Il coraggio di Irena Sendler

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Irena Sendler nacque a Varsavia nel 1910 da una famiglia socialista. Polacca e cattolica, cominciò la sua attività di opposizione alle persecuzioni antisemite già dall’università dalla quale proprio per questo motivo venne espulsa per tre anni.

Diventò assistente sociale nell’amministrazione comunale e dal 1939 al 1942 diede aiuto a numerose famiglie ebree residenti a Varsavia fornendo loro documenti falsi. Si unì al Consiglio di Aiuto degli ebrei fondato nel dicembre del 1942 noto con lo pseudonimo Zhegota, un gruppo clandestino di polacchi, ma anche di ebrei appartenenti a schieramenti politici di destra e sinistra, rimasto attivo fino a gennaio del 1945.

All’associazione clandestina guiderà il dipartimento per l’infanzia, porterà in salvo 2500 bambini, sottraendoli al destino previsto per loro presso il ghetto di Varsavia, il più grande ghetto europeo nel quale furono uccise 450.000 persone.

Ottenne un lasciapassare come infermiera addetta ai controlli per la diffusione delle epidemie sotto lo pseudonimo di Jolanta, una rete di soccorso interna al ghetto. Indossava sempre una stella di David per essere del tutto credibile. Nelle sue lettere scrisse: «L’enorme numero di bambini messi in salvo da Zhegota andava catalogato e ricordato, nonostante l’enorme pericolo che questo tipo di operazione comportava, perché era l’unico modo per consentirne, a guerra finita, il ritorno alle famiglie d’origine e perché basandosi sull’elenco in cui erano annotati gli indirizzi ai quali ciascun bambino veniva destinato, potevano essere recapitati i soldi per coprire le spese di soggiorno».

Le liste venivano scritte su foglietti nascosti in casa della stessa Irena e poi trasferiti in un barattolo sotterrato nel giardino di un amico fidato della Sendler.

Per far sì che il suo compito potesse essere compiuto, i bambini venivano sedati e rinchiusi in sacchi per farli sembrare morti di tifo, nascosti tra stracci sporchi di sangue all’interno di ambulanze o dentro casse di attrezzi trasportate nel furgone di un tecnico del comune che teneva sul sedile anteriore il suo cane addestrato ad abbaiare in presenza di soldati nazisti, per poter coprire il pianto dei bambini.

Una volta in salvo, alcuni bambini venivano affidati a famiglie residenti nelle campagne, altri portati in conventi cattolici o presso i preti che li nascondevano nelle canoniche.

Irena scrisse, ancora: «Dopo la fine del conflitto ho affidato gli elenchi ad Adolf Berman, tesoriere di Zhegota che a guerra conclusa divenne presidente del Comitato ebraico di aiuto sociale.  Egli, con l’aiuto degli attivisti a lui subordinati, prelevò i bambini dagli istituti polacchi gestiti da ordini cattolici o dalle famiglie private che li nascondevano. Il mio ruolo si esaurì sostanzialmente qui; non ricordo i loro nomi e loro non seppero mai il mio, dopo tutto, ciò fu indispensabile per la sicurezza di tutti. Per loro io ero solo “Auntic Jolanta”».

Riuscì nel suo nobile intento, se non che nel 1943 venne arrestata dalla Gestapo e torturata, ma ciò non bastò a farla parlare. Venne condannata a morte, ma proprio quando il suo triste destino stava per compiersi, la rete della resistenza polacca riuscì a farla fuggire facendo scrivere il suo nome tra i prigionieri già morti.

Dopo la guerra, ormai abituati a quella nuova vita, i bambini non volevano tornare dalle loro famiglie di origine e in diversi casi fu necessario l’intervento del giudice.

Le istituzioni ebraiche si trovarono a dover gestire l’adattamento dei bambini alle nuove e diverse condizioni. Fu necessario un lungo lavoro per rintracciare i parenti più o meno lontani così da ricreare un legame con le famiglie d’origine, nella maggior parte dei casi sterminate nel ghetto.

Dopo la fine della guerra, Irena, ottenuto il divorzio dal suo primo marito Mietek Sendler, si risposò con Stefan Zgyzebski dal quale ebbe due figli: Adam e Janka. Tornò presso i Servizi Sociali di Varsavia ma non alla normalità, in quanto ormai marchiata come sovversiva dal partito comunista polacco, e le sue azioni, seppur incredibili e coraggiose, costarono ai suoi figli, nonostante il conflitto concluso, la possibilità di iscriversi e frequentare l’università di Varsavia.

Irene morì il 12 maggio del 2008 a Varsavia, e venne sepolta nel cimitero polacco della città. Venne proposta come premio Nobel per la pace nel 2007, ma il premio non le fu assegnato.

Il coraggio di Irena Sendler è il film biografico del 2009, diretto da John Kent Harrison, con Anna Paquin e Marcia Gay Harden e che narra la vita di questa donna coraggiosa, e chi con lei. Un film molto bello e curato, da vedere per comprendere in modo totale questa dura e crudele realtà.

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