Una giornata alla Newton Compton

Di seguito il reportage targato Pink Magazine Italia della nostra Amelia, che ha partecipato con entusiasmo alla giornata della casa editrice romana Newton Compton dedicata ai siti che si occupano di libri e alle bookblogger.

In una giornata uggiosa mi faccio assorbire dal traffico di Roma, per poter arrivare in centro e partecipare all’incontro con la casa editrice Newton Compton. Traffico in tilt, pioggia, freddo, insomma un mix perfetto per mollare tutto e tornare al calduccio nel “villaggio” fuori città dove vivo.

Ma c’è una forza più grande di tutti questi imprevisti, che mi spinge a impormi sul navigatore per cercare di non rimanere di nuovo in coda e di alzare a manetta i riscaldamenti nell’abitacolo. È la forza di questa casa editrice che dal 1969 continua a crescere e a credere sia in chi scrive sia in chi legge. Arrivata a destinazione, incontro e conosco altre blogger. L’atmosfera si fa subito rilassata e cordiale.

Veniamo fatte accomadare nella grande sala riunioni, inebriate dall’intenso profumo di libri sparsi che letteralmente ci circondano. Lo staff della Newton Compton mi fa sentire subito partecipe della presentazione di alcuni dei prossimi libri in uscita per il 2019.

Mi godo ogni attimo, ogni sorriso, ogni confronto durante le presentazioni. La passione con la quale vengono esposte le trame mi cattura e vengo rapita da questa fantastica linea editoriale; non vedo l’ora di iniziare a leggere le loro nuove proposte.

Suggerirei anche alle altre case editrici di non perdere questa “tradizione”, di non sottovalutare la potenza di incontri come questo; perché lo scambio di opinioni e la forza che da sempre hanno i libri si fondano anche grazie a questo tipo di avvenimenti.

Al momento ringrazio la Newton Compton per l’ospitalità, lo stile e il buon gusto. Ricordando ai lettori di Pink che leggere è sempre una buona idea!

Mirtilla Amelia Malcontenta

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Splendori e miserie dei Borgia con Elena e Michela Martignoni

Intervista a Michela Martignoni

Assetati di potere, spietati e superbi. Affascinanti, geniali e magnifici anche se schiavi delle passioni umane. Sono i Borgia. Le loro armi sono il delitto, la vendetta e l’inganno.

 

Il Correre della Sera lo ha definito: «Folgorate nella via del giallo storico, Elena e Michela Martignoni giocano sul sapiente equilibrio tra storia e immaginazione». È l’ultimo libro di Elena e Michela Martignoni: I Borgia. Il delitto. La vendetta. L’inganno (Corbaccio), un’antologia che raccoglie tre romanzi con protagonisti i membri della famiglia più chiacchierata del Rinascimento italiano.

Le vicende narrate in questo libro si snodano nel lustro 1497-1502, quando la famiglia catalana dominava il centro della Penisola e ambiva alla creazione di un regno, a discapito delle famiglie nobili italiane da secoli feudatarie della Chiesa. I protagonisti vivono esistenze tanto estreme da apparire invenzioni letterarie. Rodrigo, papa Alessandro VI, passionale e scaltro; Cesare, detto il Valentino, il Principe preso a modello da Machiavelli, e Lucrezia, che dopo secoli di infamie, ora la storia giudica una vittima e non più solo una peccatrice. Fra oscure trame di palazzo, splendori e miserie della Roma papalina, tra amori impossibili e colpi di scena, realtà e fantasia, Elena e Michela Martignoni raccontano il nero del Rinascimento.

Dotate della rara abilità di far rivivere il passato come se fosse un presente vivo e pulsante, Elena e Michela Martignoni sono due autrici potenti, colte e raffinate, che hanno saputo coniugare la capacità di descrivere personaggi intramontabili – e anche discussi – con la passione per le vicende umane. Perché la storia si ripete, è uguale a se stessa: gli uomini e i sentimenti non cambiano e la modernità di alcuni personaggi descritti dalle sorelle Martignoni ci lascia talvolta senza fiato.

Perché i Borgia?

Folgorate sulla via della lettura di un saggio: Lucrezia Borgia di Maria Bellonci. Trent’anni fa leggemmo la Bellonci e studiammo poi tutto lo scibile umano su di loro. Abbiamo letto di tutto e incontrato esperti della famiglia Borgia, siamo andate anche in Spagna. Nel 2004 è uscito così Requiem per il giovane Borgia. Non abbiamo mai trattato Lucrezia per rispetto al saggio di Maria Bellonci: che è scorrevole come un romanzo, è struggente e ha aperto una nuova prospettiva sul personaggio di Lucrezia, troppo spesso usata come pedina dal padre e dai fratelli. Ma amiamo i Borgia anche perché sono personaggi emblematici, che incarnano i vizi e le virtù umane. Sono talmente estremi che suscitano ancora tanto interesse.

Il tuo/vostro preferito?

Noi siamo pazze di Cesare! Alle medie sul mio libro di storia avevo disegnato tanti cuoricini intorno alla sua immagine. La sua morte è l’apoteosi della sua vita e della dinastia: tutto e subito, se no non vale la pena vivere.

Avete lavorato anche a un film sui Borgia.

Sì, con Sergio Muniz facemmo un bellissimo lavoro, lui interpretava Juan Borgia. Film che non arrivò mai in Italia, peccato perché era ben fatto. La produzione e era di Antena Tre e de Angelis. Organizzammo un tour in Spagna con Sergio per promuovere sia il film che il libro. Un bel lavoro di ricerca e una bella esperienza di promozione. Gli spagnoli erano in un momento felice anche economicamente. Siamo andate molto bene, lì in terra iberica.

Progetti futuri

Ora usciamo in Germania con i Borgia, 2019 per Random House, non nella trilogia riunita in un unico volume ma con i romanzi pubblicati uno alla volta. Da anni abbiamo in mente un romanzo sugli Sforza. Stavamo per iniziarlo ma ecco che ci è capitato altro da fare. Abbiamo proprio voglia di scrivere un romanzo storico ambientato a Milano da brave milanesi, vorremmo fare ricerca qui a casa nostra. Nel frattempo abbiamo scritto sui Montefeltro. (https://www.amazon.it/Montefeltro-duca-che-poteva-amare-ebook/dp/B07B8M8K18/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1545044324&sr=8-4&keywords=elena+e+michela+martignoni)

Scrivi con tua sorella Elena. Come lavorate?

Abbiamo delle famiglie complicatissime. Per le donne è difficile emergere: per chi ha figli e famiglia è quasi una discriminante. Noi scriviamo apparecchiando la tavola! Elena è anche nonna, ha due nipotini. Da anni scriviamo pur continuando a svolgere il nostro ruolo di madri e di mogli. È un lungo sodalizio, il nostro. Spesso scriviamo al telefono mentre siamo affaccendate in altro: non viene considerato un lavoro se sei a casa, ma non è così. Le donne fanno più fatica a emergere perché hanno un doppio ruolo. Per farti un esempio: io ai festival spesso non ci posso andare perché ho famiglia e mi precludo tante attività promozionali. Io e mia sorella scriviamo al telefono, o quando ci vediamo; ci scambiamo email e poi ci confrontiamo: abbiamo una scrittura piana, che uniformiamo e inoltre abbiamo una buona editor che ci conosce da tanti anni. Non c’è un metodo scientifico, siamo due appassionate, convinte di poter trovare la soluzione a delitti impossibili. Non siamo organizzate ma nel nostro caos ci troviamo benissimo. Spesso litighiamo per delle trame. È una scuola di umiltà scrivere in team, siamo sorelle e quindi risolviamo sempre i nostri conflitti. Il lavoro di squadra comporta umiltà perché tutto si relaziona all’altro. Alla fine deve prevalere il bene del libro e si scende a compromessi.

Parlaci del vostro esperimento con lo pseudonimo maschile di Emilio Martini: le indagini del commissario Bertè.

Siamo andate meglio che con gli storici… anche perché lo pseudonimo maschile ha avuto il suo peso! Il personaggio ce l’ha con le donne grasse anche se poi si innamora di Marzia, che è sovrappeso, perché è la morbidezza, la femminilità. Non sapendo che eravamo due donne a scrivere ci hanno massacrate accusandoci di maschilismo. Appena abbiamo rivelato la nostra identità ecco che Bertè è diventato all’improvviso troppo femminile. Il mondo del noir è prettamente maschile. Stiamo scrivendo l’ottavo romanzo della serie, che va molto bene in digitale: è il classico seriale con il protagonista in divenire. (https://www.amazon.it/Invito-Capri-delitto-indagini-commissario-ebook/dp/B071FM39K5/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1545044428&sr=8-1&keywords=commissario+bertè).

Cosa indossare a Natale?

La domanda delle domande: che cosa mi metto? Quando poi arrivano le feste e apriamo l’armadio, ci assale lo sconforto. Non perdiamoci d’animo, basta applicare due o forse tre regole e il gioco è fatto.

A Natale ci si veste ancora di rosso? Dipende. Il rosso, di cui abbiamo già abbondantemente parlato in precedenza e di cui ancora parleremo, è un colore che si porta tutto l’anno, dal momento che è disponibile in diverse nuance adattabili a tutte le stagioni. A Natale, tra l’altro, vanno anche bene il bianco e il nero, il verde carico, il blu, l’argento e soprattutto l’oro. L’importante è non esagerare con gli accessori e con i lustrini, per non rischiare di confonderci con l’albero decorato e luminescente del salotto.

Che cosa indossare, dunque? Partiamo dalla serata della Vigilia. Se siamo invitate a casa di amici o parenti, un bell’abito corto rosso o nero e dalle linee semplici potrebbe fare al caso nostro. Un tubino per la più sofisticate, un abito svasato per le più giovani. Almeno per una sera, direi, al bando i pantaloni che saranno pure comodi ma vanno indossati solo se siamo noi le padrone di casa; se siamo ospiti concediamoci di scoprire le gambe, o per lo meno di fasciarle in belle calze. Più è semplice l’abito, più possiamo osare con le calze: di pizzo, con sfumature dorate (senza esagerare) o con disegni geometrici. Non va bene per la cena della vigilia il tessuto scozzese che invece potrete utilizzare il giorno del pranzo di Natale in famiglia. Il trucco leggero, le mani curate e le unghie rosse possono bastare a completare il look.

Per gli accessori vale la regola delle calze: più sono sobri gli abiti più possiamo osare con gli intramontabili fili di perle o bracciali importanti. Meno in vista mani e orecchie, sempre per evitare l’effetto albero. Mi raccomando: se avete optato per un tubino nero, arricchendolo con più fili di perle, indossate calze nere e scarpe con tacco alto, possibilmente a spillo.

Le scarpe meritano un discorso a parte: il modello che sceglierei per gusto personale è il Pigalle Follies 120 mm. black and red di Christian Louboutin. Un vero capolavoro!

African Trade Beads

Quella delle perle di vetro è una storia lunga ma soprattutto una storia antichissima che inizia circa millecinquecento anni prima di Cristo in Mesopotamia per giungere, nel corso dei secoli, fino a Venezia.

È la storia della lavorazione del vetro colorato e decorato con piccoli disegni che, nel periodo alessandrino, conobbe un periodo di grande fama durante il quale si produsse anche del vasellame che era considerato talmente prezioso da essere adoperato nei templi.

Nel 61 a.C. giunsero fino a Roma dei vasi in “murrha” che furono posti nel tempio di Giove; questi vasi vetrosi avevano oltre alla caratteristica decorazione di colore stratificato, anche la caratteristica di emanare un gradevole odore perché erano adoperati per contenere essenze   profumate, da qui l’origine del nome vasi di Murrha dal latino Mirra che significa, appunto, profumo.

Plinio il vecchio nel suo libro Naturalis Historia parla di questi vetri chiamandoli, per primo, “vasa murrhina”.

Nel Medioevo la produzione di questi particolari vetri fu dimenticata, bisognerà aspettare il XIII/XIV  secolo e i maestri vetrai di Venezia, per ritrovare una produzione di vetri che, ispirata a questi antichi monili e vasi, darà vita a quelle perle di vetro che oggi chiamiamo murrine.

I maestri veneziani usando dei crogioli contenenti del vetro fluido, ognuno di diverso colore, realizzavano, con una tecnica ingegnosa, dei cilindri di vetro a più strati, prelevando dai vari crogioli, con una bastone di ferro caldo, il vetro colorato ancora morbido, con il quale, formavano un cilindro di peso e spessore variabile. Con questa lavorazione ottenevano le cosiddette “canne” che servivano per produrre le perle di vetro.

Nel corso del tempo crearono perle veneziane di tre tipi: di conteria, a rosetta o a lume.

Le perle di conteria, risalenti al XIV secolo, sono monocrome, molto piccole e la loro lavorazione è fatta con sottili canne vitree forate; queste perline erano utilizzate anche per ricamare tessuti preziosi sia per abiti che destinati ad altri usi.

Le perle rosetta, inventate nel XV secolo da Marietta Barovier, figlia di Angelo, una delle più famose famiglie di vetrai muranesi, erano prodotte con canne forate e composte da più strati policromi, possiamo considerarle le prime vere e proprie murrine. Per ottenere i disegni nel vetro ancora morbido queste canne venivano inserite in un cilindro verticale nel quale veniva impressa la decorazione desiderata, il vetro era ripassato in uno o più strati di altri colori.

Le perle a lume invece sono una produzione del seicento, realizzate con una canna non forata, riscaldata a fiamma (a lume) e poi colata su un filo metallico tenuto, a mano, in costante rotazione durante la quale, si potevano aggiungere infinite varianti di effetti e colore.

Queste perle colorate erano molto amate da vari popoli e se esploratori, mercanti e missionari ne portavano con se delle quantità per offrirle in dono, ben presto capirono che potevano usarle come merce di scambio per attraversare i vari territori o per scambiarle con prodotti locali anche preziosi.

In Africa, per esempio, venivano scambiate con avorio, oro, pietre preziose e perfino con gli schiavi. I popoli africani amavano talmente queste perle colorate che i capi tribù si ornavano il corpo con le rosette veneziane, le quali, divennero il simbolo del loro prestigio, tanto preziose che il loro uso era concesso, solo in alcune particolari occasioni, alle loro mogli.

In Ghana alcune etnie di stampo matriarcale, usavano le perle multicolori per i cosiddetti riti di iniziazione delle fanciulle che passavano allo stato di donne pronte per il matrimonio; il corpo di queste ragazze era ornato interamente con chili e chili di perline di vetro colorate. Queste perle  di vetro divennero la dote preziosa di ogni donna, si ereditavano da madre a figlia, e rappresentavano un vero e proprio tesoro.

Inoltre, a ogni tipo di perla e a ogni colore era dato un significato magico: le perle blu erano simbolo di tenerezza e affetto, le gialle di maturità e prosperità, le rosse di passioni intense nel bene e nel male e così via.

Ovviamente avevano anche la funzione di amuleti per proteggere dalle malattie, per curarle, per favorire la gestazione e ovviamente, per proteggere dal malocchio. Nessuna donna in gravidanza andava in giro senza le sue collane, vi erano collane per i bambini, per le ragazze, per i giovani, per i guerrieri, per le persone ammalate, per i vecchi.

Questi alcuni dei motivi per cui furono dette perle africane o anche “African trade beads”.

In realtà dal XV secolo in poi il mercato dello scambio di merci con le perle di vetro ha avuto una platea decisamente mondiale, dagli indiani d’America, all’estremo oriente, nel corso dei secoli merci preziose furono scambiate con queste perle fino a un punto tale che i maestri veneziani arrivarono a creare più di 100 mila tipi di perline. Nel XVIII secolo le vetrerie di Murano giunsero a sfornare diciannovemila chili di perle a settimana, quasi tutte destinate al mercato estero.

Ovviamente, ci furono anche dei veri e propri tentativi di imitazione delle perle veneziane e in vari paesi europei, fra i quali, Inghilterra, Francia, Belgio, Moravia e Boemia, si produssero centinaia di chili di perle di vetro, che non eguagliarono mai la qualità di quelle veneziane. Oggi sono prodotte oltre che in Europa anche in Cina.

Le antiche perle di vetro sono oggetto di un prezioso collezionismo, quelle più antiche hanno la base colorata, mentre quelle con il fondo nero furono prodotte soltanto dal XIX secolo in poi.

Spesso si trovano collane di perle di vetro mescolate con pezzi di corniola, di ambra, con conchiglie e più raramente con altre pietre.

Sul mercato i monili di perle di vetro si trovano da tutti i prezzi ma quelle realmente antiche sono molto costose, pertanto, se vi chiedono poche decine di euro diffidate della loro autenticità e come sempre, per essere sicuri di fare buoni acquisti, rivolgetevi a persone di vostra fiducia e di provata competenza.

Angela Arcuri