizzano gruppi di ascolto, si ordina pizza e birra, si scommette su chi vincerà e si commentano – spesso al vetriolo – i look delle celebrità. Tutti spaparanzati sul divano a sognare di essere là.

E poi c’è chi, pure se con un posto in prima fila, non ha potuto passare la serata tranquilla: Irina Shayk. Eh già, perché per la modella russa oltre all’apprensione per le diverse candidature del suo compagno ha anche dovuto tenere d’occhio Lady Gaga.

Ci avete fatto caso? Di cosa si è parlato principalmente dopo che il sipario è calato sul Dolby Theatre di Los Angeles? Di Green Book miglior film? Del premio Oscar al bravissimo Rami Malek che ha sbaragliato la concorrenza, perché il suo Freddy Mercury rimarrà nella storia? Di Olivia Colman che ha sorpreso tutti, se stessa in primis con una vittoria inaspettata? Dei vestiti da cioccolatino che avevano quasi tutte le star?

No, niente di tutti questo. Se digitate Oscar 2019 su Google vi appariranno notizie soprattutto su Bradley Cooper e Lady Gaga. I protagonisti di A Star is Born hanno incantato tutti cantando la loro Shallow. A nessuno sono sfuggiti i loro sguardi d’intesa, specialmente quelli di lei.

Più di un tweet ha fatto notare come lei fosse cotta… ma anche lui pareva parecchio coinvolto. E allora, anche se ti chiami Irina Shayk, anche sei il volto – e il corpo – di marchi d’intimo famosi in tutti il mondo, anche se sei una delle donne più belle del pianeta è meglio che addrizzi le antenne.

Perché non importa che la tua rivale sia Lady Gaga, che non è proprio una bellezza da passerella. Se qualcuna insidia il tuo uomo, tu vigili e metti paletti. Ed ecco che secondo me non è un caso se la modella russa si sia messa proprio in mezzo a Bradley e Stefani.

Secondo me Irina lo sa che le donne di mezzo mondo sbavano per il suo uomo. Diciamoci la verità Bradley Cooper piace a tutte. Se alcune trovavano Brad Pitt un po’ scialbo, se altre non impazzivano per Johnny Depp, se non tutte si strappavano i capelli per George Clooney; Bradley ci mette tutte d’accordo.

Il mix letale tra colori irlandesi, sguardo malandrino italiano e corpo da statua greca fa impazzire le donne di tutto il mondo. In più Bradley è simpatico e alla mano. Come non capire Lady Gaga che per tutte le settimane delle riprese ha dovuto fingere di amarlo pazzamente con baci e scene di sesso annesse?

E siccome lo sappiamo, l’aspetto fisico non è tutto, bene ha fatto Irina a marcare stretto i due e a far capire chiaramente a tutto il mondo con chi sta Bradley. Anche perché dopo l’esperienza con Cristiano Ronaldo la Shayk non ha nessuna intenzione di fare il bis!

Per chiacchierare di gossip, ma soprattutto per altri consigli d’amore vi aspetto su MadeleineH.it

 

 

Siamo tutte Lady Gaga?

Tutte siamo Lady Gaga?

Da poche ore il sipario è calato al Dolby Theatre di Los Angeles, le luci si sono spente; gli Oscar sono stati consegnati e tutto continua ad andare avanti. Ma il mio cuore, no! No, il mio cuore s’è fermato durante il duetto al cardiopalma (sempre per rimanere in termini cardiologici) tra Lady Gaga e Bradley Cooper. Su molti social si parla e si commenta di questa incredibile performance che io aspettavo con ansia perché, sin dall’uscita del loro film A star is born, era palese anche ai cardellini di mia zia Francesca, che l’alchimia tra i due sfiorava i termini consentiti dalla legge!

Ma, partiamo dall’inizio: esce il film, inizia il tour promozionale e lo sguardo da gattona che Mrs Germanotta sfodera quando il suo collega e regista Bradley Cooper risponde ai giornalisti, non passa inosservato, anzi! Pettegolezzi sulla loro presunta relazione col passare dei mesi non fanno che aumentare, agevolando anche gli incassi al botteghino. I due non si risparmiano complimenti reciproci e Bradley arriva addirittura a condividere il palco di Gaga, durante uno dei suoi ultimi concerti in America. Lacrime d’emozione, lacrime di gioia, insomma, Gaga, quando sta accanto a Bradley sia davanti alla telecamera che a riprese terminate, non riesce a non manifestare quel tremore emotivo che prende solo in due casi: quando sali sulla bilancia il 27 Dicembre di ogni anno, oppure quando hai davanti l’uomo dei sogni in carne ed ossa; e Bradley è un gran bel pezzo di ragazzo, non possiamo negarlo, per molti può rappresentare il perfetto Principe Azzurro. Tra questi molti, c’è sicuramente anche Gaga!

A testimoniare il mio pensiero, l’ultima notizia gossippara che vede l’annullamento del matrimonio da sogno previsto a Venezia tra l’ugola d’oro di origini italiane e il suo manager. Anello al dito, partecipazioni inviate col corriere (che fa tanto radical chic in quel di Hollywood), Sir Elton avvisato per tempo, così da mettere da parte “due spiccetti” per fare il regalo! Tutto questo ora non è più nell’agenda fitta d’impegni della nota cantante: matrimonio cancellato, ennesimo “brillocco” messo nel portagioie in attesa di nuovi sospiri da dedicare al prossimo innamorato.

Ieri Bradley e Lady Gaga hanno dato il massimo, totalmente persi l’uno negli occhi dell’altra. Ogni nota un sospiro, ogni acuto uno sguardo. Si sono presi per mano e hanno deliziato la mia anima e l’intera platea del teatro, eseguendo il brano vincitore della statuetta. In prima fila, con un sorriso glaciale la moglie di Bradley Cooper, Irina “la Brutta”; e se avete gustato tutta la performance, non vi sarà sfuggito che seduta in prima fila a tenerli lontani c’era proprio la Sciura Irina, con un sorriso stampato a trentadue denti, talmente tanto ingessata da riuscire a non mordere il braccio di Gaga mentre quest’ultima arpionava quello del consorte, un secondo prima di salire sul palco e far tremare i cuori degli spettatori.

Scherzi a parte, non so voi, ma io in quel preciso momento avrei voluto essere Gaga, e non per il vestito nero e i gioielli, ma per vivere l’emozione che le faceva ballare il diamante al collo… e quell’emozione la puoi provare solo se ti parte dal cuore… e il cuore era a pochi centimetri da quella enorme pietra preziosa custode incosapevole, del segreto che si porta dietro Gaga da tempo, e che ci fa sognare. Il segreto che alimenta il gossip, che traspare dai suoi occhi e che forse il tempo ci svelerà…

Mirtilla Amelia Malcontenta

The Oscar’s Night: tutto quello che non sapevamo

È il tappeto rosso più ambito dell’anno, c’è solo chi conta, tutti vogliono la statuetta dorata, ma pochi se la portano a casa.

Ma siamo sicuri di sapere tutto, ma proprio tutto della notte degli Oscar?

Forse queste venti cose vi mancavano:

  1. La statuetta: è alta 35 centimetri e pesa 3 chili e mezzo, ma non è d’oro. No. È di bronzo laccata in oro e il suo valore “commerciale” si aggira sui 300 dollari. Inoltre sulla statuetta l’etichetta con il nome del vincitore viene attaccata dopo l’annuncio, questo vuol dire che per ogni categoria ci sono etichette con tutti i nomi dei candidati, questo per garantire l’assoluta neutralità del voto.
  2. Budget: la cerimonia degli Oscar ha un costo che si aggira sui 44 milioni di dollari.
  3. L’annuncio: “And the winner is…” è la formula più conosciuta per annunciare il vincitore, ma in realtà è stata abbandonata. Dal 1989 si usa “And the Oscar goes to…”, pare per non far sentire troppo perdente che non vince.
  4. Goodie bags: se dovessimo usare uno sponsor da luna-park, si potrebbe dire che “Agli Oscar si vince sempre”. Infatti, a tutti i candidati nelle categorie di concorso viene donata una borsa di cortesia dal valore di 100.000 dollari contenente voucher per vacanze extralusso (nel 2018 c’era un viaggio di 12 notti in Tanzania del valore di 5’800 dollari a persona), ville in affitto, week-end in super spa, trattamenti beauty esclusivi e gioielli. Niente male come premio di consolazione, no?
  5. Rinfresco: non vorremo fare morire di fame e di sete le star?! 1400 è il numero delle bottiglie di champagne stappato alla serata 2018; 13,6 i chili di oro commestibile servito alla cena di gala; 800 le aragoste cucinate, 30 salmoni interi; 6000 le statuette di cioccolato a forma di Oscar per dessert. Che dire, una cena niente male!
  6. Organizzazione: gli Oscar sono un evento così mastodontico che per organizzarlo si inizia… dal giorno dopo. Esatto! Gli organizzatori inizieranno a pianificare la serata degli Oscar 2020 a partire dal 25 febbraio 2019. Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile, bellezza!
  7. Tempismo: se vuoi che il tuo film venga preso in considerazione dalla giuria degli Oscar, non potrai farlo uscire nelle sale cinematografiche a caso. C’è un periodo dell’anno preciso in cui i titoli che ambiscono a una nomination, vengono mandati in proiezione nei cinema: tra il Ringraziamento (fine di novembre) e Natale. Un film che esce troppo presto, rischia di farsi dimenticare dalla critica, troppo tardi, invece, rischia di trovare tutto esaurito.
  8. Ospiti: il Kodak Theatre che fa da venuealla cerimonia può ospitare fino a 3300 persone
  9. Giuria: è composta da oltre 7000 membri facenti parte di ogni categoria professionale del mondo dello spettacolo. Dopo l’annuncio delle nomination, i giurati hanno 7 giorni (quest’anno dal 12 al 19 febbraio) per votare i loro favoriti.
  10. Pubblicità: gli spazi pubblicitari durante la notte degli Oscar costano anche più di quelli del Superbowl. Se un’azienda vuole promuovere il suo prodotto con una pubblicità di 30 secondi durante gli Oscar, il prezzo ammonta a 2,6 milioni di dollari.
  11. Vestiti: l’abito più costoso indossato nella storia degli Oscar appartiene a Grace Kelly. Nel 1955 ha calcato il red carpetfasciata in un abito di seta color menta disegnato dalla mitica Edith Head che al tempo costò 4000 dollari. Oggi corrisponderebbe a circa 35000 dollari in valuta corrente.
  12. Benefit: per gli attori vincitori di un Oscar gli agenti chiedono alle produzioni cinematografiche di aumentare il loro compenso del 20% rispetto i film precedenti. Avere un attore premio Oscar nel cast è un vanto ma anche un costo.
  13. I riempisedia: guardando lo show si deve avere l’impressione che il teatro sia sempre pieno, quindi gli organizzatori, per evitare di inquadrare una sala sguarnita a causa di alcune celebrity ritardatarie, o che sono scappate in bagno o al bar, hanno dei riempisedia appositi (circa 300). Persone sconosciute, che non hanno nulla a che fare con gli Oscar, vestite e pettinate come superstar che hanno il compito di tenere occupate le poltrone in attesa che il legittimo proprietario prenda posto.
  14. Il bar: è a pagamento. Anche le superstar devono pagarsi da bere se vogliono un bicchiere di Martini. Il costo di un cocktail al bar del Kodak Theatre si aggira sui 14 dollari.
  15. I bagni: per essere sicuri che nessuno si perda una sillaba della serata, l’audio della premiazione si sente anche in bagno.
  16. I ringraziamenti: quando un attore vince la statuetta, segue il discorso di rito in cui ringrazia tutti quelli che lo hanno supportato. Questo discorso può sembrare lungo (soprattutto a chi non a vinto), ma in realtà hanno meno di un minuto a disposizione.
  17. La Green Room: una volta presa la propria statuetta e ringraziato Dio per la vittoria, il vincitore non se ne torna al posto. Viene scortato al Loews Hotel dove gli vengono scattate le foto ufficiali per la stampa, risponde alle interviste e poi finisce di seguire la cerimonia nella green room: un lounge esclusivo per i vincitori, che si godono l’evento coccolati con tutti gli onori in questo salotto lussuosissimo stile chalet di montagna, sponsorizzato dalla Rolex.
  18. Foto: agli Oscar sono presenti fino a 1000 operatori del settore fotografico per stare sicuri di coprire tutta la serata. Infatti vengono scattate più di 80.000 foto!
  19. After-party: molti degli ospiti, per il dopo-gala, sfoggiano un secondo outfit, più pratico e comodo.
  20. Lacrime: vincere un Oscar come migliore attrice protagonista, specie se in nomination c’è anche Meryl Streep, non è roba da tutti i giorni, ma Gwyneth Paltrow, nel 1999 è passata alla storia. Non solo per il suo magnifico abito rosa Ralph Lauren, ma anche per il crollo nervoso che l’ha ridotta in lacrime e singhiozzi al punto che del suo discorso di ringraziamento si è capito poco… o niente.

Laura Salimbeni, Extraordinary Coach

Il sorriso di Laura è solare e accogliente come il modo che usa per svolgere il suo lavoro e per stare insieme agli altri. Laura Salimbeni è una NLP trainer e coach, coordinatrice della Extraordinary Coaching School di Claudio Belotti. A differenza delle professioni regolamentate, quella del coach è priva di un Ordine professionale, pertanto non esistono allo stato dei requisiti minimi per il suo esercizio, ma nel caso di Laura, l’esperienza professionale e la formazione acquisita valgono più di qualsiasi iscrizione. Laura si è formata con i più importanti esperti mondiali in PNL, Richard Bandler, Robert Dilts, Stephen Gilligan e nella quotidianità del suo lavoro affianca sportivi professionisti, oltre a essere la mental trainer della Nazionale Italiana Pallavolo sorde. Se questo non bastasse possiamo fare alcuni nomi del suo portfolio clienti, come Privalia, Trenitalia, Air Berlin, Terranova. Laura, che cosa significa essere un Senior Extraordinary Coach? “Sul piano personale molto. Ho scoperto questa professione come cliente. In più, non sarei chi sono se Claudio Belotti non fosse parte del mio di viaggio. Lui è l’anima di Extraordinary e da lui ho imparato tanto. Insegniamo un metodo di cui ho sentito sulla pelle i benefici, che applico e vedo funzionare sui miei clienti. Partiamo dallo scopo, sempre: accompagniamo i nostri clienti in un percorso di profonda scoperta in cui, quello che si fa e che si ha, diventa la conseguenza di chi si è. Le Dinamiche a Spirale e il One Hand Coaching sono metodiche che, se usate bene, cambiano il modo di vivere e pensare. Essere un Senior Extraordinary Coach è sentire che svolgo una professione utile, un vettore che migliora la qualità della vita di chi incontro e accompagno”.

Oggi si fa un gran parlare di coaching, ma in Italia questa disciplina ha preso piede solo da pochi anni. Fu Timothy Gallwey nel 1974 che cominciò a parlare di coaching, accostando il business allo sport, con il libro The Inner Game of Tennis, che oggi ha superato il milione di copie vendute in tutto il mondo. Il coaching è una metodologia di sviluppo personale, una partnership attraverso cui il coach supporta il proprio cliente, coachee, nel raggiungimento di uno specifico obiettivo personale, risultato di una scelta ed espressione e realizzazione di se stesso.

Laura, qual è per te l’intimo significato di questa professione?

“Mi piace la parola intimo. C’è tanto di intimo nel processo di coaching. La professione del coach, quando è praticata nella sua vera essenza, porta al cliente consapevolezza, senso di autoefficacia, un metodo per pensare efficiente che lo facilita nell’agire in modo sostenibile per sé e per il sistema di riferimento. Un coach non è né uno psicologo né un amico né un motivatore. Un coach facilita individui o gruppi di individui a diventare la versione migliore di se stessi: versione che è già presente in loro, ma non è riuscita a manifestarsi in modo completo. Quindi, sì, il coaching è un percorso intimo, è un viaggio di scoperta della propria vera essenza e di come esprimerla in modo pieno e consapevole”.

Il coaching trova supporto anche nella Teoria dell’apprendimento costruttivo di Williams & Irwing, nella certezza che non esista un’unica realtà o meglio che noi non interagiamo con essa, ma con la rappresentazione che ci creiamo attraverso i sensi e i processi cognitivi. Nel coaching, presupposto della conoscenza è la consapevolezza di sé, delle proprie risorse e delle aree migliorabili. Consapevolezza che permetterà al coachee di focalizzare specifiche mete da raggiungere attraverso la definizione delle strategie più adeguate. Si tratta quindi di un percorso autorigenerativo che facilita un cambiamento trasversale, perché avviene su diversi livelli: individuale, professionale, relazionale, culturale, sociale e organizzativo. Nelle aziende questo strumento è ancora più importante se si pensa alla necessità di conciliare le caratteristiche dell’individuo con l’esigenza dell’organizzazione di ottenere performance più elevate.

Qual è la sfida più grande che ti sei trovata ad affrontare? E quale insegnamento porti con te?

“Avere il coraggio di essere pienamente me stessa. Il mio Coach dice che ognuno di noi ha dentro un drago, che, prima o poi, ti deve sconfiggere se vuoi diventare veramente te stesso. La mia sfida più grande è stata perdere con il mio drago. Ero una brava bambina prima di questa battaglia, di quelle che fanno la cosa giusta, sempre. Peccato che alle volte la cosa giusta per gli altri, non era la cosa giusta per me. Odiavo sbagliare. Mi stavo spegnendo e perdendo nei giochi di ruolo, nella routine quotidiana: c’è stato un momento in cui nello specchio riflettevo un’estranea. Poi ho capito che, quello che credevo gli altri volessero da me, era una mia fantasia, come lo sono i sogni, i desideri, le paure; ho imparato che anche l’errore è un maestro di vita e che non vale mai la pena tradire se stessi per un modello che non può essere assoluto. Insomma ho imparato a sbagliare e poi a fare una correzione, una nuova azione più sostenibile per me. Ma la sfida più grande deve ancora arrivare: credo sia così per tutti, perché si fa esperienza a ogni passo”.

Non c’è nulla di immutabile, tranne l’esigenza di cambiare. È con le parole di Eraclito che ringrazio Laura per essere stata con noi e saluto i lettori di Pink Magazine Italia. Arrivederci a presto.

Un amore diverso di Lella Di Marino

Ognuno di noi ha una concezione personale dell’ amore. L’amore è un sentimento profondo, dalla forza straordinaria, è una sensazione che ti fa volare libera verso la felicità. Nasce dalla voglia di donarsi a qualcuno per continuare il viaggio chiamato vita mano nella mano.

Un amore diverso, il romanzo di Lella Di Marino edito da Mondadori, è ispirato alla vita dello stilista Gianni Molaro. Lella Di Marino decide di fare diventare protagonista del suo libro Gianni Molaro, mentre guardava la puntata del programma televisivo Detto Fatto; colpita dal suo profondo sguardo decide di contattarlo riuscendo nel suo intento è nato un fantastico romanzo che parla della vita di un uomo che oggi ha fatto pace con i ricordi dell’infanzia per riabbracciare finalmente l’amore.

Noi non siamo solo quello che siamo stati, ma anche come gli altri ci hanno immaginato e va bene così! […]

Cit. Gianni Molaro.

Orfano di padre, Giovanni cresce nella solitudine e nel silenzio di un convento, affidato alle cure delle suore. Costrizione e abbandono sono per lungo tempo i suoi unici compagni di viaggio; la solitudine lo logora dentro e così, per combatterla, si abbandona al sogno e prega per poter acquistare la libertà e di diventare un grande stilista. La creatività nasce quasi sempre dai desideri insoddisfatti che sono la forza motrice della fantasia. Uscito dal collegio frequenta l’accademia della moda e poco più che ventenne apre il suo primo atelier.

L’autrice ha scritto questo libro con gran enfasi, le parole scorrono nella mente come se si guardasse un film. È un libro che consiglio di leggere tutto d’un fiato capace di regalare grandi emozioni.

 

L’ultima notte di Samantha Towle

Sono una donna in un mondo di uomini, perciò devo esserlo. Ho lavorato circondata da uomini abbastanza a lungo da sapere come farli stare al loro posto. Per me avere una relazione con un pilota non è contemplato.

Cosa c’è di meglio se non leggere un romanzo d’amore nella settimana di San Valentino? Uno sport romance che mi ha fatto innamorare totalmente del protagonista maschile.

Sono una discesa libera verso un cuore infranto.

Figlia di un pilota e di una modella, Andi è da sempre appassionata di macchine da corsa. Mentre sua madre avrebbe preferito che sua figlia seguisse le sue orme, il padre l’ha cresciuta tra le macchine di Formula 1.
Passano gli anni. Andi è diventata meccanico. È in viaggio per raggiungere l’Inghilterra, dopo anni di assenza, per iniziare il suo lavoro nella scuderia di Carrick Ryan.
Lui è il classico sportivo che sa di poter avere tutto e subito. È un vincente e ogni donna è preda del suo irresistibile fascino.
Quando scopre, però, che Andi è il suo meccanico rimane letteralmente senza parole, soprattutto perché una bella ragazza come lei potrebbe benissimo calcare le migliori passerelle. Ha quindi inizio la migliore delle sfide per il pilota di Formula 1.

Perdo ogni contatto che avevo con la terraferma, e fluttuo via verso le stelle, insieme al mio cuore. Mi protendo, appoggio la fronte contro la sua e chiudo gli occhi davanti alla forza dei miei sentimenti.

Ero convinta di leggere il classico romance dove lei è la damigella in pericolo e lui il principe, dal carattere scorbutico, pronto a salvarla. Sono contenta di dire, invece, che ho letto una bellissima storia d’amore fatta di veri sentimenti e molta passione.
I due protagonisti li ho trovati davvero perfetti l’uno per l’altra.
Andi, per il suo doloroso passato, è restia a intraprendere una relazione con un pilota. Sa cosa vuol dire vivere sempre con l’ansia che ogni gara possa essere l’ultima.
Carrick è un uomo che, fin da piccolo, ha fatto delle corse la sua vita. Ama divertirsi e non ha nessuna intenzione di avere una relazione seria e duratura con una donna.
L’incontro tra i due porta a una complicità tale da poter affrontare le paure di entrambi. Si completano.
All’inizio potrebbe sembrare il classico amore a prima vista, ma c’è di più. Le anime di Andi e Carrick erano destinate a incontrarsi. Le paure di entrambi vengono inevitabilmente fuori, ma solo affrontandole riusciranno a trovare il loro equilibrio come coppia.
Mi è dispiaciuto solo che l’autrice non abbia dato maggiore spazio ai pensieri di Carrick. È presente, solo a fine romanzo, un solo capitolo dal suo punto di vista.