Premessa (al bestiario di una commessa)

Sin dalla sua creazione l’essere umano ha mostrato aspetti poco stabili dal punto di vista mentale. La tanto decantata “perfezione” umana è, per quanto mi riguarda, una lunga utopia pari solo al libro omonimo scritto dal buon Tommaso Moro o alle fantasiose “città ideali” che “brillanti uomini medievali” avevano immaginato, probabilmente di notte. Alla luce dei secoli, appare ben chiaro quanto l’uomo sia lontano da questa perfezione. Lui, un essere camaleontico dalla seducente bellezza che può, però, diventare un incubo senza pari per i suoi simili, facendo addirittura rimpiangere i canti mortali di Scilla e Cariddi.

La specie umana nel corso della sua storia ha dimostrato ingegno, creatività e brillante intuizione, è stata capace di gesta epiche come lo sbarco sulla luna, tanto per dirne una ma, si è resa anche protagonista di episodi di inaudita violenza dove le tanto celebrate qualità sopraelencate erano con molta probabilità “in ferie con data da destinarsi”. Il genio umano, ahimè, al giorno d’oggi sembra essersi dissolto insieme a tutta una serie di qualità per lasciare il passo alla pazzia in effetto domino. L’esaurimento e lo stress odierno mietono più vittime dell’Ebola e della febbre spagnola messe insieme dove l’unica cura potrebbe essere l’estinzione di tali soggetti. Sono anche certa che se oggi Erasmo da Rotterdam fosse ancora vivo, riscriverebbe una nuova edizione del suo “Elogio della Follia” mentre lacrime copiose bagnano le sue vesti demodé.

Ah, la mente umana, un mondo a colori da far invidia ai pittoreschi quadri di Bosch e capace, però, di trasformarsi nei peggiori incubi di Füssli nell’arco di un nanosecondo. Cervelli a cui andrebbe fatta la manutenzione annuale come si fa con le caldaie per evitare improvvisi cortocircuiti che trasformano l’essere umano in una sorta di pokemon il cui linguaggio necessita l’ausilio di un vocabolario multilingua. Eppure, secondo studi scientifici, il cervello umano è il fulcro di tutto il nostro corpo, abitato dalla materia grigia e dai neuroni che “passeggiano” al suo interno determinando le nostre funzioni. E’ per questo che mi piace pensare al nostro cervello “gestito” dal professore barbuto della celebre serie animata “Siamo fatti così”, il quale impartisce ordini ai neuroni – non so ancora però perché immaginati e disegnati come un curioso incrocio fra puffi e spermatozoi – i quali con uno scatto atletico che farebbe impallidire persino Usain Bolt percorrono in lungo ed in largo il corpo umano. Immaginiamolo il cervello come un vero e proprio laboratorio simile a quello disegnato dalla Disney Pixar nel film “Inside out”, pieno zeppo di lucine colorate e pulsanti. Ecco, credo che il funzionamento sia più o meno così, ma accompagnato da un libretto d’istruzione poiché non sempre sappiamo farlo funzionare. Ed è per questo che molti cervelli diventano “out of order”, cioè fuori uso, porte sbarrate o chiusure anticipate, dei veri e propri collassi. Neuroni che, in gallerie buie ed isolate gridano laconicamente “C’è nessuno?”, sfidando la simpatia della bollicina di sodio dell’acqua Lete non ricevendo, però, risposta alcuna, se non il proprio eco, forte e vibrante come quello che risuona dal cucuzzolo di una montagna.

Davanti a questi comportamenti assolutamente insensati, dove la logica e la ragione diventano mitologiche chimere, uomini dall’animo coraggioso decidono di sacrificare la loro vita a curare la follia degli altri e fanno la loro apparizione in candidi camici bianchi ed un aplomb che sfida quello di una farmacista con l’intramontabile dolcevita anche a ferragosto ed il capello cotonato che fa molto “Marilyn”. Diamo il benvenuto agli psichiatri. Chi non conosce Sigmund Freud, colui che ha avuto l’ardire di provare a sondare l’animo umano e la sua mente in modo strabiliante, contribuendo in modo fondamentale allo studio della materia. Ma, per chi crede che Freud abbia fatto l’impossibile, mi dispiace dover informare che all’impossibile non c’è mai fine e che se ancora oggi fosse fra noi, credo che prenderebbe i suoi scritti e, usandoli come diavolina, ci farebbe un bel falò romantico.

L’articolo 1 della nostra Costituzione recita che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Ok, mi sembra un’ottima cosa però bisognerebbe aggiungere che alcuni tipi di lavoro creano potenziali elementi depressi e ricchi di acidità tanto da far sembrare la signorina Rottermeier una fatina.

Questo è un tipo di lavoro che, oltre a non avere adeguata retribuzione, e nessuno credo dichiarerà il contrario, ti fa vedere quanto sia sconfinata la stupidità umana. Il commesso, o commessa – dipende chi è lo sfigato di turno- è colui che per buona parte della giornata deve avere a che fare con questo circo umano, sfoggiando 24 ore su 24 un sorriso plastico che neanche Ken quando vede la sua Barbie e automunirsi – perché nessuno ti aiuta – di una massiccia dose di pazienza, altrimenti il rischio è un probabile omicidio preterintenzionale. Un lavoro che sembra paradisiaco, socialmente utile dicono in molti, psicologicamente probante affermo io. Lavorare a contatto con il genere umano non è cosa da poco, ma qualcosa di fantascientifico che può sfociare in momenti tragicomici. L’uomo che varca la soglia di un negozio viene visto come un potenziale nemico pronto a rincitrullirti anche solo per comprare un paio di infradito.

Fatta questa lunga premessa, iniziamo a conoscere uno ad uno questi “simpatici” clienti, chi sono, come sono, perché esistono e cosa provocano in noi poveri commessi!

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