Italia, patria di misteri e leggende. Intervista a Massimo Polidoro

Massimo Polidoro ci conduce in un Grand Tour dell’Italia più insolita e nascosta

Spegnete i cellulari, lasciate a casa i tablet e seguite il consiglio di Proust: guardate il mondo con occhi nuovi. L’Atlante dei luoghi misteriosi d’Italia (Bompiani) sarà un valido aiuto per poter iniziare un viaggio da nord a sud della nostra penisola lasciandovi condurre da storie misteriose, bizzarre, a volte drammatiche. Guida d’eccezione: Massimo Polidoro.

 Perché la decisione di scrivere un Atlante e non un classico libro di divulgazione.

Da tanto tempo avevo in mente di raccogliere in un unico scritto i molti misteri disseminati per tutto lo stivale e quando Francesco Bongiorni, bravissimo illustratore e grafico, mi ha proposto di collaborare con lui, subito ho pensato a un atlante illustrato: raccontare l’Italia attraverso le sue tante storie con l’ausilio di illustrazioni suggestive ed evocative. L’obiettivo finale era quello di riuscire a far convivere in un solo libro leggende misteriose della tradizione con racconti dal sapore più storico scientifico, alcuni sono dei veri e propri fatti di cronaca, dove una spiegazione logica c’è e bisogna darla.

L’Atlante raccoglie diverse tipologie di narrazioni, come lei ha sottolineato, e per molte di queste fornisce una spiegazione che può andare dalla semplice logica sino a un approccio storico, economico e sociale. Perché la necessità di rendere tutto spiegabile? C’è ancora molta gente che crede all’incredibile?

Sono quasi trent’anni che mi occupo di queste cose, al CICAP (organizzazione educativa senza fini di lucro, fondata nel 1989 per promuovere l’indagine scientifica e critica sui cosiddetti fenomeni paranormali e più in generale sulle pseudoscienze. Tra i suoi fondatori troviamo Alberto Angela, Umberto Eco, Margherita Hack – ndr) ne vedo molte, e ciclicamente si presentano situazioni che all’apparenza non hanno una spiegazione logica ma che noi siamo chiamati a confutare, per non lasciare campo alle cosiddette pseudoscienze. Il CICAP proprio per questo investe molto sulla “prevenzione”, attraverso laboratori, corsi nelle scuole: l’obiettivo è quello di trasmettere alle nuove generazioni la voglia di approfondire fatti apparentemente inspiegabili affinando l’approccio critico e quello scientifico, così da non dover etichettare determinati fenomeni come misteriosi, appunto.

Ma è così necessario sfatare miti, leggende, storie e tradizioni popolari.

Ovviamente non è necessario per tutte le storie – il ponte del diavolo è una leggenda, lo sappiamo tutti, non vi è necessità di sottolineare ulteriormente la cosa; ma altri fenomeni sono da spiegare, – tipo le salite in discesa di Martina Franca, un mero fenomeno ottico; oppure le streghe di Triora: i latifondisti vogliono abbattere le produzioni, per poter aumentare i prezzi, ma naturalmente se ne guardano bene dal divulgarlo, dunque accade che la popolazione si ritrovi con grossi problemi di approvvigionamento e chi additare per tutto ciò se non delle povere donne che hanno l’unica colpa, se vogliamo, di vivere la vita come meglio credono? Le spiegazioni si rendono necessarie, quando dietro un fenomeno si nasconde una pseudoscienza. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che ogni avvenimento deve sempre essere affrontato con spirito critico e metodo scientifico: se così non accade rischiamo di aprire la porta a un qualunque tipo di credenza.

Come si sviluppa il vostro lavoro al CICAP. Chi vi chiama? E perché?

Il CICAP è stato fondato nel 1989, i casi da allora si sono evoluti, seguendo spesso le mode del momento – forse i più giovani non lo ricorderanno, ma negli anni ottanta andava in onda una serie televisiva intitolata Visitors, questi “visitatori” erano dei grossi lucertoloni all’apparenza innocui, ma poi si veniva a sapere che erano giunti sulla Terra per poter avere carne fresca di cui cibarsi; ecco, partendo da questa serie furono molti gli avvistamenti di grosse lucertole in giro per l’Italia. Le segnalazioni arrivano da ogni parte: ci chiamano privati cittadini, testate giornalistiche, quando un avvenimento ha fatto cronaca. Altre volte siamo noi stessi che ci imbattiamo in un fenomeno a cui vogliamo dare una spiegazione. La maggior parte delle volte si parte da una foto – oggetti non meglio identificati, scie luminose, avvistamenti di animali dalle fattezze apparentemente strane.

Il CICAP ha interazioni con altri paesi?

Certo, organizzazioni come il CICAP sono presenti anche in altre nazioni e tra noi ci aiutiamo, spesso lavorando in sinergia.

Qualcuno ci rimane male delle vostre spiegazioni scientifiche?

Spesso accade. Capita che chi si rivolge a noi si sia già fatto una propria idea del fenomeno e da noi voglia solo una conferma della cosa. Quando, ovviamente, ciò non accade, il più delle volte c’è quasi una sorta di contestazione del nostro operato. Rimane sempre più affascinante il legare un qualcosa a effetti sovrannaturali, a volte quasi mistici.

Tra le storie che ha narrato nell’Atlante, qual è quella che l’ha catturata di più?

Sono tante e diverse. Quella che mi diverte di più è quella di re Artù. Nonostante la saga arturiana nel nostro immaginario sia una storia tutta anglosassone; andando a ricercare in giro per l’Italia ci accorgiamo che non è così. La prima rappresentazione di questo re e dei cavalieri della tavola rotonda la troviamo a Modena, precisamente in un bassorilievo sulla porta del duomo, datato al 1100 d.C. circa; in Puglia ne abbiamo un altro simile; a San Galgano andiamo anche oltre con la famosa spada nella roccia, che abbiamo solo noi in Italia. Da un punto di vista storico sappiamo che Artù non è mai giunto in Italia, ma evidentemente la sua storia aveva oltrepassato non solo la Manica ma anche le Alpi sino ad arrivare in Italia. Era quasi un best seller dell’epoca, tutti lo conoscevano e ne parlavano.

Poi ci sono i racconti legati alla morte. Storie che narrano di uomini e di donne che per conservare la memoria dei propri cari pietrificano o mummificano gli affetti scomparsi. Dunque il dolore della perdita che si cerca di placare attraverso l’illusoria speranza che se il corpo rimarrà tra noi così come era in vita, forse tutto potrà andare avanti come sempre.

C’è qualche storia di cui non era a conoscenza?

Sicuro, alcune me le ha suggerite lo stesso Francesco. Come quella del Foglionco in Garfagnana, per esempio: un animale – una specie di faina – che la leggenda vuole si muova solo di notte, azzanna e succhia il sangue delle sue prede, che lascia però completamente intatte.

Per poter affrontare il vostro lavoro, quanto è importante conoscere l’animo umano?

Per me è fondamentale, ho voluto laurearmi in psicologia proprio per capire che cosa porta una persona a cercare spiegazioni nel mondo dell’inconscio e non attraverso un approccio scientifico. Anche per il CICAP lo è tanto che lo stesso presidente è un neurologo e il vice presidente è uno psicologo sociale.

Consiglierebbe ai giovani di intraprendere la carriera di specialisti del mistero?

Certo, come ho già detto per noi è importante che le nuove generazioni si approccino ai fenomeni con un metodo scientifico. Il CICAP tutti gli anni organizza un corso per indagatori di misteri, quest’anno si terrà a Roma, con un massimo di 25/30 persone. Per le scuole, invece, abbiamo firmato un protocollo di intesa con il ministero dell’istruzione per organizzare dei corsi di aggiornamento per gli insegnanti ma anche per gli alunni. Ci stiamo focalizzando molto sull’utilizzo della rete. Internet è un bellissimo e importante strumento, ma deve essere usato con intelligenza, e soprattutto le notizie che vi si trovano devono sempre essere lette con spirito critico e logica; noi cerchiamo, per ciò che ci riguarda, di incanalare chi ci ascolta verso un utilizzo consapevole.

Che immagine ha dell’Italia dopo questo lungo viaggio per tutto lo stivale?

L’Italia è un paese dove è ancora molto forte il richiamo ai racconti e alle leggende del passato. Molte di queste erano nate per dare una spiegazione a fenomeni che in quelle epoche non potevano essere compresi in altro modo. Ma nonostante il tempo sia passato, nonostante si sia arrivati nel XXI secolo, dove la digitalizzazione ormai la fa quasi da padrone e dove ogni domanda pare trovare una risposta, i miti, le tradizioni, le storie misteriose non sono finite nel dimenticatoio. Ma è anche giusto così: l’uomo ha in sé la componente razionale e quella irrazionale dell’istinto. Bisogna lasciare che i due mondi convivano e si intersechino, l’importante è che lo spirito critico e la voglia di conoscenza non vengano mai sopraffatti.

Manola Mendolicchio

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