Nel cuore della notte di Rebecca West

Dopo La famiglia Aubrey, Nel cuore della notte è il secondo capitolo della trilogia di Rebecca West, poliedrica autrice inglese che riesce a integrare perfettamente il romanzo squisitamente d’ambiente con le tematiche sociali più scottanti. Il garbo che la contraddistingue ma anche la sua ironia pungente e solida ne fanno una delle autrici più interessanti di tutti i tempi. La sua riscoperta, grazie a queste pregevoli edizioni di Fazi, è tra i pochi piaceri letterari degli ultimi anni.

È trascorso un po’ di tempo da quando abbiamo salutato la famiglia Aubrey. Le bambine non sono più tali: i corsetti e gli abiti si sono fatti più attillati, le acconciature più sofisticate; l’ozio delle giornate estive è solo un ricordo. Oggi le Aubrey sono giovani donne, e ognuna ha preso la sua strada: le gemelle Mary e Rose sono due pianiste affermate e vivono le difficoltà che comporta avere un talento straordinario. La sorella maggiore, Cordelia, ha abbandonato le velleità artistiche per sposarsi e accomodarsi nel ruolo di moglie convenzionale. La cugina Rosamund, affascinante più che mai, lavora come infermiera. La madre comincia piano piano a spegnersi, mentre il padre è sparito definitivamente. Poi c’è lui, il piccolo Richard Quin, che si è trasformato in un giovane seduttore brillante e, sempre più, adorato da tutti. La guerra, che piomberà sulla famiglia come una catastrofe annunciata, busserà anche alla sua porta, e sconvolgerà ogni cosa. Mentre l’Inghilterra intera è costretta a separarsi dai suoi uomini, l’universo delle Aubrey si fa sempre più esclusivamente femminile: gli uomini e l’amore rimangono un grande mistero, un terreno inesplorato da attraversare, pagine ancora tutte da scrivere che, forse, troveranno spazio nel prossimo volume di questa appassionante saga familiare.

Rebecca West tratteggia con cura i suoi personaggi, dona loro passione e vitalità; talvolta è spietata nelle descrizioni delle loro debolezze, che però ce li rendono umani, carichi di difetti e di pregi. In una parola: vivi. Una famiglia convenzionale e anticonvenezionale allo stesso tempo. E sono proprio queste contraddizioni a rendere la lettura del romanzo Nel cuore della notte avvolgente, scorrevole. Si chiude il romanzo con la sensazione di aver lasciato degli amici, lì, in quel salotto, intenti a bere il tè delle cinque. Ma si ha anche la sensazione di aver appreso più di una semplice storia, di aver afferrato la vita.

Tutto questo è Rebecca West.

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AltaRoma. The Corea Project

 

Undici collezioni, interamente progettate e realizzate dagli studenti, in cui è forte l’ispirazione che nasce dalle tradizioni coreane, ma anche ben presente la loro coscienza occidentale e il legame con il più profondo sentire di ognuno, i loro pensieri, la loro interiorità. Così nascono le creazioni degli studenti di Culture e tecnologie della moda dell’Accademia di Belle Arti di Roma per la sfilata Corea Project, che ha animato Alta Roma al Pratibus District.

 

 

Insieme ai giovani alunni, la stilista coreana Young Ae Lee ha presentato dieci abiti tradizionali e altri undici abiti reinterpretati in chiave moderna.

 

 

Gli abiti tradizionali coreani si chiamano Hanbok. Sono caratterizzati da linee e forme graziose che creano un’aura serena. L’Hanbok ha mantenuto le sue componenti di base per tutta la storia coreana da cinquemila anni, mentre le sue forme si sono evolute in vari modi in base allo stile di vita, alle condizioni sociali e al gusto estetico dei tempi. Il progetto è in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica di Corea, l’Istituto Culturale Coreano e l’Hanbok Advancement Center.

 

Un aperitivo con… Lucrezia Scali!

“Sono disordinata, mi annoio facilmente e sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli.”

Così si racconta Lucrezia Scali, una delle scrittrici di punta della Newton Compton, sul suo blog. E di stimoli lei ne ha sempre tanti e originali, basti pensare ai suoi best-seller, La distanza tra me e te, L’amore mi chiede di teTe lo dico sottovoce, Non chiedermi mai perché e, in versione ebook, Come ci frega l’amore.

Abbiamo invitato la nostra cara Lucrezia per un super APERI-PINK. Conosciamola meglio!

Com’è iniziato il tuo percorso editoriale?

Per prima cosa ci tengo a ringraziarvi per l’ospitalità. C’è sempre un momento della vita che ti mette alla prova, e a volte serve solo un po’ di coraggio o la persona giusta al tuo fianco per fare il passo. Almeno così è stato per me, ero rimasta a casa dal lavoro, insoddisfatta, demotivata per una serie di esperienze sbagliate, e una serie di romanzi iniziati dentro una cartella del computer. Avere più tempo libero mi ha dato la possibilità di riprendere in mano quei romanzi e lanciarmi in una nuova avventura. Non sono una persona paziente, anzi, io sono per tutto e subito, per questo motivo ho scelto di lasciar perdere il “classico” iter di inviare il romanzo alle agenzie letterarie o case editrici, e di seguire l’esempio di molte autrici self che avevo tra i contatti. Avere anche un blog mi ha aiutato a conoscere un po’ meglio questa possibilità e a confrontarmi con autrici che avevano intrapreso la strada dell’autopubblicazione. Così mi sono rimboccata le maniche e, dopo un lungo percorso di revisione del testo e cura della copertina, ho caricato il file nel web ed eccoci qua. Sono stata fortunata.

Sei un’acclamata scrittrice romance. Vogliamo però sapere qual è il tuo genere preferito.

Quando rispondo a questa domanda tutti si stupiscono, perché, sì, scrivo romance ma l’80% dei libri che leggo non rientrano in questo genere. Leggo di tutto, non mi spaventano le mode del momento o i romanzi di nicchia, non mi lascio influenzare dalle recensioni negative e da quelle troppo positive, perché ci devo sempre sbattere la testa. Il genere varia molto anche in base all’umore, se la mente è libera o piena di pensieri, ma in generale prediligo i thriller psicologici e la narrativa contemporanea.

Quale personaggio uscito dalla tua penna senti più vicino a te. Per quali ragioni?

Con l’uscita del mio ultimo romanzo non ho dubbi: Ottavia. Scrivere di lei, della sua storia, mi ha aiutato a esternare anche un po’ del mio dolore e “guarire” insieme a lei. Sarà sempre un personaggio a cui devo molto e che mi ha insegnato tanto, sembra strano da comprendere ma è così.

Puoi dare, invece, una dritta a un solo personaggio delle tue storie. Quale sceglieresti e perché?

Sceglierei Isabel del romanzo La distanza tra me e te per dirle che l’amore è imprevedibile e non segue sempre la ragione. Si può ignorare, certo, ma se una persona ti è entrata nel cuore sarà difficile dirle addio. Certi rimpianti sono capaci di divorarti dentro e impedirti di vivere una vita felice. A volte osare è l’unica risposta giusta, soprattutto quando cervello e cuore non trovano una tregua.

Quali sono gli ingredienti per scrivere un buon romance?

Scrivere un romance non è così semplice come sembra, perché segue schemi e regole ben precise che non puoi raggirare, ma sicuramente puoi fare del tuo meglio per garantire ai lettori colpi di scena inaspettati e protagonisti indimenticabili. Oserei dire che, tolti gli ingredienti “obbligatori”, quello più importante resta sempre l’emozione, regalare qualcosa di nuovo al lettore e trasmettere un messaggio.

Sperimenteresti mai un altro genere? Per esempio Noir, giallo…

Quanto mi piacerebbe. Prima o poi vorrei scrivere un bel thriller psicologico, di quelli che ti lasciano senza fiato e ricco di colpi di scena, ma per il momento non credo di essere pronta. O forse non ne sento ancora la necessità, ma mai dire mai.

Cosa ti piace e cosa non ti piace in un romanzo rosa?

È vero che un romanzo rosa deve seguire determinate regole, ma questo non giustifica la carenza di spessore dei personaggi, come se fossero vuoti, insignificanti e messi a caso nella narrazione, o raccontare una storia davvero troppo prevedibile. I lettori hanno bisogno di sognare, di immaginare, di lottare e soffrire insieme ai personaggi di carta, quindi un po’ di imprevedibilità non guasta mai. Sarà banale, ma quello che adoro è, appunto, la storia d’amore. Sarà che nella vita reale sono poco romantica, quindi mi piace addolcirmi scrivendo e leggendo storie a lieto fine.

Cosa rappresenta per te il mondo della scrittura? Raccontaci un po’ di Lucrezia.

Scrivo da sempre, da quando ne ho memoria. Da piccola riempivo pagine del mio diario segreto, poi sono passata a scrivere brevi racconti di fantasia, ho aperto un blog per parlare dei libri che leggevo e alla fine ho pensato di scriverne uno io. È il mio modo per evadere dalla realtà, per ritagliarmi uno spazio dove esisto solo io e i miei personaggi di fantasia, un momento che mi fa stare bene e mi regala emozioni. Non è sempre facile, soprattutto quando non riesci a trovare il tempo e la vita sembra soffocarti con i suoi imprevisti, ma per fortuna basta avere un quaderno a portata di mano per annotare quelle idee che arrivano all’improvviso. Marilyn Monroe cantava “i diamanti sono i migliori amici delle donne”, ma sarà davvero vero? Io preferisco di gran lunga circondarmi di libri.

Dolce e spumeggiante come un Bellini. Ecco il cocktail perfetto per la nostra Lucrezia, che dai suoi romanzi sembra essere una gran romanticona anche se poi, come lei stessa afferma, è una gran tosta!Il Bellini è un long drink italiano per eccellenza, a base di purea di pesca e vino bianco frizzante.

INGREDIENTI:

Prosecco

Polpa di Pesca

PREPARAZIONE:

Lavate e denocciolate una pesca. Inseritela nel mixer e frullate fino ad ottenere una polpa. Assicuratevi di filtrare il composto tramite un colino!

Versatelo, successivamente, nello shaker e aggiungete il vostro prosecco.

Mescolate il tutto con l’aiuto di uno stirrer (cucchiaio allungato per miscelare i cocktail) ed ecco il vostro Bellini! Da servire obbligatoriamente in un elegante flûte.

Io corro a gustarmi questo frizzantissimo cocktail in compagnia dell’ultimo romanzo di Lucrezia, Non chiedermi mai perché.

Chiara Rametta

 

Un cattivo ragazzo come te di L.A. Casey

UN CATTIVO RAGAZZO COME TE di L.A. Casey (Newton Compton)

L.A. Casey è tornata, e anche questa volta travolge e stravolge con questo ultimo romanzo. Non ci si stacca da questa storia, non ci si stanca di leggere e continuare fino all’ultima pagina perchè l’autrice edita in Italia da Newton Compton Editori è brava e si riconferma capace di stupire i propri lettori con un romanzo denso e accattivante.

Lane è fuggita dalla sua città natale, lasciandosi dietro porte sbattute, incomprensioni e silenzi perchè la sua famiglia non ha accettato la sua volontà di mollare tutto e cercare nuovo ossigeno a New York. Lontana anni luce da loro, ma soprattutto lontana con gli occhi e con la mente da Kane, l’amore dello sua vita; quel sentimento puro e incontaminato che s’incontra una sola volta, quello che lascia segni e cicatrici . L’uomo che ama con tutta se stessa da quando era poco più di una bambina. New York le regala l’effimera consistenza di un presente sempre sul confine tra il dolore e la consapevolezza di dover, prima o poi, far i conti con le proprie verità e il proprio passato.

La morte improvvisa del suo amato zio Harry, la costringe a tornare, impedendosi di proteggersi dal dolore attraverso la distanza oceanica e il silenzio. Il lutto profondo che colpisce Lane la riporta tra le braccia dei suoi fratelli, dei suoi parenti più prossimi… e poi, la riconduce dopo sei anni, a osservare gli occhi che sono lo specchio della sua anima, le restituiscono la voce che le ha scaldato il cuore, la riconducono a Kane Hunt. Il suo migliore amico, il suo primo unico amore. Il dolore, la lontananza e le vicissitudini accadute ai protagonisti di questa romantica storia, non impediranno al passato di spingere con forza per dare voce ai silenzi e asciugare lacrime troppo a lungo trattenute.

Il primo Amore può scalfirti il cuore fino a dargli una forma diversa? Può un’amicizia diventare un amore grande e immenso da essere vissuto sempre e per sempre? Io l’ho scoperto divorando questo romanzo, accompagnata dalla musica di Adele.

Mirtilla Amelia Malcontenta

I Mammoni

Per sei anni ho fatto la commessa in un negozio che vendeva svariati articoli, dall’abbigliamento alla cartoleria, persino giocattoli, passando per la biancheria intima. Questo mi ha sicuramente dato la possibilità di muovermi e di saper gestire tutte quelle richieste che ogni giorno mi si presentavano, anche quelle al limite del surreale. Quello che però ancora non mi spiego, o meglio quello che ancora mi sto domandando da sei lunghi anni senza trovare alcuna risposta ,– e questo mi fa pensare che oltre al dogma della Santissima Trinità si possa includere anche questo quesito – è cosa porti un comune essere umano dal quoziente intellettivo medio, a regredire allo stato neonatale una volta varcato l’ingresso di un negozio. Fatto sta che, all’improvviso, la povera commessa si ritrova in un surreale girone dantesco pieno di creature che scodinzolano nel locale alla ricerca di qualcosa e, non contenti, richiedono l’assistenza della poverina di turno che, ad un certo punto, preferirebbe soffrire le peggiori torture all’interno della Torre di Londra piuttosto che affrontare certi personaggi.

I mammoni sono la categoria più tenera di questa lunga carrellata di gruppi che ogni giorno testano la pazienza dei poveri commessi i quali, al limite della disperazione, invocano la mitologica pazienza di Giobbe. Il mammone o la mammona di turno è un soggetto subdolo, all’apparenza normalissimo- il classico cliente medio che entra, osserva, forse compra ed esce- ma che in realtà nasconde una natura nefasta che viene identificata quando ormai è troppo tardi e la commessa non sa più a quale santo rivolgersi ed inizia a pensare seriamente alla possibilità di chiedere un appuntamento all’amico psicologo, perché le farà uno sconto sulla costosissima seduta che altrimenti avrebbe quasi lo stesso valore di un paio di scarpe di Manolo Blahnik. Eppure dopo anni a contatto con la clientela dovremmo riconoscerlo lui, il mammone, colui che va in giro con il colletto della camicia che sembra essere stato ritagliato da una forma di cemento, tanto è l’appretto che la sua vetusta madre è ancora solita usare. O il gilet anni Settanta, realizzato in lana e con colori che non s’abbinano nemmeno con l’asfalto. E invece niente, questa è quella categoria che per chiunque rimane un mistero, non riesci a riconoscerla e nemmeno a contrastarla. Non esistono vie di fuga tanto che Daniele Bossari potrebbe girarci sopra una puntata di “Mistero”.

Ed è così che la commessa è costretta a tirare fuori tutto quello che ha elencando le caratteristiche, cercando le taglie anche nel magazzino stracolmo di roba, pieno zeppo come l’armadio di Rebecca Blomwood, l’eccentrica protagonista manibuche di “I love shopping” di Sophia Kinsella. La commessa ce la mette proprio tutta ma nulla può quando quell’essere curioso davanti a lei chiude la partita con la seguente frase «Guardi, la ringrazio, ma voglio prima chiedere un consiglio a mia madre. Posso fare delle foto ai capi?»

Ecco, questi sono i momenti in cui tu vorresti che un asteroide centrasse l’esatto punto dove il cliente è posizionato, che un ladro entrasse e prendesse lui come ostaggio, che sua madre lo chiamasse in quel preciso istante e lo diseredasse. Sarebbe fantastico ma si sa che la fortuna non ride ai poveracci. Il colpo di grazia ti arriva, però, quando ormai convinta che quella sia una razza esclusivamente maschile che avvalori l’universale teoria dell’italiano maschio attaccato alla gonnella della genitrice, ecco arrivare l’esemplare femminile.

Chiedere consiglio è importante, lo riconosco, a volte ci evita di fare scelte decisamente infelici ma non si può vedere uno o una che ha bisogno dell’ausilio della mamma per la taglia del boxer o del perizoma. Ogni volta che mi trovavo davanti ad una scena del genere il mio occhio iniziava un leggero tremolio, tipo un tic che, magicamente, è svanito quando ho smesso di essere una commessa. Quelli sono i momenti in cui ringrazio mentalmente mia madre per avermi lasciata libera ad una certa età di fare i miei acquisti in solitaria, senza intromettersi troppo, anche a costo di farmi arrestare per abbigliamento ed accostamento illegali. Chi di voi, essendo stato un infante tra gli anni ‘80 e ‘90, non ha qualche fotografia dove il gusto per la moda sembrava essersi suicidato? Bene. E’ per questo motivo che io sono sempre stata favorevole all’autogestione. In tutti i sensi.

Ma per far meglio comprendere questo tipo di cliente farò un paio di esempi. Realmente accaduti e così sarà per tutte le altre tipologie. Ripeto, tutti gli esempi che narrerò sono fatti realmente accaduti anche se vi sembreranno degli incontri ravvicinati del terzo tipo.

 

1)Cliente: «Buongiorno signorina, potrebbe aiutarmi? Dovrei acquistare una cintura da mettere sui jeans tutti i giorni. Qualcosa di informale ma non troppo sportivo.»

Io: «Certo! Qui abbiamo un vasto assortimento di modelli economici. Se cerca altro, anche a livello qualitativo, di là ho delle cinture di marca della Charro, Emporio Armani, Gianmarco Venturi.

E così, dopo una buona mezz’ora e dopo aver fatto vedere qualcosa come tipo 500 modelli di cinture dai mille colori e essermi avvolta come un salame stagionato intravedo, forse, un bagliore negli occhi del ragazzo. Forse ce l’abbiamo fatta. E invece no.

Cliente: «Guardi, sono indeciso e non vorrei sbagliare. Stasera chiedo a mia madre ed eventualmente ritorno domani. Arrivederci e grazie!»

Io: (nella mia mente) «Spero ti cadano i calzoni!»                                                                                               (nella realtà) «Ma si figuri. Alla prossima!»

 

2) Io: «Signorina posso aiutarla?»

Cliente: «Sì, sto cercando un paio di pantofole per l’inverno. Qualcosa di economico però.»             Ecco, speriamo di uscirne viva visto che la signora accanto a lei, sua madre, ha già iniziato a scartare non so quanti modelli appesi su 4 metri di parete. Pensate che siano tanti modelli? Certamente sì, ma non per il cliente. Per lui non è mai abbastanza. I modelli si susseguono uno ad uno, come soldatini cadono giù e restano a terra mentre il piedino fatato della fanciulla li calza mentre io mi ritrovo immersa tra una serie di animali fantastici e pelosi che rallegrano il design delle pantofole nelle più svariate rappresentazioni. Si passa dal gufo strabico alla giraffa con le guance rosse in stile Heidi fino ad arrivare ad un essere che sembra uno strano incrocio fra un tacchino ed un lama tibetano. Almeno credo.

Cliente: «Mamma, che ne pensi? Questa potrebbe andare bene?»

Potrebbe? È tipo un’ora che sono qui e anche se in realtà sono solo venti minuti a me sembrano un’eternità. La parete delle pantofole sembra sia stata sventrata da una granata con i pezzi che ora giacciono al suolo così come la mia speranza di riuscire a concludere la vendita nel giro di poco.

Cliente: «Allora mamma? Dai su dammi un aiuto. È una scelta difficile!»

Eh già, proprio una scelta difficile capire quale pantofola ti verrà voglia di lanciare la mattina al dolce suonar della sveglia mentre con un’espressione che sembra sapientemente rubata al conte Dracula, la suddetta pantofola diventata un oggetto radiocomandato, per sua sfortuna, si scontrerà contro la parete. Oppure verrà usata, perché noi italiani siamo creativi, come la versione moderna dell’ammazzamosche.

Madre: «Tesoro, dici questa qui rosa con inserti celesti? Non credo vada bene, aspetta che ripenso un attimo ai pigiami che hai.»

Cliente: «Dici che non si abbinano?»

Madre: «mmm…no! Hai un pigiama di un verde, né chiaro e né scuro. Poi ne hai uno rosso ma che è un po’ sbiadito ed un altro grigio con inserti rosa.»

Cliente: «Allora ci vanno bene queste pantofole qui.»

Madre: «Eh no…perchè gli inserti sono celesti, poi fai troppi colori e con gli altri pigiami lasciamo stare. Vero signorina? Glielo dica anche lei.»

La mia faccia è tutto un programma, un misto fra disperazione e rassegnazione. La signora cerca combinazioni cromatiche ottimali perché lei sì che sa vestire. Collant blu, gonna fucsia e cappotto nero con sciarpa color senape fanno di lei la cugina insperata di Donatella Versace, ardita nell’abbinare colori che, normalmente, fra loro si respingono per legge naturale.

Io: «Certo signora, anche se visto e considerato che il pigiama lo si mette solo la notte, azzarderei con queste pantofole.»

Cliente: «Mamma quindi dici di no?»

Madre: «No tesoro. Andiamo a casa e vediamo bene che pigiami hai e poi torniamo e facciamo l’abbinamento. Ok?»

Cliente: «Ok! Allora signorina magari ripassiamo. Grazie.»

E sono questi i momenti in cui nasce  un istinto omicida pari a quello di Jack Lo Squartatore, ma il fatto di non sapere dove poter nascondere i cadaveri diventa motivo di rassegnazione per me che ancora sto cercando di capire se la tizia usa le pantofole anche per uscire.

Premessa (al bestiario di una commessa)

Sin dalla sua creazione l’essere umano ha mostrato aspetti poco stabili dal punto di vista mentale. La tanto decantata “perfezione” umana è, per quanto mi riguarda, una lunga utopia pari solo al libro omonimo scritto dal buon Tommaso Moro o alle fantasiose “città ideali” che “brillanti uomini medievali” avevano immaginato, probabilmente di notte. Alla luce dei secoli, appare ben chiaro quanto l’uomo sia lontano da questa perfezione. Lui, un essere camaleontico dalla seducente bellezza che può, però, diventare un incubo senza pari per i suoi simili, facendo addirittura rimpiangere i canti mortali di Scilla e Cariddi.

La specie umana nel corso della sua storia ha dimostrato ingegno, creatività e brillante intuizione, è stata capace di gesta epiche come lo sbarco sulla luna, tanto per dirne una ma, si è resa anche protagonista di episodi di inaudita violenza dove le tanto celebrate qualità sopraelencate erano con molta probabilità “in ferie con data da destinarsi”. Il genio umano, ahimè, al giorno d’oggi sembra essersi dissolto insieme a tutta una serie di qualità per lasciare il passo alla pazzia in effetto domino. L’esaurimento e lo stress odierno mietono più vittime dell’Ebola e della febbre spagnola messe insieme dove l’unica cura potrebbe essere l’estinzione di tali soggetti. Sono anche certa che se oggi Erasmo da Rotterdam fosse ancora vivo, riscriverebbe una nuova edizione del suo “Elogio della Follia” mentre lacrime copiose bagnano le sue vesti demodé.

Ah, la mente umana, un mondo a colori da far invidia ai pittoreschi quadri di Bosch e capace, però, di trasformarsi nei peggiori incubi di Füssli nell’arco di un nanosecondo. Cervelli a cui andrebbe fatta la manutenzione annuale come si fa con le caldaie per evitare improvvisi cortocircuiti che trasformano l’essere umano in una sorta di pokemon il cui linguaggio necessita l’ausilio di un vocabolario multilingua. Eppure, secondo studi scientifici, il cervello umano è il fulcro di tutto il nostro corpo, abitato dalla materia grigia e dai neuroni che “passeggiano” al suo interno determinando le nostre funzioni. E’ per questo che mi piace pensare al nostro cervello “gestito” dal professore barbuto della celebre serie animata “Siamo fatti così”, il quale impartisce ordini ai neuroni – non so ancora però perché immaginati e disegnati come un curioso incrocio fra puffi e spermatozoi – i quali con uno scatto atletico che farebbe impallidire persino Usain Bolt percorrono in lungo ed in largo il corpo umano. Immaginiamolo il cervello come un vero e proprio laboratorio simile a quello disegnato dalla Disney Pixar nel film “Inside out”, pieno zeppo di lucine colorate e pulsanti. Ecco, credo che il funzionamento sia più o meno così, ma accompagnato da un libretto d’istruzione poiché non sempre sappiamo farlo funzionare. Ed è per questo che molti cervelli diventano “out of order”, cioè fuori uso, porte sbarrate o chiusure anticipate, dei veri e propri collassi. Neuroni che, in gallerie buie ed isolate gridano laconicamente “C’è nessuno?”, sfidando la simpatia della bollicina di sodio dell’acqua Lete non ricevendo, però, risposta alcuna, se non il proprio eco, forte e vibrante come quello che risuona dal cucuzzolo di una montagna.

Davanti a questi comportamenti assolutamente insensati, dove la logica e la ragione diventano mitologiche chimere, uomini dall’animo coraggioso decidono di sacrificare la loro vita a curare la follia degli altri e fanno la loro apparizione in candidi camici bianchi ed un aplomb che sfida quello di una farmacista con l’intramontabile dolcevita anche a ferragosto ed il capello cotonato che fa molto “Marilyn”. Diamo il benvenuto agli psichiatri. Chi non conosce Sigmund Freud, colui che ha avuto l’ardire di provare a sondare l’animo umano e la sua mente in modo strabiliante, contribuendo in modo fondamentale allo studio della materia. Ma, per chi crede che Freud abbia fatto l’impossibile, mi dispiace dover informare che all’impossibile non c’è mai fine e che se ancora oggi fosse fra noi, credo che prenderebbe i suoi scritti e, usandoli come diavolina, ci farebbe un bel falò romantico.

L’articolo 1 della nostra Costituzione recita che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Ok, mi sembra un’ottima cosa però bisognerebbe aggiungere che alcuni tipi di lavoro creano potenziali elementi depressi e ricchi di acidità tanto da far sembrare la signorina Rottermeier una fatina.

Questo è un tipo di lavoro che, oltre a non avere adeguata retribuzione, e nessuno credo dichiarerà il contrario, ti fa vedere quanto sia sconfinata la stupidità umana. Il commesso, o commessa – dipende chi è lo sfigato di turno- è colui che per buona parte della giornata deve avere a che fare con questo circo umano, sfoggiando 24 ore su 24 un sorriso plastico che neanche Ken quando vede la sua Barbie e automunirsi – perché nessuno ti aiuta – di una massiccia dose di pazienza, altrimenti il rischio è un probabile omicidio preterintenzionale. Un lavoro che sembra paradisiaco, socialmente utile dicono in molti, psicologicamente probante affermo io. Lavorare a contatto con il genere umano non è cosa da poco, ma qualcosa di fantascientifico che può sfociare in momenti tragicomici. L’uomo che varca la soglia di un negozio viene visto come un potenziale nemico pronto a rincitrullirti anche solo per comprare un paio di infradito.

Fatta questa lunga premessa, iniziamo a conoscere uno ad uno questi “simpatici” clienti, chi sono, come sono, perché esistono e cosa provocano in noi poveri commessi!

Little Free Library

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Il movimento del Little Free Library si sta espandendo sempre più in giro per il mondo: l’idea iniziale era partita dal Book Crossing qualche anno fa, ovvero il lasciare libri in giro per le città e i paesi, ovunque ci si trovasse, perché questi libri venissero presi e poi letti dai passanti, continuando poi questa sorta di tradizione che aveva come scopo diffondere la lettura. Un’idea che pian piano nel tempo si è sviluppata sempre più sino a portare al riutilizzo di piccoli spazi (cassette della posta, cabine del telefono, vecchi tronchi d’albero, ecc…), o abbandonati o ristrutturati, che contengano i libri che i passanti possono lasciare e scambiare con altri. Ed è proprio così che nasce Little Free Library, un vero e proprio movimento con un suo sito web a cui registrarsi se si vuole creare la propria piccola libreria e che ha tracciato una mappa, a cui potete accedere online per trovare, ovunque voi siate, queste piccole e originali librerie, fenomeno che sta conquistando sempre più anche l’Italia.

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La governante di Rebecca Quasi

“Mi occuperò di vostra figlia meglio che posso, le insegnerò le buone maniere e tutte quelle sciocchezze che servono per affrontare il vasto mondo. E poiché è una donna le insegnerò anche a non fidarsi degli uomini, soprattutto di quelli che hanno una gran parlantina e baciano come Dio comanda.”

Nella brughiera inglese di fine Ottocento incontriamo i protagonisti di questa incantevole storia d’amore. Dopo essere rimasto (felicemente) vedovo, Lord Leonard Lennox, conte Moncrieff, decide di assumere una nuova governante per educare e gestire la sua presunta figlia Penelope. Il fallimentare matrimonio con la prima moglie ha lasciato nel conte molti dubbi e perplessità anche riguardo alla paternità della ragazzina che porta il suo cognome.

Dopo attente valutazioni e colloqui, Lord Leonard ha il piacere di conoscere Mrs Sidonie Tate giovane vedova che, da subito, lo colpisce per il temperamento e la bellezza. Assumendola come governante, capisce in poco tempo quanto la giovane donna sia riuscita a legare con Lady Penelope, colmando i grandi vuoti emotivi e affettivi della giovane fanciulla; ma Lord Leonard deve anche accettare la forte attrazione che lo spinge sempre di più verso Mrs Tate.

In un continuo gioco di ruoli e di convezioni sociali, Lord Leonard e Mrs Tate si lasceranno “coinvolgere” l’uno dall’altra, permettendo a un nuovo sentimento di farsi strada. Una strada non facile da percorrere perché lastricata di pregiudizi sociali e ipocrisie dell’alta società inglese. Si sorride e si sospira in questo nuovo romanzo di Rebecca Quasi (edito da DRI editore), che ci accompagna tra le pagine del suo libro con capacità e bravura. Mentre leggevo questo suo ultimo lavoro, mi sono fatta cullare dalle note de: Top Cello Covers of Popular Songs 2018 – Best Instrumental Cello Covers. Buona Lettura…

Mirtilla Amelia Malcontenta

Non ci resta che il crimine

Non ci resta che il crimine (Regia di Massimiliano Bruno).

La commedia italiana più pura e bella, torna prepotentemente grazie alla magistrale regia di Massimiliano Bruno. Ennesima prova della bravura del regista romano che dietro e davanti alla cinepresa, dirige e confeziona una storia surreale quanto spassosa. Un cast sublime capitanato proprio da Massimiliano Bruno con Marco Giallini, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi, Eduardo Leo e la fantastica Ileana Pastorelli; il pubblico sta letteralmente riempendo le sale cinematografiche: un film da ridere e rivedere.

La trama. Roma ai nostri giorni: tre amici, Moreno, Giuseppe e Sebastiano, s’improvvisano guide turistiche per tentare di “fare i soldi co’ la pala”, cercando di far conoscere la storia della Città Eterna sotto l’ombra della banda della Magliana. Ma il destino di voler far rivivere le sanguinose gesta della famosa banda criminale che insanguinò la capitale negli anni ’80, li catapulterà proprio in quei giorni con un salto spazio temporale. Trovarsi il boss De Pedis in carne e ossa davanti, non è una situazione facile da gestire e controllare, figuratevi se poi ad avere questa “fortuna” sono tre sprovveduti che non hanno ancora capito che forse tornare indietro nel tempo, potrà aiutarli solo ad apprezzare il presente e a lottare per tornare alla vera realtà.

Mille disavventure, una cascata di scene comiche, battute esemplari e la bravura dell’intero cast, rendono insuperabile questo film che sta sbancando i botteghini nelle ultime settimane. Devo confessare che alcune battute me le sono perse, perché ridevo troppo, e con me il resto della sala; pertanto “Non ci resta che il crimine”… non mi resta che rivederlo!

Mirtilla Amelia Malcontenta

Cento capi, un armadio solo: i vestiti

Da giorno, da sera, da cerimonia, vediamo quali sono i 10 vestiti che non devono mancare nel nostro armadio.

Vestiti

 

 

  1. A-Line

Giovane, giocoso, il vestito A-Line, lungo fin sopra il ginocchio, un po’ svasato è perfetto per quei giorni in cui non ci sentiamo al top della forma, ma lui, grazie al suo design che non segna, è in grado di farci recuperare fiducia nella nostra silhouette.

Dobbiamo questa definiziane a Monsieur Christian Dior, che nel 1955 disegnò una collezioone caratterizzata appunto da una forma riconducibile alla “A” maiuscola, e la ritroviamo tantissimo negli abitini optical degli anni ’60 delle YeYe girls.

Dà il meglio di sé in tinta unita, magari abbinato a una collana importante (parleremo delle statement necklace nell’articolo sugli accessori) o collant a fantasia.

  1. Caftano

La regina dei caftani è senza dubbio Marta Marzotto, che ne ha fatta la sua signature, ma di sicuro, l’icona a lanciare il caftano come abito e non solo come costume tradizionale, è stata Talitha Getty, negli anni ’70, sfoggiandone di ricchissimi, decoratissimi e coloratissimi. Il caftano, specie nella stagione estiva è il capo più versatile che si possa avere nell’armadio: perfetto per la spiaggia, per l’escursione, per la barca, per il pranzo, per l’aperitivo sulla spiaggia, fino alla cena. Per non parlare di quando dobbiamo uscire di casa in quei maledetti giorni pre-ceretta. Classe e praticità: cosa vogliamo di più.

  1. Petite Robe Noire

Il vestitino nero è come il passaporto, ci vuole sempre e ci permette di andare dovunque. Vale la pena investire su un capo di buona fattura, bel tessuto, finiture high-end, della taglia perfetta e adeguato al nostro body-type. Se non volete sbagliare, il tubino alla Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany è la perfezione assoluta.

  1. Petite Robe Blanche

Stessa cosa del vestitino nero, ma in bianco.

  1. Vestito di lino

Il tessuto dell’estate è il lino (meglio se in colori naturali). Più è ampio, svolazzante e spiegazzato è, meglio è.

  1. Abito vintage

Fregatelo alla mamma, alla nonna, alla zia, ma il pezzo vintage ci vuole. Il vintage porta con sé un’allure di eleganza tale da non necessitare di altri accessori. Parla da sè. Il vestito vintage ha una storia.

  1. Abito fantasia

Anna Wintour è la portabandiera dell’abito a fantasia. L’editor in chief di Vogue USA è nota per la sua domanda “Where’s the color?”, quando le portano le anteprime dei servizi fotografici e vede troppo nero. L’abito fantasia, che sia geometrica, che sia floreale, dà una vivacizzata al nostro guardaroba, perfetto per spezzare gli outfit più seri e monotomi.

  1. Vestito da cerimonia

Uno (o due) ci vuole sempre. Lungo, sobrio, elegante. Questo vuol dire niente scollature scellerate, schiene nude da sirena, brillantini accecanti, colori fluo. Vesito da cerimonia e vestito da Barbie sono due cose estremamente diverse e, ahime, ogni matrimonio a cui partecipo, assisto a sfilate imbarazzanti che farebbero inorridire Enzo e Carla. No agli strascichi e se il vestito è scollato, abbiniamolo a una stola, un bolero o un foulard.

  1. Jumpsuit

Un nome per tutti: Missoni. L’abito tutina-pantalone è discreto ma originale, elegante senza essere pretenzioso. Con l’all-black non si sbaglia mai, ma anche a fantasia, con una trama knit, è un gioiellino.

  1. Bandage dress

I bandage dress sono il paradigma della self-confidence, e come dice la parola, fasciano il fisico lasciando poco o nulla all’immaginazione. Con un guardaroba superchic, almeno un abito che ci faccia sentire sexy e fierce, ci vuole e secondo me, il bandage dress ha tutti i numeri per far sentire ogni donna una superdonna. E in questo caso, via libera ai colori più intensi, come: rosso, blu elettrico, arancione, verde prato, viola… quando siamo sicure di noi, possiamo indossare qualunque colore.

E se non ci credete, guardate Liz Hurley: le basta un bandage dress e ferma il traffico.