Il Dress Code elegante al maschile

In questi giorni di Pitti Uomo qui a Firenze si vede di tutto, certo non sono l’originalità e lo stile a mancare, anzi, la città, se possibile, sembra ancora più bella. Proprio questa eleganza e originalità mi hanno fatto pensare a quanto siano capaci le donne, oggi, nel guidare i propri partner, amici, figli… a indossare il capo giusto per una determinata occasione.

Tendenzialmente si pensa che l’uomo abbia poche possibilità di scelta è che “tanto per il tipo di vita che si fa” tutto va bene.

Invece no! Se nella vita del vostro fidanzato o di vostro figlio arriva un invito con un dress code, ovvero, un invito dove è indicato il tipo di abbigliamento da indossare, sapete davvero aiutarlo a scegliere l’abbigliamento giusto?

Ogni occasione richiede un abbigliamento diverso, questo le nostre nonne e le nostre mamme lo sapevano bene. L’outfit per una serata di gala non può essere uguale a quello business per andare in ufficio, e men che meno per quello casual dedicato al tempo libero, ma è diverso anche dal dress code per un cocktail sia elegante sia informale.

Una serata di gala prevede sempre l’abito scuro e se raramente sarà White Tie, quasi sicuramente sarà Black Tie.

Con l’indicazione del colore della cravatta si identifica il tipo di abito richiesto, White Tie richiede il Frac, abito con la giacca a coda di rondine allungata sul retro, la camicia, il papillon e il panciotto, rigorosamente, bianchi.

Il Frac è l’abito in assoluto più formale, ma oggi è poco usato, lo indossano i direttori d’orchestra, i musicisti, gli ambasciatori e, più raramente, si indossa in occasione di qualche serata di gala al cospetto di sovrani. Quindi a meno che vostro figlio o il vostro partner, non debba ricevere il premio Nobel non è obbligatorio che possieda un Frac.

Il Dress Code Black Tie richiede il più diffuso Smoking nero con camicia bianca che in estate può essere blu scuro,  mai con giacca bianca perché quella è riservata al personale addetto al servizio e ne contraddistingue il ruolo.

Per una serata di gala, un incontro ufficiale anche di tipo politico, un cocktail, feste pubbliche o private, per andare a teatro (soprattutto alle prime), si indossa lo Smoking, mai di giorno e quindi nemmeno per andare a un matrimonio a meno che non si celebri  nel tardo pomeriggio e prosegua di sera.

Per inciso, nei matrimoni tradizionali se lo sposo indossa il Tight è obbligo anche per tutti gli ospiti indossarlo. Se non si possiede uno smoking si deve indossare un abito scuro che può essere anche grigio, la camicia rigorosamente bianca e mai senza cravatta. Evitare camice colorate e cravatte eccentriche anche se si va a un matrimonio. Ricordate che il papillondeve sempre essere annodato a mano, l’uso di quelli preconfezionati è proibito!

Diversamente, se l’invito è per un cocktail formale, l’abito resta comunque scuro mentre con il colore e le fantasie della cravatta potete sbizzarrirvi, ma senza mai eccedere.

Ci sono situazioni più comuni, sia di lavoro sia nel tempo libero, in cui l’uso della cravatta è comunque consigliato, questo tipo di abbigliamento è definito business, e prevede che un libero professionista (avvocato, ingegnere, architetto) o un parlamentare, non andranno mai allo studio, in tribunale o in parlamento, senza indossare la cravatta, a proposito di incontri con politici, un altro inciso per ricordare che se in un incontro in parlamento, l’uomo comune (molto comune) è ammesso anche senza cravatta, nessuno può presentarsi a un incontro in senato, anche se informale, senza cravatta; l’accesso al senato senza cravatta è proibito e anche per le donne l’abito deve essere formale. Soltanto i medici in servizio in ospedale o in ambulatorio così come i veterinari possono non indossare giacca e cravatta durante lo svolgimento della loro professione, che prevede comunque l’uso di un camice o di un abbigliamento idoneo alla loro attività.

Le uniche occasioni che non prevedono l’uso della cravatta restano quelle informali anche di lavoro, se si è dipendenti, in questo caso si può indossare la giacca senza cravatta, un bel cardigan, oppure, un maglione sulla camicia. In fin dei conti, se ci pensate bene, anche il compianto Marchionne era un “dipendente” e fra le sue doti aveva anche  un bell’umorismo un po’ snob.

In alcuni casi è ammesso anche indossare il jeans con la giacca senza cravatta o con un maglione, ma questo tipo di abbigliamento, definito casual, non è elegante ne formale anche se a volte può essere piacevole anche sul luogo di lavoro, ma per un libero professionista è meglio limitarlo al tempo libero. Infine l’abbigliamento casual riservato al tempo libero, non prevede l’uso della cravatta, non impone colori ne accessori, e quindi potete sbizzarrirvi ma ricordate sempre che si può essere eleganti anche in abbigliamento casual, è questione di stile.

E adesso veniamo al punto più delicato del Dress Code elegante maschile: le scarpe!

Ho visto cose indicibili in fatto di cattivo gusto e ineleganza, tipo: le scarpe da ginnastica bianchissime, praticamente immacolate, indossate sotto lo Smoking o l’abito scuro in occasioni formali come matrimoni o prime teatrali. Orrore puro! Da Milano a Roma e persino sui Red Carpet senza soluzione di continuità… Queste scarpe dovrebbero sdrammatizzare l’abito elegante in realtà sono una cafonata che segue le proposte commerciali di aziende “modaiole” che con iniziative discutibili, spingono il povero maschio, fashion victim, o la propria compagna, moglie, fidanzata a fargli fare, letteralmente, la figura “cafone arricchito”.

Le scarpe sono fondamentali nel guardaroba di un uomo, e se guardandogli le mani o gli occhi, possiamo innamorarci di un uomo, guardandogli le scarpe possiamo capire se si tratta di un Signore, di un Signore elegante, o di un parvenu!

A volte le scarpe di un uomo possono sembrare tutte uguali o quasi, questa è solo apparenza, le differenze sono nel pellame e nella lavorazione della scarpa che può essere fatta a mano o essere di produzione industriale.

Sono tre le tipologie classiche della scarpa da uomo: Oxford, Derby e Mocassino.

Il modello Oxford, chiamato anche francesina, è la scarpa più classica ed elegante, allacciata, in pelle liscia può essere anche in vernice, è usata per le occasioni più formali, sotto allo smoking e all’abito scuro.

Il modello Derby è una scarpa allacciata con cuciture che la decorano, un po’ meno formale della precedente, più adatta per essere usata quotidianamente sotto l’abito classico e più informale.

Il Mocassino è privo di allacciature, decisamente adatto a un uso informale e nel periodo primaverile ed estivo, sta bene indossato con i jeans così come con un pantalone più tradizionale.

Esistono poi dei sottotipi di questi principali modelli e sono le scarpe con le fibbie al posto dei lacci da usare come le derby, oppure il polacchino allacciato, che è un derby con il collo alto, ed è decisamente adatto a un uso informale.

Le cosiddette scarpe da barca, in pelle morbida e con la suola di gomma vanno bene solo se si è al mare o, appunto, in barca.

Infine, ricordo le Velvet Slippers, che qualche anno fa erano tornate di moda, raffinate scarpette in velluto da usare con disinvoltura in occasioni eleganti ma informali.

Per quanto riguarda le cosiddette scarpe da ginnastica o da tennis facciamole indossare nelle occasioni adeguate al loro uso, o al massimo nel tempo libero. Infine, se siamo in città, i sandali genere frate, o peggio, quelli orribili che si vedono ai piedi dei turisti (e non solo), lasciamoli alle persone ineleganti e decisamente di cattivo gusto, così come lasciamo loro i pantaloni corti, tipo bermuda che scoprono spesso polpacci pelosi o peggio, depilati e lucidi di crema; a meno che non si sia in spiaggia o in barca, i bermuda sono concessi solo ai bambini fino all’età puberale, dopo, fanno decisamente orrore all’eleganza anche se sono indossati da un bellissimo ragazzo!

Angela Arcuri

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Il mio nome è Bond, James Bond!

BOND AGES

007 SGUARDI SUL CINEMA DI JAMES BOND

Saggio di Marco Paracchini

Pubblicato da Undici Edizioni

Uscito il 18 dicembre 2018

(Illustrazioni interne di Pierfrancesco Stenti)

 

007 DOMANDE A MARCO PARACCHINI

 

James Bond è un mito senza tempo.

Nonostante diversi volti abbiano interpretato la spia più famosa (e longeva) del mondo e nonostante l’inventore dell’agente doppio zero sia passato a miglior vita da ormai diversi anni, la figura di 007 continua (e continuerà) a far parte della Storia e non solo di quella cinematografica.

E proprio da questo spunto parte il saggio dello storyteller novarese Marco Paracchini che propone, per la seconda volta, una diligente analisi sull’evoluzione di questo personaggio fictional che perdura da quasi sessant’anni. Il libro, pubblicato dalla giovane, ma brillante realtà editoriale che risponde al nome di Undici Edizioni (che fa parte delle realtà “No EAP”/nda) contiene un’analisi sociologica, nonché economica, di questo eroe che ha saputo influenzare stili e tendenze della Settima Arte (e non solo).

L’autore non si limita a trattare solo della spia britannica, ma parte da molto lontano, offrendo delucidazioni legate alla storia dello spionaggio. Grazie ad alcune domande, abbiamo potuto cogliere il valore aggiunto di questo testo.

Marco Paracchini

#001 – È stato necessario partire dalla realtà per affrontare l’agente segreto al servizio di Sua Maestà?

Ho pensato fosse imprescindibile. Credo sia indispensabile carpire anche alcuni dati storici al fine di avere così un quadro completo sullo spionaggio.

#002 – Dagli Antichi Egizi sino ai Ninja, ma il focus va principalmente su una figura delicata, ma ben definita che è quella di “M” dal 1995 sino al 2012, puoi spiegarci il perché?

Perché in un mondo scaltro, oscuro e un po’ maschilista come quello di 007, la figura di M, interpretata dalla meravigliosa Judy Dench, era un punto di svolta per la storia cinematografica di Bond. Tuttavia nello spionaggio inglese c’è stata veramente una donna che aveva rivoluzionato il sistema dell’intelligence e per lungo tempo aveva davvero ricoperto quel ruolo. Mi sembrava doveroso farlo presente.

#003 – Questo è il tuo secondo libro su 007 poiché nel 2012 sei stato l’unico autore italiano a dare spazio al 50° di James Bond. Cosa c’è di innovativo in questo testo rispetto al precedente?

“BOND AGES” è un libro decisamente più completo e ricco rispetto al predecente, ma alcuni aspetti di contenuto sono similari. Undici Edizioni ha poi impreziosito il testo con un’impaginazione molto curata e le illustrazioni di Pierfrancesco Stenti fanno il resto. È un volume ricco di notizie, curiosità e analisi. Nel 2012 il libro sarebbe dovuto uscire per una grande casa editrice, ma cambiarono i vertici della collana dedicata a questo personaggio e tre mesi prima dell’uscita di “Skyfall”, il chief editormi scrisse che non avrebbero pubblicato l’opera. Quindi, dopo otto mesi di missive virtuali assolutamente inutili, arrivò il momento di pubblicarlo. I tempi purtroppo erano risicati per cominciare una nuova ricerca quindi ripiegai sul book on demandin modo da far uscire il libro qualche giorno prima del “Cinquantesimo” di 007 (“James Bond 1962/2012 – Cinquant’anni di un fenomeno cinematografico”, Phasar Edizioni 2012) che è stato, manco a dirlo, il mio best seller.

#004 – Il sottotitolo “007 sguardi sul cinema di James Bond” parla chiaro: sette capitoli che analizzano lo spionaggio e le peculiarità di questo eroe. C’è un capitolo a cui ti senti particolarmente legato?

Pur essendo legato a tutti i capitoli del saggio, la parte 005 è forse quella a cui sono maggiormente affezionato: c’è un parallelismo con un’altra figura di spicco dell’entertainment “Made in Uk”, ma per scoprirlo dovrete sfogliare il libro!

#005 – Una domanda che credo ti ponga chiunque: qual è, secondo te, il miglior 007?

Sì, è un quesito che mi fanno tutti coloro che scoprono di avere a che fare con “uno che ha scritto di James Bond” e la mia risposta è più o meno sempre uguale, anche se non appaga mai i fruitori: ogni epoca ha avuto il suo 007 e tutto, o quasi, è legato all’esperienza emozionale diretta del primo film che si vede. Difficilmente uno che è cresciuto a “pane e Connery” amerebbe Daniel Craig, viceversa chi ha scoperto Bond con “Casino Royale” (2006) faticosamente accetterebbe l’iconico Moore. Io ho imparato ad amarli tutti, nessuno escluso. Offrono aspetti ed emozioni diverse e sarà così anche per il prossimo attore che lo interpreterà.

#006 – A cosa credi sia dovuto il successo di un personaggio simile? Qual è, secondo te, il segreto della sua longevità?

Ottima domanda. Credo che gli ingredienti del successo di 007 siano molteplici. Innanzitutto è un personaggio che si è saputo rinnovare, a volte con difficoltà, ma ha saputo farlo mantenendo fede agli stilemi narrativi originali. Inoltre è un eroe che stimola uomini e donne per aspetti differenti, ma soprattutto perché incarna una figura tutta d’un pezzo, peculiarità che è senza dubbio estremamente affascinante da qualsiasi punto lo si guardi.

#007 – Il libro accenna anche cosa potrebbe raccontare il prossimo capitolo cinematografico. Quali sono le aspettative per il 25° film in arrivo nel 2020?

Il condizionale è d’obbligo perché mentre rispondo a queste domande, ancora non v’è alcuna certezza sul plot. Posso giusto dire che rivedremo Lea Seydoux – che di per sé è già una novità perché non c’è mai stata una Bond Girl proposta in due film -, che la colonna sonora potrebbe avere un altro compositore rispetto ai precedenti film e che il cast potrebbe annoverare il giovane talento Rami Malek (appena visto in “Bohemian Rapsody”) e due nuove figure femminili: una spia al fianco di Bond e un’acerrima antagonista. In verità sono più curioso di immaginare il dopo Craig. Noi del fandom bondiano dovremo andare al cinema spinti solo da una gioiosa curiosità, ma senza avere aspettative poiché questa futura pellicola potrebbe “chiudere col botto”, ma anche essere un flop allarmante.

Domeniche da Tiffany: dal libro al film

 

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Sinossi: Jane è una bambina solitaria e sensibile. Sua madre, la potente e cinica Vivienne Margaux è una produttrice teatrale di Broadway e non ha tempo per lei: giusto un bacino ogni tanto e qualche rimprovero per un gelato di troppo. Il padre è stato uno dei molti mariti di Vivienne e solo saltuariamente fa capolino nella vita della figlia, accompagnato dalla nuova – e giovane – compagna. Ma per fortuna c’è Michael: bello, comprensivo, affettuoso, sempre disponibile ad accompagnare Jane a scuola, a portarla a fare merenda al lussuoso Astor Court del St. Regis Hotel, a rimboccarle le coperte la sera. Solo che… Solo che Michael è un amico immaginario, e il compito degli amici immaginari è quello di accudire i bambini fino ai nove anni di età. Dopo dovranno cavarsela da soli. Per fortuna la loro scomparsa non lascia traccia nella memoria. Ma Jane è diversa da tutti gli altri e non ha dimenticato. A trent’anni ancora pensa con rimpianto a Michael. Lavora per la casa di produzione di Vivienne, è sempre lievemente sovrappeso, è sempre sensibile e solitaria, nonostante un bellissimo fidanzato che sta con lei solo per far carriera. E poi un giorno accade l’impensabile: Jane e Michael si incontrano casualmente a New York. Sono passati più di vent’anni, ma lui è identico, perfetto, non è invecchiato di un giorno. Jane pensa di essere impazzita: Michael esiste? È un uomo? Un angelo? In fondo ha importanza? Quel che conta è che Jane è innamorata e che Michael è l’uomo perfetto per lei… Una storia d’amore divertente e commovente, incredibile e meravigliosa. Come tutti noi sogniamo di avere.

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Quei gelati da Tiffany non possono essere dimenticati e, pagina dopo pagina, la storia ti porta con sé, ti emoziona, ti fa vivere sensazioni, momenti di felicità alternati a momenti di malinconia.

Ho letto questo romanzo diverse volte, una non era sufficiente per comprendere appieno il messaggio tra le righe che il bravissimo scrittore, James Patterson, insieme a una collaboratrice d’eccezione, Gabrielle Charbonnet, fa scoprire solo ad occhi attenti e a menti aperte, ricordandoci quando anche noi eravamo piccoli e avevamo un nostro amico immaginario.

Questo romanzo è diventato un bellissimo film, uscito nel 2010 e diretto da  Mark Piznarski e, e devo dire che, seppure un libro è solitamente notevolmente superiore alla sua trasposizione cinematografica, in questo caso non è così. Ogni situazione è stata presentata nella sua totalità, molto fedele al libro, e interpretata da due attori protagonisti davvero bravi: Alyssa Milano nel ruolo di Jane ed Eric Winter nel ruolo di Michael.

Un film dolcissimo che consiglio di vedere dopo aver letto il romanzo.