La psicologia dell’amore: cos’è l’amore e dove ci deve portare?

Questa riflessione riportata nel titolo, a mio avviso, è la più importante per tutti coloro che desiderano amare ed essere amati in modo autentico e totalmente appagante. Amare è un’arte come scrivono Alberoni e Fromm pertanto bisogna capire da dove si parte e dove si vuole arrivare attraverso di esso.

Per capire il vostro punto di partenza dovreste soffermarvi su queste domande: siamo donne o uomini liberi, scevri da qualsiasi bisogno, frustrazione, senso di rabbia o rivalsa nei confronti dell’amore? Siamo davvero capaci in questo momento di donare e accogliere l’amore? L’amore che vogliamo è un desiderio limpido, che nutre la nostra vita già ricca e gioiosa oppure attraverso di esso cerchiamo un qualcosa che riempia la nostra solitudine interiore, la nostra paura di non essere amabili, la nostra routine che ci annoia o peggio ancora o il nostro riscatto da precedenti storie fallimentari? Perché in fin dei conti, l’amore è davvero una cosa semplice, ma noi tendiamo a nevrotizzarla con tutto ciò che ci portiamo dentro.

Una volta compreso qual è il vostro punto di partenza e quindi, perché desiderate costruire una storia d’amore o volete innamorarvi, naturalmente, capirete il vostro punto di arrivo. Tutti vogliamo amare, tutti sappiamo amare, ma in pochi lo sanno fare “bene”. Con questo termine intendo amare in modo sano. Due anime nude che si incontrano e insieme, decidono liberamente il vestito da indossare per stare meglio rispetto allo stare da sole.

La Psicologia dell’amore, allo stato attuale, rispetto al titolo del libro della scrittrice Robin Norwood “donne che amano troppo”, si è evoluta sostituendo il termine “troppo” con “male”. Le donne che amano male, sono donne affamate d’amore, dipendenti dall’amore, che lo cercano ovunque e con chiunque. Difatti quasi il 90% delle donne soffre della sindrome da dipendenza affettiva. Donne che investono tutto nell’amore, annullando sé stesse e i loro bisogni per il partner. Molte pazienti mi dicono: gli ho dato tutta me stessa e anche di più e in cambio cosa ho ricevuto? È proprio questo il punto. Dare tutto e soprattutto, subito per la paura di non essere accettate e amate dal potenziale partner, perdendo di vista il proprio sentire, le proprie emozioni. Questo accade perché non si ha un baricentro emotivo e affettivo equilibrato pertanto prevale il far sentire bene l’altro a discapito del proprio benessere. Chiedetevi invece: come mi fa sentire l’altro? Che sensazioni mi fa provare? Quello che mi dà l’altro è quello di cui ho realmente bisogno?

Queste sono le domande di una persona adulta sentimentalmente ed emotivamente che desidera andare nella direzione giusta del cuore.

L’amore che fa soffrire non è amore. L’amore che richiede all’altro di curarlo per ferite antiche o storie passate andate male, non è amore.  Non è questa la direzione dell’amore che ci rende felici!

Dove ci deve portare allora l’amore? Qual è la direzione giusta per andare incontro ad un amore vero?

Sempre secondo Erich Fromm, l’amore deve essere celebrato tutti i giorni come un atto di liberazione e arricchimento; un nutrimento di reciproco benessere. Amare è un compito per adulti che desiderano allenarsi costantemente, non da sognatori passionali. Imparare ad amare richiede pratica e un lavoro costante dove lo sforzo e il giudizio non lasciano niente al caso o alla sorte. Imparare ad amare in modo maturo e cosciente vuol dire bandire possesso o condizioni. L’amore è prima di tutto preoccupazione per la vita, è cura e desiderio di favorire la crescita e il miglioramento di chi ci sta accanto. L’amore verso il quale dobbiamo dirigerci è quello matura che alza la nostra e altrui autostima.

Vi lascio con queste due bellissime affermazioni di Fromm riguardanti la differenza tra l’amore maturo e l’amore immaturo. Rifletteteci e pensate in quale di queste due situazioni vi trovate e in quale di queste effettivamente vorreste trovarvi.

L’amore immaturo dice: “Ti amo, perché ho bisogno di te”

L’amore maturo dice: “Ho bisogno di te, perché ti amo”

Mi auguro di avervi chiarito un po’ le idee, ma soprattutto avervi fatto comprendere qual è la direzione più giusta per voi e per il vostro benessere affettivo e di coppia. Il motto della dottoressa del cuore è “indipendenti insieme”.

Con affetto!

Gaia Parenti

Psicologa della sfera affettivo relazionale

Facebook: https://www.facebook.com/gaia.parenti.35

Instagram: https://www.instagram.com/ladottoressadelcuore/

Sito: www.ladottoressadelcuore.com 

e-mail: g-parenti@libero.it

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Ben is Back

BEN IS BACK di Peter Hedges è davvero un gran bel film e ritengo che il regista possa essere orgoglioso della performace di suo figlio Lucas, nei panni di Ben, affiancato ad una Julia Roberts, nei panni della madre, e entrambi padroni del loro personaggio. Tanto che, anche grazie alla costruzione della narrazione, lo spettatore entra emotivamente nella storia odiando e amando i personaggi di volta in volta, finendo con l’identificarvisi.

Il barboncino di famiglia è secondo me il filo conduttore, l’anima della vicenda, la proiezione dell’inconscio di ciascuno dei personaggi e di Ben in particolare, l’elemento unificante. E’ l’unico membro della famiglia che è in relazione con tutti gli altri senza riserve e con Ben in particolare lo fa subito all’inizio del film, quando tutto è ancora da scoprire, offrendo così la chiave di lettura da me percepita. Il barboncino riserva a Ben l’accoglienza che ognuno dei membri della famiglia gli avrebbe tributato se ciascuno non fosse imbrigliati nelle sue paure, legittime, umane, mentali; ad eccezione dei bambini il cui comportamento è simile a quello del barboncino ma poi condizionato dalle paure degli adulti e dal dovere di obbedienza.

Secondo Jung il cane nei sogni rappresenta un legame amichevole, il compagno di vita, il Sé interiore guardiano degli istinti. Il cane cucciolo, piccolo e giocherellone rappresenta l’accettazione della parte istintiva che tanto ci spaventa.

Ma non spaventa Ben che senza alcun dubbio né incertezza si lancia al recupero del barboncino rapito intraprendendo un viaggio a ritroso (Ben is Back!) attraverso tutti i gironi infernali della sua vita. E la madre, seppur con dichiarate ragioni dettate da paure e dubbi, istintivamente impone la sua presenza in questo viaggio in cui finalmente condivide e fa suo il dolore del figlio, donandosi l’occasione di vivere una nuova gestazione, sicuramente più consapevole e piena d’amore, che come la prima finisce col dono della vita, una nuova vita ad un livello sicuramente superiore.

Tutto a causa (o grazie) al trauma del rapimento del barboncino, ovvero del tentativo della vita di sopprimere nei protagonisti l’accettazione della parte istintiva e che, invece, come sempre, finisce per attivare la catarsi di Ben, della madre, dell’interno nucleo familiare e dei loro sentimenti.

Il barboncino è, secondo me, l’anima di quella famiglia, della storia e di un film di grande spessore in cui i temi della droga, della famiglia, del rapporto genitori e figli e, perché no, del ruolo degli animali, vengono affrontati e proposti con cruda delicatezza e amorevole determinazione.

Mi prendo la libertà di ringraziare qui Lidia Lovaglio, anima dell’omonima sala di proiezione di Venosa (Potenza) che, con passione, con le sue accurate selezioni e spirito indomito, consente al pubblico della provincia del nord Basilicata di godere del Grande Cinema.

Francesco Topi

I libri sono in grado di cambiarci la vita? Ali Berg e Michelle Kalus ce lo raccontano

Se la sua vita fosse stata un libro, Frankie l’avrebbe intitolato Delusione, definendo così degnamente il disastro che erano la sua carriera, la sua famiglia e, naturalmente, la sua vita sentimentale.

Cosa aspettarsi da un incipit così? Dopo aver letto la sinossi di questo romanzo, scritto dalle autrici e amiche Ali Berg e Michelle Kalus, non ho potuto resistere ad acquistarlo. Ne ho sentito parlare tantissimo sul web e avevo delle aspettative molto alte. Motivo per cui mi sono avvicinata alla lettura in punta di piedi.

Ecco perché ora, per la prima volta, stava cercando di aprirsi; di dare un’altra possibilità alla vita, all’amore e alla scrittura. Era vero, aveva paura di ricominciare a scrivere.

Frankie vive a Melbourne, in Australia. Lavora in una libreria insieme alla sua migliore amica Cat e ama tantissimo scrivere. Da troppo tempo però è sola e così la sua amica ha un’idea geniale. Data la grande passione per la lettura, Frankie dovrà lasciare copie dei suoi romanzi preferiti in giro per la città con il suo indirizzo e-mail per trovare, chissà, il vero amore.
Iniziano così appuntamenti decisamente memorabili tali da essere portati alla conoscenza di tutti attraverso un blog.
Se poi sul suo cammino Frankie dovesse trovare davvero l’uomo dei suoi sogni? Cosa fare? La tragedia quale potrebbe essere? Per Frankie sicuramente sarebbe la totale diversità di gusti letterari.

Penso che tu abbia paura. Proprio come hai paura di aprirti con me, di lasciarti andare. Scrivere è ciò che sei. È ogni particella di te. È come se dicessi a Katniss Everdeen che è una pessima combattente. Non le importerebbe. Continuerebbe a tirare quelle frecce con tutta la forza che ha.

Per la prima volta, credo, di essere felice di aver letto un romanzo dove la stessa protagonista è l’opposto della perfezione. Non è la classica damigella in pericolo e non ha la fortuna dalla sua parte. Sotto certi aspetti risulta anche essere superficiale. Una donna saccente che giudica gli altri in base alle letture altrui non è, per me, una vera lettrice. La si ama, però, per il suo essere completamente impreparata all’amore e ci si diverte leggendo i suoi disastrosi appuntamenti.
Il protagonista maschile, Sunny, rappresenta per Frankie il salto nel vuoto. Grazie a lui, riusciamo a vedere una Frankie diversa, capace di modificare aspetti caratteriali che l’hanno resa così rigida nei confronti del mondo. Un uomo che ha sofferto, che ha paura ad amare nuovamente, ma che non perde l’occasione di essere felice per la seconda volta.
Essendo un romanzo scritto a quattro mani mi aspettavo confusione stilistica, invece, ho trovato la lettura molto fluida. Ottimo esordio davvero.
Un libro che ha la strada spianata per tutti quelli che, come me, credono che i libri possano portare la felicità.

COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti

Titolo: COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti

Autrice: Carla Sanguineti

Casa editrice: Kappa Vu

Genere: Biografico

Formato: Rilegato

Pagine: 240

Mary Shelley è un personaggio di cui  ho voluto approfondire la storia personale, prima di leggere le sue opere.

Il libro COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti, della scrittrice Carla Sanguineti, edito Kappa Vu, non si può propriamente definire un romanzo, o una biografia nel senso classico del termine. L’autrice alterna , durante la narrazione, brani tratti dalle opere di Mary e Percy Shelley, a brani in cui racconta, in forma romanzata, la vita dei due ragazzi fuggiti da una Londra troppo conformista per loro idee liberali.
Mary, figlia di due illustri nomi della letteratura, Mary Wallstonecraft William Godwin, cresce in una famiglia anticonformista e dalle idee rivoluzionarie, soprattutto riguardo la figura della donna e il matrimonio. I genitori di Mary si sono sposati, infatti, unicamente per legittimare la sua nascita in una società conservatrice che lo pretendeva.
Quando però William Godwin si trova a dover gestire la situazione di una figlia sedicenne che si innamora del suo protetto Percy Shelley, un uomo sposato, non riesce a mettere in pratica le sue idee liberali e allontana i due ragazzi.
E’ così che Mary  e Percy iniziano a girare l’Europa, in parte per sfuggire ai creditori che perseguitano Shelley ed in parte per assecondare l’ispirazione artistica e creativa del poeta, stabilendosi per molti anni in Italia. Anni segnati da dolorosi lutti. Mary deve affrontare la morte dei suoi primi tre figli, ancora molto piccoli e il suicidio di sua sorella Fanny, rimasta a Londra e caduta in depressione proprio come sua madre.
Insieme a Mary e Percy parte anche Claire, la sorella acquisita di Mary, figlia della seconda moglie di Godwin, che fin dall’inizio pare sia stata una delle amanti di Shelley.
Intorno alla coppia gravitano figure di intellettuali, poeti e scrittori tra cui Lord Byron e John Polidori.
Proprio durante una notte a villa Diodati, una delle residenze di Lord Byron, che Mary concepisce e scrive Frankestein, la sua prima e più grande opera.
Uno degli aspetti che ho apprezzato molto in questo libro è che la Sanguineti oltre alle vicende della coppia, racconta anche alcuni episodi della vita di Mary Wallstonecraft, scrittrice rivoluzionaria, che difende i diritti e l’uguaglianza delle donne. Mary Shelley per tutta la vita subisce l’influenza della madre, e delle sue opere.

COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti è un libro allucinante e allucinato, nel senso che racconta tramite i diari e le lettere di Mary una realtà quasi surreale vissuta dai due giovani e le allucinazioni di Percy quasi sempre sotto effetto di laudano.
Mary nonostante sia una donna dalle idee molto liberali, non riesce mai ad ottenere l’indipendenza emotiva e psicologica da Percy, nemmeno dopo la morte di lui, ancora giovanissimo nei mari italiani durante una traversata. Lei sopravvive al suo amore, ma vive solo in funzione di suo figlio, unico filo che la lega alla vita, e del ricordo del marito, sempre in bilico sul baratro della depressione.
Consiglio sicuramente la lettura di COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti a chi ha il desiderio di approfondire la conoscenza di un personaggio complesso come Mary Shelley e soprattutto di conoscere le sue paturnie.
E’ un libro molto particolare, non posso affermare che sia di facile e scorrevole lettura, ma questo lo rende ancora più interessante.

Matera. Capitale Europea della Cultura 2019

Matera, la Città dei Sassi: da “vergogna d’Italia” a Capitale Europea della Cultura 2019

Nei prossimi giorni ci sarà l’inaugurazione ufficiale del calendario di eventi per celebrare Matera come Capitale Europea della Cultura 2019 con importanti ospiti internazionali e poi, in tre date, sarà la volta di un docufilm per la serie L’arte al Cinema, “Mathera. L’ascolto dei sassi”, un omaggio a questa città dal fascino antico ma che guarda con positività al futuro, riuscendo a capovolgere i pregiudizi e i luoghi comuni riferiti a molte città dell’Italia meridionale.

Una passeggiata per Matera significa percorrere i rioni Civita, Sasso Barisano e Sasso Caveoso, perdersi in un groviglio di case, di grotte, di scalinate, di vicoli tortuosi, di vicinati per scoprire angoli suggestivi di un insediamento rupestre tra i più antichi ed estesi al mondo. La Civita è l’area occupata dal castelvecchio longobardo e dalla cattedrale romanica di Santa Maria della Bruna, la parte più alta dell’insediamento, mentre a i due lati sono scavati in due valli profonde i rioni Sassi che si distinguono in Sasso Caveoso e Sasso Barisano, un groviglio di case e di grotte che si affacciano sulla gravina in armonia con un paesaggio unico al mondo. Il piano sopra i sassi, quello che guarda la Cattedrale per raggiungerla,  è considerato il centro storico della città ed è semplicemente chiamato Il Piano.

Per i buoni camminatori poi l’esperienza del trekking per le Gravine e il Parco delle Murge è una viaggio di scoperta, lento e silenzioso, nel seguire l’andamento sinuoso delle gravine, ammirare le cavità carsiche naturali frequentate dall’uomo nel Paleolitico, villaggi trincerati neolitici, casali rupestri, nuclei di grotte scavate a partire dalla preistoria, chiese rupestre affrescate, iazzi, masserie fortificate, conoscere le piante tipiche dell’ecosistema murgiano e l’uso che ne facevano un tempo i pastori.

Le abitazioni dei Sassi si presentano scavate e costruite allo stesso tempo, con i vicoli e le scalinate che sono il tetto della parte della in grotta delle abitazioni che si sviluppano nei livelli sottostanti. Nelle case e nei vicinati vi sono numerose cisterne per la raccolta d’acqua piovana che veniva convogliata soprattutto dal tetto delle abitazioni utilizzando delle grondaie di terracotta. Un’architettura che parla di secoli di storia custodita e trasferita ai posteri attraverso un piano di riqualifica urbanistica e di restauro conservativo, che ne ha consentito la sopravvivenza nella concreta visibilità. I Sassi, un tempo  additati come un esempio di “trogloditismo” , oggi rappresentano  uno dei più fulgidi esempi di civiltà e cultura rupestre in armonia con l’ecosistema che non trova confronti culturalmente omogenei nel mondo, poiché non è possibile documentare in altri luoghi la continuità della vita in grotta, come nella Gravina di Matera, dalla Preistoria fino ai giorni nostri.

In molti negli ultimi anni hanno scoperto la Città dei Sassi. I visitatori arrivano da tutto il mondo, non solo dalle altre aree dello stivale, diventando un orgoglio nazionale e ribaltando così quell’etichetta d’infamia con la quale era stata marchiata negli anni Cinquanta, quando sulla prima pagina della “Gazzetta del Mezzogiorno” fu definita “Vergogna Nazionale” da Palmiro Togliatti e in seguito Alcide De Gasperi impone lo sfollamento completo dell’abitato rupestre per ragioni igenico sanitarie, per poi pianificare e realizzare nuovi quartieri residenziali ai margini della città su iniziativa dell’imprenditore Adriano Olivetti e del sociologo Frederick Friedman.
Il valore dei Sassi, in special modo in virtù della conservazione del sito che mantiene ancora intatta la sua originalità, è stato riconosciuto dall’UNESCO nel 1993 con la seguente valutazione. “Il quartiere dei Sassi di Matera è, sul lungo periodo, il migliore e più completo esempio di popolamento in armonia con l’ecosistema, in una regione del bacino del Mediterraneo”. Matera è stata così tra le primissime città italiane e la prima del Mezzogiorno a essere inserita nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Matera è diventata luogo d’attrazione di grandi maestri della fotografia quali Henry Cartier-Bresson, Mario Cresci, Franco Pinna, ma anche di scrittori del calibro di Carlo Levi, il quale descrisse Matera nel “Cristo si è fermato a Eboli”. Fu proprio quest’ultimo ad attirare una nuova attenzione sulla Città dei Sassi, poiché le operazioni di trasferimento degli abitanti dalle case-grotte, ritenute inabitabili, verso i nuovi quartieri, aveva condotto al completo isolamento dei Sassi destinati così a essere abbandonati non solo dalla presenza umana, ma perfino dalla memoria storica. Carlo Levi invece sostenne la necessità di non lasciare nella decadenza e nella rovina questi rioni, ma di provvedere alla tutela e alla valorizzazione dei Sassi.

Matera è considerata un palcoscenico naturale con le sue meravigliose location , i Sassi hanno ispirato e incantato numerosi cineasti italiani e internazionali, dagli anni Cinquanta fino a oggi sono stati oltre quaranta i film girati: Piera Paolo Pasolini che nella Città dei Sassi ambientò “Il Vangelo secondo Matteo” o più recentemente per “The Passion” di Mel Gibson e “Wonder Woman” (solo per menzionarne alcuni).

Provate a spingervi al tramonto, nella Contrada Murgia Timone, nel parco regionale della Murgia, e dal belvedere ammirate in un solo colpo d’occhio il fascino senza tempo di questa città, vi lascerà senza fiato. I Sassi scavati nella tenera e  bianca calcarenite, che si affacciano sulla gravina e l’omonimo torrente, si tingono delle sfumature del crepuscolo e, man mano che le ombre della sera scendono sulla città, si accendono le piccole luci tra le costruzioni rievocando le atmosfere di un presepe perenne, e sempre emozionante, in qualunque stagione.

Sara Foti Sciavaliere

 

Cappotti, che passione!

Cappotti, che passione! Ecco le migliori proposte del 2019

Lungo, corto, caldo, avvolgente, fasciante, largo, con pelliccia, a doppio petto… quante sono le varianti del cappotto? Tantissime e, se mi permettete, una più bella dell’altra. Il cappotto è un capo d’abbigliamento che non passa mai di moda, perché sa rinnovarsi nella forma e nei colori. Se per qualche tempo abbiamo indossato piumini di tutte le fogge e dalle sfumature cromatiche più improbabili, ora è giunto il momento di ritirare fuori dall’armadio il nostro cappotto o di comprarne uno nuovo.

Già da un paio di stagioni, ormai, è il cappotto a imperare sulle passerelle ma anche e soprattutto nelle vetrine dei negozi (e nel nostro guardaroba). Se si dà un’occhiata alle proposte degli stilisti per questo inverno, ce n’è per tutti i gusti.

Quale scegliere? Vediamo insieme quali sono le alternative e a chi stanno bene:

Max Mara

 

Montgomery, l’evergreen che torna nella sua versione più classica, in blue navy e beige con tanto di alamari, per Burberry e Max Mara. È un capo che sta bene davvero a tutte, perché fascia il corpo ma senza stringere. Adatto alle nostalgiche e alle sportive. Capo-icona della moda maschile di ambiente militare. La Royal Navy inglese lo introdusse nelle dotazioni dei marinai, perché il panno pesante con cui era fabbricato era un’ottima protezione contro il vento e le temperature più rigide. A renderlo particolarmente famoso fu, poi, il generale britannico Bernard Law Montgomery, da cui il nome ma solo in Italia, perché nel resto del mondo è più correttamente chiamato Duffle Coat o ancor più propriamente Duffel Coat e solo talvolta Monty Coat in onore appunto dell’omonimo generale che era solito portarlo sopra la divisa.

Jil Sander Resort 2019

White Coat, proposto da Dior e Jil Sander, è il cappotto per eccellenza. Bellissimo in caldo cachemire con la cinta in lana che stringe appena la vita e scende quasi fino alle caviglie per le più alte, ma altrettanto elegante nella sua versione svasata e più corta per le donne minute. È un capo avvolgente ma femminile, che può essere usato anche per una serata elegante.

Militare dalle forme più maschili e in color verde oliva scuro per le più sportive; sta bene a tutte nella sua versione più corta. Nella versione più lunga solo alle donne alte e slanciate. È un capo molto rigido che però se portato con i tacchi dà quel tocco di femminilità leggermente eccentrica che non guasta mai.

Victoria Beckham

Animalier, soprattutto nella sua variante maculata, per le donne che vogliono farsi notare (attenzione a non indossare un total look animalier. La regola sempre valida è: non più di un capo animalier alla volta, non dobbiamo sembrare le fidanzate di Tarzan!). Bellissimi quelli di Bottega Veneta e gli oversize di Victoria Beckham.

Miu Miu Prada Copyright © 2004-2018+infinitas.
http://www.denimjeansobserver.com

Over size, che fa subito Mademoiselle Chanel quando non è due taglie in più, s’intende. Il segreto per sfoggiare un over size ce lo svelano Stella McCarthy, Alberta Ferretti, Miu Miu e Marc Jacobs. Sta bene alle donne alte ma non troppo magre (l’effetto attaccapanni è in agguato, attente!).

Calvin Klein

I Cappotti con dettagli in pelliccia proposti da Calvin Klein, dove la pelliccia (spesso sintetica, sono molti, infatti, gli stilisti che sposano la causa animalista) è sul colletto, sugli orli esterni o sulle tasche, ma si alterna anche alla pelle nella versione svasata con cinta in vita. Belli ed eleganti, stanno bene a tutte e sono adatti anche per le occasioni più mondane.

Fendi

A mantella, stanno bene alle ragazze più giovani che si possono divertire a chiuderlo in vita con fiocchi e cinture, e che possono sceglierlo anche nelle varianti multicolor (con le frange per le più hippie) o in tessuto plaid. Belle le proposte di Max Mara, Fendi, Missoni e Kenzo.

 E i colori? Quest’anno sulle passerelle sulle passerelle abbiamo visto l’azzurro, il rosso, il giallo, il turchese, il rosso e il rosa. Potete dunque osare e, oltre ai tradizionali bianco, nero e beige, azzardare con le tinte forti, per dare un tocco vivace al vostro guardaroba. Per gli accessori da abbinare al cappotto: calze in lana, borse, sciarpe e guanti ton sur ton così come suggerito da Chanel e da Gucci. A voi la scelta!

 

Chanel

 

Borse e pochette come libri

Un libro, di qualsiasi genere tratti, è un piccolo mondo che contiene tante vite, tante emozioni, conoscenza, carattere. In un certo senso lo paragonerei alla borsa di una donna, poco importa che sia capiente o meno, al suo interno troverete sempre il suo mondo, il suo modo di essere, tutto ciò che la rappresenta… Non a caso un noto brand spagnolo, P.S. Besitos, ha ideato e proposto originali e bellissime borse e pochette a forma di libro e per tutti i gusti letterari. Le appassionate lettrici come me, possono sceglierle non solo per la forma e la capienza che più si addice alle proprie necessità, ma anche in base all’autore preferito, o al genere letterario che più emoziona.

Oltre a essere molto belle all’esterno, anche l’interno è molto ben curato e rifinito: rivestite con tessuti francesi dalle stampe raffinate, possono contenere il nostro piccolo mondo, proprio come i nostri amati libri.

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Libero di essere me stesso. Intervista a Francesco Baccini

Il musicista genovese, in un’intervista esclusiva a Pink Magazine Italia, svela alcuni segreti della sua carriera.

Cantautore di successo e grande artista, Francesco Baccini, genovese classe 1960, si riconosce immediatamente per la sua voce unica e per l’ironia che contraddistingue i testi delle sue canzoni. Un artista a tutto tondo, eclettico e dissacrante che ha saputo coniugare le sue eccezionali doti interpretative con quelle canore. Il suo repertorio variegato lo rende uno dei cantautori più interessanti del panorama musicale non solo italiano: negli anni ha alternato canzoni dalle tematiche sociali ad altre romantiche o irriverenti, pur rimanendo sempre coerente a se stesso. Ha collaborato con altri artisti come Enzo Jannacci, Fabrizio De André, Paolo Belli e Sergio Caputo, per citarne alcuni. Quest’anno il suo album d’esordio, Cartoons (vincitore del Premio Tenco), compie trent’anni. Lo abbiamo incontrato per intervistarlo e per farci svelare qualche piccola anticipazione sui progetti a cui sta lavorando ora.

Partiamo dai tuoi progetti di lavoro. A che cosa stai lavorando?

Quest’anno sono trent’anni anni dal mio primo album Cartoons, anche se a me sembra l’altro giorno. Ho diversi progetti legati al trentennale: forse un album con canzoni prese qua e là dal mio repertorio e qualche inedito. E poi c’è un’operazione cinematografia su di me, sulla mia storia, sulle mie collaborazioni e sulla mia carriera. Devo ringraziare Vincenzo Mollica, il mio primo vero talent scout, che ha fin dall’inizio creduto nella mia musica: un pezzo come Le donne di Modena, che cambia tre tempi, non è radiofonico né commerciale e invece ha fatto il disco di platino. Vincenzo mi ha sempre sostenuto.

L’ironia e la sagacia ti contraddistinguono fin dagli esordi.

I miei stessi discografici erano stupiti che vendessi così tanto. E mi portavano come esempio Iannacci che per loro non vedeva perché era ironico. Io sono stato il primo ad avere successo grazie all’ironia. Dopo di me tutti hanno venduto “ironia”. Dicevano che ero genovese e quindi dovevo essere triste. All’inizio molti credevano che fossi emiliano perché ero ironico. Assurdo, se pensi che Genova ha sfornato una scuola di comici straordinari. Nel documentario che gireremo ci saranno poi diversi contributi: da Vincenzo Mollica a Giorgio Conte, che è stato il mio primo produttore, fino a Andrea Braido che è uno dei più grandi chitarristi italiani…

Hai grandi doti interpretative oltre che canore…

Essendo eclettico riesco a passare da un registro all’altro. Durante i miei concerti si capisce bene chi sono. Sono anni che le persone vengono a sentirmi dal vivo e mi dicono che non si aspettavano fossi così multiforme e camaleontico. Il mio fil-rouge è la mia voce. È talmente mia che nemmeno gli imitatori riescono a imitarmi! È il massimo per un artista, anche se al livello di marketing è una fregatura perché sono meno “cantabile”. Io le canzoni le costruisco sulla mia voce, fatta di picchi e di sali scendi continui.

Cos’è un musicista per te?

Un artista che è tale in quanto unico. Rimane nel tempo chi ha apportato delle novità. La musica è un’arte prima di essere un prodotto, si deve partire sempre dall’arte e dallo studio. La musica non è una moda. Qualche mese fa ho incontrato dei ragazzi del liceo che ovviamente non sapevano chi fossi. Alla fine si sono venuti a fare i selfie perché erano contenti di avermi scoperto. La colpa non è loro, il problema è che non conoscono perché tendono a standardizzarli. Frank Zappa, in un’intervista, disse che una volta i discografici fumavano il sigaro, ci mettevano i soldi e non ci capivano nulla di musica ma ci lasciavano fare. Ora è diverso, non ti fanno rischiare, resti immobile se non trovi il produttore illuminato.

Come arrivi a scrivere un testo e quali sono le tue maggiori fonti di ispirazione?

Quando scrivo una canzone non penso di arrivare a questo o a quel fruitore, la scrivo per tutti. Io all’inizio della mia carriera riuscivo a prendere il Premio Tenco e a vincere il Festivalbar con lo stesso disco. Le mie canzoni non sono destinate agli intellettuali, sono comprensibili e fruibili da tutti. Hanno sempre più livelli di lettura. Di solito chi è stato ai miei concerti torna a vedermi. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto partendo da mie idee. E sono felice di essere libero di sbagliare. L’arte è libertà. Sono un outsider totale e in trent’anni di carriera ho seminato tantissimo… lo scorso anno ho fatto settantanove concerti, per dire.

 

Semplicemente Donne

Sono giorni che giro intorno alle parole: arrivano e poi sfuggono in modo quasi fulmineo. Ora mi siedo, ho tempo per me, per noi. “Mamma, vieni un attimo!?”. Certo cucciolo della mamma, arrivo subito. Ok, ho salvato il pianeta da un’invasione zombie con una pistola giocattolo, creato una navicella fatta di sedie e lenzuoli; badate bene si entra digitando un codice segreto “Cetriolino 002″… ops, l’ho svelata, ma almeno potrete salvarvi anche voi! Dopotutto la navicella è grande.

Comunque ora riesco a concentrarmi, dopo il meeting con la Direttrice editoriale, mi è balenata un’idea e vorrei concretizzarla . Ora sono pronta a scriverlo, perché -“Mammaaaa!! Che mi aiuti a ripetere la lezione di Geografia?”. Certo cuore mio, mamma arriva subito! Ok, lezione ripassata, fiumi e laghi del Lazio ancora con gli stessi nomi di quando li studiavo io; adesso ho il diritto di dedicarmi al pezzo in Santa Pace.

Allora, sarò ripetitiva ma è davvero importante che tu, possa capire che il messaggio che voglio inviarti è unico e semplice.. “Amore di mamma, come stai? Hai preso l’appuntamento col dentista?”. Mamma, buonasera che tempismo, stavo per chiamarti! Scusate, Giuro che ho finito con i figli e i parenti di sangue più prossimi.

Torniamo a noi, mi è balenato nella mente un pensiero quasi fisso: le persone multitasking: nello specifico, noi donne. Noi mamme, noi lavoratrici, noi amiche, noi figlie, noi cognate o cugine insomma, noi! Noi che corriamo, lavoriamo, ridiamo e ci sediamo. Noi attente ai figli, ai compagni, ai genitori, al lavoro… Noi che leggiamo e ci stupiamo ancora, noi che osserviamo il cielo e immaginiamo mondi migliori. Noi che non abbiamo troppa paura perché non abbiamo tanto tempo per averla, noi: sole, in compagnia, noi lottatrici e cuoche. Noi che chattiamo mentre seguiamo il tg e riordiniamo la tavola.

“Amoreee, dove hai messo i jeans nuovi?”. Ecco, appunto. Noi Donne multitasking, o più semplicemente, noi Donne.

Mirtilla Amelia Malcontenta

I love Londra

I LOVE LONDRA di Lindsey Kelk (Newton Compton)

«Angela». Alex fu il primo a spezzare il silenzio. «Li vuoi dei figli, vero?» «Non per cena». Mi chiamo Angela Clark, e quando sono agitata faccio battute. Brutte. Freddure, se possibile.

Questo romanzo è frizzante e brioso, l’autrice Lindsey Kelk ci accompagna tra le pagine di questa commedia con una scrittura fluida e unica, permettendo al lettore di conoscere a fondo le dinamiche che s’intrecciano tra i vari personaggi. Fulcro della storia è la dolcissima quanto goffa Angela Clark, giovane giornalista freelance inglese che dopo una cocente delusione d’amore fugge dalla sua amata Londra, a New York. Senza pensarci troppo, senza chiudere davvero il passato alle spalle: lascia i suoi genitori, il fidanzato fedifrago, la sua quotidianità scandita dai ritmi di questa metropoli per fuggire nella grande mela. New York l’accoglie a braccia aperte, regalandole il vero amore in Alex giovane musicista in ascesa, nuove amiche e il sogno lavorativo di sempre, fondare e dirigere una rivista. Ma il passato torna prepotentemente a bussare alla sua porta, quando deve tornare a Londra. Si riaffacciano i fantasmi del passato, il rapporto conflittuale con la madre e Mark, l’ex che le ha spezzato il cuore. Attraverso questo ritorno in patria, Angela metterà di nuovo alla prova se stessa, ora è una donna diversa e più forte, la vita l’ha temprata, New York l’ha cresciuta.

In una centrifuga di rocambolesche situazioni esilaranti e dolcissime, Angela, la sua famiglia e i suoi amici saranno fonte di risate e riflessioni per chi leggerà questo suo nuovo romanzo pubblicato da Newton Compton Editori.

Mirtilla Amelia Malcontenta