La “litania di pietra” a Sekhmet nella Galleria dei Re del Museo Egizio di Torino


Se vai a Torino e non vedi il Museo Egizio che ci sei andato/a a fare?! È retorica? Forse! Ma è fuori discussione che uno dei luoghi in assoluto di gran fascino nel capoluogo piemontese sia appunto il Museo Egizio. In un palazzo barocco, nel cuore della città, a quattro passi da Piazza Castello, si trova il museo di antichità egizie più antico del mondo e il più importante solo dopo quello de Il Cairo. Fondato nel 1824, custodisce una collezione di oltre quarantamila reperti, dei quali visibili forse appena il 30% tra le esposizioni delle sale museali e i reperti di deposito visitabili.

La visita del Museo, che parte dal piano interrato per raggiungere il secondo piano e poi riscendere graduale verso il piano terra, offre al visitatore una sorta di viaggio nel tempo attraverso più di 4mila anni di storia, arte e archeologia, grazie a una straordinaria raccolta di statue, papiri, sarcofagi e oggetti di vita quotidiana. Si tratta di una vera full immersion che ti tiene incollata per lunghi minuti quei frammenti di storia che ci hanno raggiunto dal loro lontano passato per raccontarsi, ma sono rimasta a bocca aperta nella Galleria dei Re. Sicuramente il tocco dello scenografo premio Oscar Dante Ferretti negli allestimenti delle sale contribuisce alla meraviglia che inevitabilmente suscita fare ingresso in queste sale, dove il gioco degli specchi e di ombre sembrano accoglierti in uno spazio maestoso e al contempo misterioso, come ritrovarsi fagocitati all’interno di una piramide e templi con il loro pantheon di divinità e miti scolpiti nella pietra. Fra tutte spicca la dea Sekmhet , la Potente, la dea leonessa.

Le statue colossali di questa divinità, dal corpo di donna e la testa di leonessa,  si ritrovano nella maggior parte delle grandi collezioni egizie del mondo e Torino ne ospita una delle più numerose fuori dall’Egitto: se ne contano ventuno in granodiorite, dieci sedute e undici in piedi. Fanno parte di un gigantesco gruppo statuario scolpito durante il regno del Faraone Amenhotep III per uno dei templi più impressionanti mai costruiti, il “Tempio dei Milioni di Anni” a Tebe. E l’impressione che se ne ha percorrendo una delle sale della Galleria dei Re del Museo non deve essere di minore impatto rispetto al luogo per il quale erano state ideate e dove dovevano essere collocate 365 statue dedicate alla dea. Non si tratta a ben vedere di un numero casuale, 365 come i giorni dell’anno, e di fatto l’impressionante complesso di statue doveva essere connesso con un rituale che si svolgeva appunto nel corso dell’intero anno: ogni giorno si indirizzava una preghiera a un’effige specifica del gruppo scultoreo.

“Un’intera sala della Galleria dei Re è consacrata alle statue della dea leonessa. Circondato da un’infilata di visi ferini dai tratti severi, il visitatore può rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell’Antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del tempio per pronunciare il nome della “Potente” e invocarla nelle sue preghiere per placarla, deviare la sua violenza verso i nemici dell’Egitto e far sì che le acque del Nilo sondassero ogni estate.”

Sekhmet era una dea temibile, la cui violenza è simboleggiata dalla testa di belva. Personifica il disco diurno, l’Occhio del Sole (ovvero il principio femminile universale) che dà la vita e allo stesso tempo può bruciare e uccidere. Il disco solare e il cobra ureo che la donna indossa sono simboli di questo potere.  Dal temperamento instabile, questa divinità può improvvisamente diventare una leonessa irritata, assumendo il nome di Sekhmet  e in questa veste porta i flagelli dell’estate: caldo soffocante, fame, malattia. Per placare la sua furia e farla ritornare sotto forma della dolce gatta Bastet, si devono praticare i riti adeguati. Con le fattezze di Bastet porta con sé l’inondazione benefattrice del Nilo, con la freschezza e la rinascita che sono simboleggiate dallo scettro a forma di papiro sventolato dalla dea e dal geroglifico della vita (ankh).

Quest’esercito di Sekhmet disposte ai lati della sala (e in passato  del cortile solare del tempio) costituiva una litania di pietra, la materializzazione tridimensionale di un’immensa preghiera di adorazione che invocava la dea con tutti i suoi nomi. Ogni giorno, una particolare statua della dea, distinta da appellativi specifici, doveva essere invocata per supplicare la temibile divinità di non scatenare i suoi flagelli contro il re e l’Egitto. Così ogni giorno, Sekhmet doveva essere invocata con un nome o un epiteto indicato sulla statua, ai lati di entrambe le gambe.

Fu l’egittologo Jean Yoyotte a definire questo complesso di statue  una “litania di pietra”, necessaria per placare Sekhmet e la persistenza della materia consentiva il perpetuarsi in eterno del rituale, anche in assenza dei sacerdoti, come del resto testimonia quanto è sopravvissuto ad oggi di queste opere devozionali e il carisma che ancora sprigionano, seppure lontano dal loro tempo e dai luoghi per le quali sono state concepite. Per chi cerca un salto nel tempo, per vivere il fascino dell’Antico Egitto senza varcare i confini del nostro Paese, il posto più straordinario in questione è proprio il Museo Egizio di Torino.

Sara Foti Sciavaliere

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