L’amore secondo me di Cassandra Rocca

L’ amore secondo me di Cassandra Rocca

“A cosa pensi quando mi guardi?

“Non penso. È questo il problema.”

Cassandra Rocca è tornata… Finalmente! E lo fa, con un romanzo davvero incantevole, edito da Newton Compton. Come la protagonista di una brillante pièce teatrale, la scrittrice  si riaffaccia sul palcoscenico letterario con questo suo ultimo libro; e lo fa con capacità e voglia di sorprendere. Perché L’amore secondo me racconta una storia brillante e romantica che non può che essere amata e apprezzata.

Il suo stile scorrevole, mi ha permesso di leggere in pochissimo tempo il libro e di viaggiare lontano arrivando a visitare Snowy Pine, piccolo e caratteristico paesino di montagna incastrato tra il Vermont, il New Hampshire e il Canada. Sarà proprio questa scheggia di paradiso montano, reso ancora più fiabesco nel periodo natalizio, a fare da sfondo e supporto alla storia che vede protagonisti un giovane architetto newyorkese Taylor Andrews, che deve effettuare dei rilievi su un terreno in vendita per conto del grande studio per il quale lavora, e Ryan Greenwood artigiano talentuoso e volontario dei vigili del fuoco, portavoce della comunità che non intende affatto lasciare il terreno in mani sconosciute.

Tutto ruota tra le totali e diametrali differenze di vita dei due protagonisti. Taylor arriva dalla città con l’intento di portare il progresso industriale e la tecnologia, mentre Ryan e il resto della comunità sono profondamente innamorati del luogo proprio perché lontana anni luce dall’industrializzazione e il progresso. Hanno scelto di vivere e di continuare a farlo, rispettando le leggi della natura che li circonda e che li ha accolti da molto tempo. La comunità del piccolo paese non accoglierà affatto bene Taylor, ma lei non si lascerà intimidire molto facilmente; sarà proprio il suo carattere a colpire Ryan e far scoccare la scintilla alla velocità della luce.

Un amore destinato a nascere e crescere in pochi giorni, perché Taylor deve tornare alla sua vita metropolitana, ma il cuore e la sua anima sono pronti a lasciarsi dietro tutto quello che Ryan le ha donato e la pace che i paesaggi incontaminati, le hanno regalato? La magia del Natale riuscirà a rendere questa relazione più forte del destino che sembra già delineato all’orizzonte? Taylor e Ryan sono una coppia della quale è impossibile non innamorarsi… come è impossibile non perdersi tra le pagine di questo libro. La voce e la musica di Tiziano Ferro, hanno accompagnato il mio viaggio a Snowy Pine. Buona lettura!

“Perché l’amore, in fondo, è esattamente così: una luce improvvisa e quasi magica, difficile da vedere… ma possibile, trovandosi nel posto giusto, al momento giusto.”

Mirtilla Amelia Malcontenta

Annunci

Il nero e l’argento di Paolo Giordano

IL NERO E L’ARGENTO – Paolo Giordano – Einaudi 2014 pp. 118

Ogni coppia felice è felice a suo modo, si potrebbe dire, riadattando un celebre incipit. E ogni coppia felice può non essere consapevole di quanto precario sia l’equilibrio di certe felicità, né accorgersi quando – per un motivo apparentemente estraneo alla coppia – quella felicità si trasforma repentinamente nel suo opposto.

È quanto accade a Nora e suo marito, che da un giorno all’altro si devono confrontare con l’assenza della signora A. Non è facile sintetizzare chi sia la signora A. e quale ruolo abbia nelle loro vite: non abita in città, è credente, tradizionalista; pur essendo più legata a Nora, riconosce il marito come pater familias e gli attribuisce diritti quasi superiori a quelli della moglie. La signora A si insinua nella famiglia che la accoglie, rendendosi a poco a poco indispensabile, e quasi imponendo i propri modi di fare: lei conserva i propri, Nora e il marito si adeguano ai suoi. Eppure, nonostante la differenza che li separa da loro, la signora A. diventa ben presto una di famiglia, elemento fondamentale per gli equilibri della coppia e nei rapporti con le rispettive famiglie. Una madre – anche se nessuno lo dice –, una nonna per il loro unico figlio. Arrivo a questa lettura dopo essere passata per Divorare il cielo (Pink Magazine Italia, Inverno 2018-19 p. 77) e mi sembra che ancora una volta uno dei temi cari a Giordano sia quello dei legami familiari non strettamente legati alla consanguineità. La signora A. diventa “madre” perché sa prendersi cura di loro, e la cura è una delle principali e inequivocabili manifestazioni dell’affetto.

Per questo anche l’unione della coppia sembra scricchiolare quando la signora A. si sottrae e, presa dalla preoccupazione per la sua malattia, pare tornare a pensare a sé stessa. Orfani si sentono Nora e il marito, incapaci sulle prime di elaborare il distacco di una persona diventata familiare ma che propriamente “di famiglia” non può dirsi. Quasi non autorizzati a provare dolore, ma al tempo stesso ben consci del vuoto che la signora A. ha lasciato.

Se chi si prende cura di noi (in quanto coppia) si allontana, allora la necessità di tornare a prendersi cura di noi stessi e dell’altro si fa impellente. E se ci si fosse disabituati a farlo? Anche solo a esprimere il bisogno di “cura”? Ci vuole un attimo perché il silenzio si insinui in una coppia e prenda a dimorarvi quasi fosse uno spazio fisico.

Il nero e l’argento è un lungo racconto che parla di una forma insolita e non codificata d’amore e di una crisi. I silenzi dei suoi protagonisti, di fronte ai quali il lettore si trova, sono però capaci di smuovere in lui pensieri e riflessioni, che vanno – e sono certa che Giordano ne sia stato consapevole – ben al di là di questa singola storia.

Alessandra Penna

Ci vediamo fuori luogo

 

Ci vediamo fuori luogo è il nuovo romanzo di Roberta Ginevra Cardinaletti, il terzo, ed è la storia di Martina. Quanto c’è di te in questo nuovo romanzo e qual è il messaggio che vuoi passare al lettore? “C’è sempre molto di me nei miei libri, non solo di ciò che ho vissuto e provato in prima persona, anche di ciò che assorbo dalle persone che incontro. Credo che il messaggio possa essere molteplice perché passa inevitabilmente attraverso la percezione del lettore, attraverso la sua esperienza, e questo è un bene perché non ho leggi da insegnare, desidero semplicemente dare spunti di riflessione, far fermare le persone e dire: Questo l’ho provato anch’io oppure Questo è un modo diverso di vedere una situazione che ho vissuto. Mi piace stimolare la curiosità del lettore”.

Attraverso le esperienze della vita della protagonista, attraverso la visione a colori della realtà che si trova a percorrere e affrontare, l’autrice e psicologa, lascia un universale messaggio di leggerezza da non confondere con la superficialità. La leggerezza è un modo nuovo di planare sulle cose, dall’alto, uno strumento necessario per liberarci dalla pesantezza di alcune situazioni e comportamenti gravati dal giudizio: il nostro e quello degli altri. Un giudizio che appesantisce il nostro viaggio e logora la nostra energia emozionale: ecco perché a volte ci sentiamo stanchi e non c’è riposo fisico che ci possa giovare. In fondo, la vita è un gioco, come dice Ginevra, un gioco in cui la risorsa più importante è il coraggio: il coraggio di prendere per mano le redini della propria esistenza e vivere da protagonista, in modo consapevole. E avere coraggio non è poi così banale: avere coraggio significa mettere da parte ogni scusa, prima fra tutte la procrastinazione; avere coraggio significa non rimandare a domani, nessuna cosa, nessuna azione, nessun comportamento, perché domani non esiste, perché domani è una dolce bugia che ci raccontiamo per non affrontare i cambiamenti, che in realtà non solo sono essenziali, ma inevitabili, e che se contrastati portano a condizioni di crisi e di auto sabotaggio. Quand’è che possiamo dire di essere veramente cambiati? E che cosa ci può aiutare a realizzare il cambiamento che vogliamo nella nostra vita? “A volte è importante guardarsi indietro per rendersi conto di quanto si è fatto e di quanto siamo cambiati. Spesso abbiamo l’impressione di stare fermi solo perché non abbiamo fatto cambiamenti clamorosi o repentini, ma se osserviamo il corso della nostra vita, possiamo renderci conto di quanto invece siamo cambiati e quante cose abbiamo cambiato. Per realizzare i cambiamenti che ci stanno a cuore, credo sia importante avere una forte determinazione e non concedersi scuse. Ogni volta che non ci sembra il momento giusto perché magari abbiamo altro da fare, allora dobbiamo chiederci: Qual è la mia priorità? e non perderla mai di vista”.

Il cambiamento è tanto più profondo quanto più lo cerchiamo ma non lo forziamo, cambiamo senza accorgercene. A volte ci rendiamo conto di essere cambiati solo quando siamo già cambiati, ad esempio quando cambiano i nostri gusti, anche quelli più banali, come cominciare a prendere il caffè senza zucchero oppure quando capiamo che possiamo fare a meno di alcune cose o di alcune persone, soprattutto quelle che riescono a fare a meno di noi. Decidere con chi condividere il nostro tempo ci permettere di dare valore a noi stessi oltre che agli altri, ci permette di scegliere a chi dare la nostra attenzione, significa aver trovato il coraggio e la forza di riconoscere la nostra bellezza e di non svenderla, ma portarla in dono a chi ne riconosce l’essenza e il valore. Che cos’è che ci impedisce di scegliere con chi stare e di subire la presenza di persone che ci stressano? “Il cambiamento, di qualsiasi natura, richiede sempre molto coraggio. È molto più facile lamentarsi di una situazione o di una persona, anziché provare a cambiare qualcosa. A volte abbiamo bisogno di sapere che quello che non facciamo e quello in cui riusciamo non è colpa nostra, ma è colpa delle persone che ci limitano, ci ostacolano. Allontanarci da queste persone ci metterebbe di fronte al dovere, verso noi stessi, di agire, di assumerci la totale responsabilità della nostra insoddisfazione, e questo richiede molta forza e determinazione”.

Grazie Ginevra per essere stata con noi e per averci donato degli spunti utili per avere nuove prospettive di interpretazione di noi stessi e della realtà, per trovare nuovi o rinnovati profili e riuscire a mostrarli agli altri. Grazie per i costanti messaggi di fiducia e speranza presenti nei tuoi libri, che di fiducia abbiamo bisogno più del pane nei periodi di crisi e di rinnovamento come quelli che viviamo tutti i giorni sia a livello personale sia sociale. Ed è con il messaggio che più di tutti rimarrà con me che voglio salutare i lettori di Pink: se bastano cinque dita per sette note, allora tutto è possibile, come la musica.

Arrivederci a Ginevra su Pink Magazine Italia!

 

 

 

 

 

La scienza e noi

LA SCIENZA E NOI

SEI LUNEDÌ PER PARLARE DEL FUTURO

 

 

Dopo il grandissimo successo delle passate edizioni, che hanno registrato sempre il tutto esaurito, riprende quest’anno al Piccolo Eliseo il terzo ciclo di incontri La Scienza e noi. 

La rassegna è a cura di Viviana Kasam, giornalista e presidente di BrainCircleItalia, associazione no-profit nata sotto l’egida di Rita Levi Montalcini con l’obiettivo di incentivare la divulgazione scientifica con focus sui rapporti tra cultura e cervello e del loro impatto sulla trasformazione del quotidiano. 

Per sei lunedì, a partire dal 4 febbraio fino al 15 aprile, scienziati di rilievo internazionale si rivolgeranno ad un pubblico eterogeneo per trasmettere, attraverso un linguaggio discorsivo e per non addetti ai lavori, l’emozione e la bellezza della scienza. 

L’intento quest’anno – racconta Viviana Kasam – è riuscire a spiegare al grande pubblico le nuove frontiere della ricerca scientifica, dall’intelligenza delle piante al suono del pensiero, dalla neurolinguistica alla parapsicologia, dall’esistenza del tempo alla Mate-magia che spiegherà come la magia inganna il cervello e come la matematica si struttura nel nostro pensiero”.

La manifestazione, a ingresso gratuito, è di forte richiamo non solo per ricercatori e appassionati ma soprattutto per gli studenti che interagiscono ad ogni incontro con gli scienziati anche on line, grazie alla diretta in streaming su www.brainforum.it, curata dalla media strategist Luisa Capelli. Nelle passate edizioni La scienza e noi ha registrato sulla sua pagina Facebook migliaia di visualizzazioni.

 

GLI APPUNTAMENTI:

Dall’intelligenza delle piante il nostro futuro è il primo appuntamento in programma  lunedì 4 febbraio alle ore 20.00.

Interverranno Renato Bruni, Università di Parma e Barbara Mazzolai, IIT (Pontedera).

Quello che le piante possono insegnare passa attraverso la loro diversità, non solo di forme ma anche per il modo in cui leggono il mondo e vi si adattano. La fotosintesi clorofilliana per esempio è un sistema ecologicamente perfetto per produrre energia per effetto delle dinamiche evolutive.

L’intelligenza delle piante ispira oggi anche la ricerca della robotica che, imitando le capacità dell’apparato radicale, sta sviluppando nuovi robot per il monitoraggio dei suoli e per l’esplorazione di ambienti impervi.

Renato Bruni insegna all’Università di Parma, dove si occupa di fitochimica. È co-fondatore del gruppo di ricerca LS9-Bioactives & Health, che studia il legame tra botanica, chimica, salute e nutrizione. 

Da diversi anni conduce una intensa attività di divulgazione sui temi della botanica e per Codice Edizioni ha pubblicato Erba Volant – Imparare l’innovazione dalle piante, con il quale si è aggiudicato lo Science Book Award 2017 e Le piante son brutte bestie, dedicato alla scienza del giardinaggio. I suoi libri sono stati tradotti in Germania, Cina, Turchia, Francia. Da quasi 10 anni cura il blog erbavolant e una omonima pagina Facebook sulle complicate relazioni ecologiche e culturali tra uomini e vegetali.

 

Barbara Mazzolai, biologa con un dottorato in ingegneria dei microsistemi, è attualmente la direttrice del Centro di Micro-BioRobotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Barbara lavora da sempre su tematiche legate al mondo naturale e al monitoraggio ambientale, tant’è che la sua attività le è valsa numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso premio “Marisa Bellisario” e la Medaglia del Senato. Grazie al suo spirito innovativo nel settore della robotica, nel 2015 è stata anche riconosciuta tra le 25 donne più influenti nel settore della robotica.

 

 

18 febbraio: Dalle lingue impossibili al suono del pensiero: un viaggio nella neurolinguistica

Andrea Moro, Scuola Universitaria Superiore –IUSS Pavia

 

4 marzo: Il tempo esiste solo nel nostro cervello?

Domenica Bueti, Sissa di Trieste e Mauro Dorato, Università di Roma Tre

 

18 marzo: Magia, cervello e matematica: come i numeri governano il nostro pensiero 

Antonietta Mira, Università della Svizzera italiana e Università dell’Insubria e Giorgio Vallortigara, Università di Trento

 

1 aprile: Leggere il pensiero: dalla parapsicologia alla scienza

Fabio Babiloni, Università la Sapienza

 

15 aprile: Blockchain: oltre il bitcoin c’è di più

Renato Grottola, direttore generale Trasformazione digitale di Dnv GL–Business Assurance

 

 

Piccolo Eliseo – ore 20.00

Via Nazionale 183 – 00184 Roma

Ingresso libero fino a esaurimento posti

Prenotazioni: cultura@teatroeliseo.com

Info: www.brainforum.it

 

Ufficio Stampa: Madia Mauro

Comunicazione: Maria Luisa Migliardi Euro Forum srl

Organizzazione: Elisa Rapisarda

Riprese video: Sandro Ghini

Woman Before a Glass

Laboratori Permanenti

presenta

Woman before a glass

(Donna allo specchio).

Trittico scenico in quattro quadri di LANIE ROBERTSON.

Traduzione italiana Gloria Bianchi.

Con Caterina Casini

Regia: Giles Stjohn Devere Smith

Scenografia: Stefano Macaione

Costumi: Stemal Entertainment Srl

TEATRO PALLADIUM DI ROMA

DALL’1 AL 3 FEBBRAIO 2019

Dopo il debutto al Festival di Todi e le repliche al Teatro Quarticciolo di Roma, gli applausi di Torino, Livorno e tante altre città italiane torna nella Capitale, Woman Before a Glass il trittico scenico in quattro quadri di Lanie Robertson. In scena Caterina Casini diretta da Giles Stjohn Devere Smith, al Teatro Palladium dall’1 al 3 febbraio 2019.

Attraverso un linguaggio disinvolto e trasgressivo (così com’era la stessa Peggy), lo spettacolo racconta alcuni momenti degli ultimi anni della Guggenheim. Si tratta di un assolo, diviso in quattro quadri. La performance offre così la possibilità al pubblico di guardare il mondo e l’arte contemporanea attraverso gli occhi di Peggy Guggenheim: ciò che ha cercato, indagato, scoperto, sofferto, sostenuto e promosso.

Com’è noto, Peggy acquistò Palazzo Venier dei Leoni a Venezia, dove raccolse la sua straordinaria collezione d’arte moderna. Nel testo di Robertson sono ripercorsi i momenti drammatici della guerra, la fuga di Peggy dalla Francia per le persecuzioni naziste – durante la quale nascose tele e sculture tra i piatti e le vettovaglie di cucina -, i difficili rapporti con mariti e amanti. Emergono i suoi momenti di forza e le sue debolezze: il rapporto conflittuale con la figlia, morta suicida; gli affari con i più importanti musei del mondo; i suoi rimpianti, le nostalgie e il lento scivolare verso la serenità della fine.

Peggy Guggenheim fu una donna capace di intuire il mondo che la circondava; era coraggiosa, credeva negli artisti su cui puntava, anche se il resto del mondo ancora non sapeva riconoscere: parliamo di Pollock, Kandinsky, Mirò, Bacon, Ernst e tanti altri. C’è una componente essenziale che Peggy trasmette al pubblico: la tensione che vive e si specchia nella certezza e nei ricordi; gli amanti, i colori, i pittori, i vestiti, il fumo, gli amici, le macchie, l’acqua, il dramma.

Ogni momento viene rievocato dalla sua memoria rivivendo nei due blocchi scenografici. La tecnica del video-mapping permette di isolare parti di una superficie creando quindi una “mappatura bagnata” dalla video-proiezione.

INFO:

TEATRO PALLADIUM

piazza Bartolomeo Romano, 8 – Roma –

Tel: 06 5733 2772 – – teatro@uniroma3.it

https://www.facebook.com/

Attivo due ore prima dello spettacolo il numero: 0657332768

Prenotazioni via e-mail biglietteria.palladium@; prevendite www.liveticket.it/

Info line per prenotazioni cell 350 011 9692 (attivo tutti i giorni, 11:00-13:00 / 16:00 – 20:00)

Biglietti intero 18€, ridotto 12 €, studenti 8 €

Qual è lo scopo della vita?

La vita non ha scopo, se non la vita stessa.

Da una prospettiva di progressione temporale appare evidente che la Vita si esprima, su questo Pianeta, in forme sempre più complesse ed autocoscienti. Inizialmente vi era solo il regno minerale, poi quello vegetale, quindi quello animale ed infine l’essere umano. Pare che la vita si sia evoluta in forme sempre più raffinate fino a darsi l’opportunità di conoscere se stessa, tramite l’essere umano. Questo è ciò che sta accadendo e con ogni probabilità, accadrà sempre più.

Ma da un punto di vista di atemporalitá tutto questo non ha senso. Se il Big-Bang e la dissoluzione di questo universo stanno avvenendo ora, appare evidente che questa coscienza conosca se stessa fin da principio, essendo anche questo momento di riconoscimento sempre adesso. Quindi la vita non ha scopo se non la vita stessa.

Questo vuoto che sei vuole vivere qui! Vuole ridere, piangere, gioire, innamorarsi, esprimersi, sentire il vento sulla pelle, guardare lo splendore della natura, emozionarsi di fronte ad un tramonto, provare paura, perché no? La tensione, la rabbia, l’angoscia, la delusione, la disperazione, tutte esperienze da vivere appieno e sentire visceralmente. Emozionarsi, parlare, vedere i colori, abbracciarsi, litigare, fare pace, amare, ridere.

Dal Nulla sta apparendo tutto questo spontaneamente, non è forse già questo il miracolo? Nessun karma da espiare, nessun passato, nessun futuro, questo singolo eterno istante da accogliere e vivere così com’è, inclusa, quando sorge, la voglia di “migliorarsi”, di “crescere”, di “evolvere”, di fare del proprio meglio.

Questo è il suo scopo, vivere e basta. Tutto il resto penso sia speculazione mentale e spirituale che lascia il tempo che trova, esattamente come questo testo.

Il coraggio di Irena Sendler

Risultati immagini per Irena Sendler

Irena Sendler nacque a Varsavia nel 1910 da una famiglia socialista. Polacca e cattolica, cominciò la sua attività di opposizione alle persecuzioni antisemite già dall’università dalla quale proprio per questo motivo venne espulsa per tre anni.

Diventò assistente sociale nell’amministrazione comunale e dal 1939 al 1942 diede aiuto a numerose famiglie ebree residenti a Varsavia fornendo loro documenti falsi. Si unì al Consiglio di Aiuto degli ebrei fondato nel dicembre del 1942 noto con lo pseudonimo Zhegota, un gruppo clandestino di polacchi, ma anche di ebrei appartenenti a schieramenti politici di destra e sinistra, rimasto attivo fino a gennaio del 1945.

All’associazione clandestina guiderà il dipartimento per l’infanzia, porterà in salvo 2500 bambini, sottraendoli al destino previsto per loro presso il ghetto di Varsavia, il più grande ghetto europeo nel quale furono uccise 450.000 persone.

Ottenne un lasciapassare come infermiera addetta ai controlli per la diffusione delle epidemie sotto lo pseudonimo di Jolanta, una rete di soccorso interna al ghetto. Indossava sempre una stella di David per essere del tutto credibile. Nelle sue lettere scrisse: «L’enorme numero di bambini messi in salvo da Zhegota andava catalogato e ricordato, nonostante l’enorme pericolo che questo tipo di operazione comportava, perché era l’unico modo per consentirne, a guerra finita, il ritorno alle famiglie d’origine e perché basandosi sull’elenco in cui erano annotati gli indirizzi ai quali ciascun bambino veniva destinato, potevano essere recapitati i soldi per coprire le spese di soggiorno».

Le liste venivano scritte su foglietti nascosti in casa della stessa Irena e poi trasferiti in un barattolo sotterrato nel giardino di un amico fidato della Sendler.

Per far sì che il suo compito potesse essere compiuto, i bambini venivano sedati e rinchiusi in sacchi per farli sembrare morti di tifo, nascosti tra stracci sporchi di sangue all’interno di ambulanze o dentro casse di attrezzi trasportate nel furgone di un tecnico del comune che teneva sul sedile anteriore il suo cane addestrato ad abbaiare in presenza di soldati nazisti, per poter coprire il pianto dei bambini.

Una volta in salvo, alcuni bambini venivano affidati a famiglie residenti nelle campagne, altri portati in conventi cattolici o presso i preti che li nascondevano nelle canoniche.

Irena scrisse, ancora: «Dopo la fine del conflitto ho affidato gli elenchi ad Adolf Berman, tesoriere di Zhegota che a guerra conclusa divenne presidente del Comitato ebraico di aiuto sociale.  Egli, con l’aiuto degli attivisti a lui subordinati, prelevò i bambini dagli istituti polacchi gestiti da ordini cattolici o dalle famiglie private che li nascondevano. Il mio ruolo si esaurì sostanzialmente qui; non ricordo i loro nomi e loro non seppero mai il mio, dopo tutto, ciò fu indispensabile per la sicurezza di tutti. Per loro io ero solo “Auntic Jolanta”».

Riuscì nel suo nobile intento, se non che nel 1943 venne arrestata dalla Gestapo e torturata, ma ciò non bastò a farla parlare. Venne condannata a morte, ma proprio quando il suo triste destino stava per compiersi, la rete della resistenza polacca riuscì a farla fuggire facendo scrivere il suo nome tra i prigionieri già morti.

Dopo la guerra, ormai abituati a quella nuova vita, i bambini non volevano tornare dalle loro famiglie di origine e in diversi casi fu necessario l’intervento del giudice.

Le istituzioni ebraiche si trovarono a dover gestire l’adattamento dei bambini alle nuove e diverse condizioni. Fu necessario un lungo lavoro per rintracciare i parenti più o meno lontani così da ricreare un legame con le famiglie d’origine, nella maggior parte dei casi sterminate nel ghetto.

Dopo la fine della guerra, Irena, ottenuto il divorzio dal suo primo marito Mietek Sendler, si risposò con Stefan Zgyzebski dal quale ebbe due figli: Adam e Janka. Tornò presso i Servizi Sociali di Varsavia ma non alla normalità, in quanto ormai marchiata come sovversiva dal partito comunista polacco, e le sue azioni, seppur incredibili e coraggiose, costarono ai suoi figli, nonostante il conflitto concluso, la possibilità di iscriversi e frequentare l’università di Varsavia.

Irene morì il 12 maggio del 2008 a Varsavia, e venne sepolta nel cimitero polacco della città. Venne proposta come premio Nobel per la pace nel 2007, ma il premio non le fu assegnato.

Il coraggio di Irena Sendler è il film biografico del 2009, diretto da John Kent Harrison, con Anna Paquin e Marcia Gay Harden e che narra la vita di questa donna coraggiosa, e chi con lei. Un film molto bello e curato, da vedere per comprendere in modo totale questa dura e crudele realtà.

Risultati immagini per Irena Sendler film

Immagine correlata

Pink Party

Venerdì 22 febbraio 2019 alle ore 18.30 tutti invitati al Riot Laundry Bar di Napoli per il nostro #PinkParty!

#SaveTheDate

Evento organizzato grazie all’infaticabile e splendida Marilena Cracolici che ringrazio pubblicamente. Senza di lei non sarebbe stato possibile creare questa magia.

Interverranno tanti amici di Pink Magazine, tra cui la love coach Madeleine H., l’artista Pietro Ciliento Art che esporrà le sue opere.

Vi aspettiamo numerosi

Cinzia Giorgio

(grazie a WebstudioDesign che ha curato la parte grafica)

Shout to the Pop – AltaRoma

 

L’Accademia Altieri Moda e Arte, in occasione dell’edizione 2019 di AltaRoma, ha presentato l’evento Shout To The Pop presso la propria sede di Roma in via Lucrezio Caro, 67. Moda e musica si intrecciano per dar vista a percorsi e scambi creativi molto profondi, oltre a un importante spaccato delle competenze che gli studenti acquisiscono attraverso i diversi corsi di studi.

 

 

Un evento che come sempre coinvolge tutti i gradi, a partire dagli allievi del 1°, anno che si sono cimentati nella realizzazione di mini abiti fantasia. Si parte da vestiti sartoriali, con tessuti effetto metallo multicolore, ai quali si applicano gemme, legno, piume carta, materiali plastici a loro volta ricamati con paillettes, piume e mini fotografie. Un lavoro di pura arte creativa ma soprattutto di manualità acquisita gradualmente attraverso varie tecniche. Ogni mini abito associato a un personaggio icona della musica pop passata e presente.

 

 

A seguire gli allievi del 2° anno con la realizzazione di otto abiti su manichini a misura reale. Il Leitmotiv è la ricerca e la sperimentazione. Il risultato un mix di fantasia, saper fare e sbalordire…In che modo? Guanti in lattice per creare un abito gommoso; corteccia sfilacciata effetto liane intrecciate su una gabbia di filo di ferro; plastiche bruciate che danno la parvenza di latta accartocciata; cerchi ricavati da bottiglie di plastica che formano una gonna sopra un body realizzato con applicazioni a mosaico di piccoli pezzetti di legno multicolore. Ma non è finita. A dimostrazione delle capacità sartoriali acquisite, i ragazzi del 3° anno hanno realizzato un unico abito in tessuto dove la particolarità si ritrova nel materiale utilizzato per le applicazioni: ceralacca, silicone e gel. Stesso concept per gli studenti del corso di modellismo e sartoria che hanno creato dei modelli già esistenti di stilisti affermati, partendo da uno studio fatto di tagli sartoriali con l’utilizzo di tessuti comuni e materiali particolari che si fondono.

 

 

Gli allievi del corso di vetrinista e visual merchandiser si sono occupati delle scenografie e degli allestimenti. Infine gli allievi del corso di trucco e di acconciatura hanno creato il make up e l’hair stylist della modella che ha indossato l’abito di punta degli allievi del terzo anno. Un evento che si pone come un viaggio tra creatività, senso estetico, fantasia unita a curiosità, intuizione e grande manualità grazie al percorso di studi fornito dall’Accademia Altieri Moda e Arte. Tutto si fonde in una immagine visiva che trasforma, nella sua manualità, il lato più moderno di un lavoro creativo che supera le barriere comunicative e si impone come linguaggio universale.

 

Come scegliere un computer, guida per impediti

Se dobbiamo acquistare un computer per la prima volta o cambiare quello che abbiamo, ci facciamo un giro nei negozi di elettronica per vedere cosa offre il mercato e anche per stabilire un criterio di scelta.

Sfatiamo un mito: la bellezza non è un criterio.

Il computer non è un accessorio moda, o un oggetto d’arredo, benché questo triste mondo malato ci voglia convincere del contrario. Ho visto gente comprare fotocamere reflex da 1000 euro e poi piazzarle in composizioni fotografiche come oggetto di scena e scattare la foto con il cellulare… Controsensi ne abbiamo?

Il computer è uno strumento di lavoro, perciò bisogna considerare che prestazioni vogliamo da questo strumento.

Quindi, oggi vi spiego per sommi capi cosa significhino le scritte e i numerini sulla scheda tecnica dei computer in esposizione così che possiate capire cosa avete davanti e soprattutto per valutare in modo opportuno il rapporto qualità-prezzo. 

1. Il processore

C’è ma non si vede, è il cuore pulsante del computer e da esso dipende l’intera performance di tutte le componenti.

Celeron, Turion, i3, i5, i7, sono i nomi dei vari processori, ma sappiate già che nel 2018, i processori Celeron e Turionsono stra-superati. Se un pc costa poco (davvero poco), e nella scheda tecnica leggete “Processore Turion/Celeron”, sapete già il perché: è un pc tecnologicamente vecchio. 

La potenza del processore si misura in GigaHertz, ed è detta anche velocità di clock, quindi quando leggete il numerino 1.6 GHz, 2.6 GHz, 3.9 GHz, state guardando la potenza del processore. Più il numerino è alto, più il processore è potente. Oggi come oggi, credo che una velocità di clock minima accettabile per una persona che con il pc ci lavora sia 2.6 GHz. Di meno, è un computer alquanto basic. 

Sì, ci sono dei Mac con 1.6 GHz di clock (tipo il MacBookAir), ma il discorso vale anche per loro.

Che differenza c’è tra un processore i3, i5, i7? Che l’i3 è consigliabile a quelli che con il pc non ci fanno nulla se non navigare in internet a tempo perso, controllare un po’ di mail e scrivere due righe ogni tanto. Chi lavora e magari deve usare programmi specifici per determinate attività (tipo gli architetti che hanno bisogno di software grafici), io consiglio almeno un i5. L’i7 è il più potente ed è indicato per chi il computer lo sovrasfrutta, spingendolo ai limiti delle sue capacità di calcolo.

Gli i3, i5 e i7 però non sono tutti uguali, oggi siamo arrivati all’ottava generazione, quindi fate caso anche a quella, sulla scheda tecnica! Quelle inferiori sono superate.

2. La RAM

È la Random Access Memory, ossia la memoria a breve termine del computer. La RAM ha il compito di tenere “in mente” tutto ciò che il computer sta facendo allo stesso momento. Avete presente quando avete 10 programmi aperti e il computer rallenta? Ecco, quella è la RAM che sta lavorando sotto sforzo, perché è tutta impegnata. Più è grossa la RAM, più il vostro computer affronta il multitasking senza paura. 

In genere oggi la RAM media montata sui computer è di 8 GB, ma quelli più spinti l’hanno anche di 16. Una RAM di 4 GB è proprio il minimo sindacale.

3. La scheda grafica

È la responsabile della renderizzazione delle immagini e dei video sullo schermo. Tanto più è potente, tanto più le immagini saranno nitide, brillanti, dinamiche e scorrevoli. Per farvi capire, la Pixar e chi lavora nel cinema ha bisogno di schede grafiche che la NASA può accompagnare solo.

Tra tutte l’NVIDIA GeForce è sempre la migliore, a mio parere.

4. L’Hard-disk

Chi non s’intende di computer (tipo mia madre), valuta la potenza di un pc dall’hard-disk. 

Niente di più sbagliato, l’hard-disk è solo l’unità di stoccaggio e i 256 Gb, 1 Tb che leggiamo sulla scheda tecnica non sono altro che la capienza del disco. Dipende tutto dalla nostra necessità di archiviazione dati. Se non abbiamo chissà cosa da salvare sul pc (tipo, solo documenti di Word), di 1 Tera di memoria non ce ne facciamo nulla.

Ma è importante che l’hard-disk sia SSD, ovvero Solid State Drive, che privilegia la velocità (si avvia in pochi secondi), la leggerezza (in termini di peso, che in un portatile non è da trascurare), e dei consumi (più è “pesante”, più batteria ed energia assorbe). 

5. Monitor

Fare le prove (in genere, nei negozi, i pc sono tutti accesi), e guardare i vari schermi per capire se hanno una buona risoluzione (nitidezza delle immagini) o si vede tutto sgranato, se la resa dei colori è buona o se sono spenti/sbiaditi, se sono luminosi o bui.

6. Fascia di prezzo

Fino a 500 euro abbiamo dei computer che sono abili al lavoro, ma sostanzialmente sorpassati, quindi le pretese nei confronti di un articolo di questa fascia non devono essere stratosferiche. Mia madre, per esempio, che a parte leggere i giornali, guardare le email un paio di volte al giorno o caricare la musica nell’iPod non fa altro, con un pc da 500 euro risolve i suoi problemi (se non fosse che ne ha comprato uno da 200, SENZA NEANCHE LE PRESE USB, e io sono andata su tutte le furie)

Tra i 600 e gli 800 si trovano dei buoni prodotti con cui è possibile lavorare bene (io ho un Sony Vaio da 600 euro che mi ha servito onorabilmente per 6 anni, destreggiandosi con onore con tutti i miei programmi di grafica).

Dai 900 ai 1200 euro entriamo nel range medio-alto, con una tecnologia recentissima e performance di ottimo livello. Non parliamo più di computer per passatempi e intrattenimento. Questi sono strumenti professionali.

Dai 1300 in su possiamo considerarli pc di fascia alta, con componenti di ultimissima tecnologia e alla loro massima potenza. 

Escludo da questa analisi economica la famiglia Apple, perché quanto a prezzi ha una politica tutta sua, ma che per quanto riguarda componenti e prestazioni va comparata attraverso tutti gli altri criteri che vi ho elencato.

7. Marche

Nella mia vita ho cambiato diversi pc (portatili) e bene o male, le marche le ho provate tutte, quindi questa è la mia personale Top 3 qualitativa.

1) Asus;
2) HP;
3) Sony;

Apple non entra in classifica perché non li ho mai usati, ma non discuto il pregio della sua tecnologia né del sistema operativo. Non ho mai sentito un utente Mac lamentarsi del suo computer.

Ammetto che non ho avuto esperienze felicissime con Acer e Samsung, quindi almeno io non li ricomprerei. 

 

Ora che sapete cosa guardare e come guardare, entrate nei negozi di computer a testa alta!