Cosa indossare a Capodanno?


Capodanno 2018: cosa indossare? Ecco i consigli in base al tuo fisico.

La serata di Capodanno è il momento più adatto per sfoggiare mise stravaganti e piene di lustrini. Osare è d’obbligo, ma senza esagerare. Come vestirsi per dare il benvenuto all’anno nuovo? 

Capodanno 2018: ecco i consigli in base al tuo fisico. 

Cominciamo dalle basi.

A Capodanno bisogna divertirsi, stare comode ma soprattutto bisogna essere al top. Il primo passo da fare è individuare il nostro tipo di corpo: siamo donne clessidra, rettangolo, mela o pera?

Nelle donne Clessidra le spalle e i fianchi hanno più o meno le stesse dimensioni e la vita è sottile con le forme classiche delle pin-up: 90-60-90. Nelle donne Rettangolo la figura ha poche curve. In genere sono snelle e longilinee come le modelle. Le donne Mela, invece, hanno poco punto vita e spesso gambe magre. Mentre le donne Pera (o Triangolo) sono di due tipi: con fianchi larghi o, al contrario, con spalle larghe e fianchi stretti, come le nuotatrici.

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Una volta individuato il nostro tipo, è bene tenere a mente che le donne clessidra non dovrebbero indossare abiti troppo corti o troppo scollati, soprattutto se hanno forme procaci: se optate per un abito corto, niente scollatura e viceversa. Le donne rettangolo stanno bene con gli abiti svasati che donino loro un tocco di femminilità. Mentre le donne Mela e Pera possono osare con gli abiti lunghi, ma rigorosamente dritti, con spacco e tacchi alti.

Capodanno 2017: cosa indossare? Veniamo ora ai colori: a Capodanno potete indossare i glitter e le tonalità più cariche: argento, oro e bronzo in primis ma anche blu navy, nero, rosso carico e bianco. Bellissimi gli abiti vintage stile anni Sessanta, con forme a trapezio che arrivano fino alle ginocchia e che vanno bene per tutte le corporature soprattutto se corredati con tacchi alti (meglio se a spillo) e una pochette: molto belle le proposte di Liu-Jo, Nina Ricci e Rochas; o una clutch, come quelle di Miu Miu e George J. Love, per dare un tocco chic al nostro outfit. I pantaloni, neri e di tessuti leggeri come la seta, vanno bene alle donne Triangolo, o se siete alte con un corpo snello; mentre gli abiti corti monospallavanno benissimo per le donne Mela.

A Capodanno è meglio optare per la tinta unita: al bando dunque le stampe floreali e geometriche. Le perle sono un must così come i cristalli di Swarovski, in tutte le loro varianti: bracciali, collane, orecchini e anelli. Attenzione a non indossare troppi gioielli, l’effetto albero di Natale è da evitare come la peste. Così se si indossano abiti lucidi è bene puntare sugli orecchini o su un bracciale importante ma niente collana, se non un delicato punto luce.

Di grande tendenza quest’anno gli abiti o le gonne in seta lucida o in voile con effetto plissé, stile Marilyn, e gli abiti di pizzo corti e lunghi. Tessuti importanti per una serata altrettanto importante. I capelli, se lunghi, meglio alti o sciolti in vaporose onde che incorniciano il viso. Se si ha voglia di tagliarli, va molto di moda il bob o carré stile Valentina per essere sempre perfetta e sbarazzine in ogni occasione.

Divertitevi e siate splendide. Auguri!

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C’era una volta… Maleficent!

Da pochi giorni ho avuto una splendida notizia: la mia migliore amica Annalisa mi ha scelto come Madrina della sua bambina. La felicità mi ha sovrastato e un sorriso è nato sul mio volto… peccato che questa mia esternazione di felicità abbia fatto impallidire i presenti e che, titubanti, abbiano affermato: “Assomiglia a Maleficent!” Ho avuto un attimo di esitazione, perché dinnanzi a me è apparsa la mitica Angelina Jolie, ma la realtà era un’altra: la mia famiglia non intendeva decantare la mia somiglianza con la bella attrice (anche perché questa somiglianza non esiste), ma voleva sottolineare la mia vicinanza per stile e modi della perfida regina cattiva dell’immortale fiaba Disney. Be’, sapete che vi dico? Io ho sempre tifato, sin da bambina, per le perfide matrigne e per le streghe delle fiabe che ci hanno accompagnato sin dalla più tenera età… Perché voi, per chi tifate?

Il “C’era una volta..” per me ha sempre avuto un solo e unico insegnamento: “Ragazza, alza i tacchi, smetti di sbavare per il Principe Azzurro e segui la strega che può sicuramente aiutarti di più, rispetto a uno che per capire dove trovare la proprietaria di una scarpetta ha mandato al posto suo il ciambellano, costringendo quel poveraccio ad annusare i piedi a tutte le donne del regno!”. Mi basta il palinsesto natalizio della Rai per capire che la lotta è impari e dura da gestire tra le due categorie: Principesse vs Streghe, ai ballottaggi vincono le Principesse, ma nulla è perduto fino a quando ci saranno persone come me, a cercare di far emergere e apprezzare ancora di più l’altra categoria. Mi sento in dovere di spiegarvi le mie motivazioni perché lo slogan “Tremate, tremate le streghe son tornate”; un pò m’appartiene e non è per nulla banale!

Se ci tuffiamo tra le sequenze dei vecchi film Disney e le loro più moderne versioni, la strega cattiva ha sempre mantenuto quel suo fascino etereo e sublime. Al contrario la classica principessa si porta dietro una sfortuna, che neppure un moscerino sulla A24 riuscirebbe a tenerle testa. Sono ricche, ma finiscono, nell’ordine: Biancaneve a fare da cameriera ai nani nel bosco, Aurora a fingere il sonno eterno per non andare neppure a disinfettarsi il dito dopo che l’ago del telaio l’ha punta; Cenerentola che per andare a un ballo deve noleggiare un NCC , pagarsi una terapeuta per infondersi un minimo di autostima e ricordarsi di rientrare entro mezzanotte sennò scatta la ZTL e lei non ha il permesso!

Queste donzelle sono sempre belle, sempre giovani, sempre buone. Mamma mia, che monotonia! Ma viva le streghe con gli sbalzi d’umore e l’ossessione per il nonno dei filtri Instagram: lo specchio magico! Non vorrei sembrare troppo di parte, ma come pensavo proprio stasera, mentre guardavo Biancaneve , il mio alter ego le diceva: “Tesorino, invece di chiudere gli occhi e tenere le braccia incrociate, alzati in piedi e prendi a calci quel bruto del cacciatore; così la prossima volta non sarà un suo ripensamento a tenerti in vita, ma il corso intensivo di autodifesa che hai fatto, per essere libera di andare nel bosco quando ti pare e non quando te lo chiedono gli altri!”. Anche per Cenerentola un paio di consigli spassionati li potrei anche scrivere visto, che li ho in punta di penna da quando mia zia mi leggeva il libro nelle sere d’estate nel secolo scorso; consigli del tipo: “Carissima, ma perché non hai cercato di fuggire da quella magione dove ti tenevano prigioniera e invece di parlare e cantare con topini e uccellini, non ti sei rivolta alle forze dell’ordine? lo so, lo so… sono dissacrante e per nulla romantica, ma è troppo facile stare dalla parte delle principesse.

Adoro le Streghe cattive perché, al contrario delle loro figliocce e/o figliastre, loro non aspettano la carrozza che le porta a fare shopping, no, no. Le streghe vanno in Mercedes e parcheggiano in doppia fila e se beccano le multe se le pagano da sole… sperando non con i soldi dei contribuenti del regno! Non temono nessuno e vivono in costante equilibrio tra la consapevolezza che un loro sguardo indagatore possa indurre chiunque alla verità, e la certezza che le principesse stesse, per trovare la loro strada, dovranno sempre e comunque confrontarsi con la loro forza che derivi da una mela stregata o da torre incantata . Sono loro stesse il fulcro della storia, ma lasciano alle donzelle la possibilità di brillare di luce riflessa, perché chi tiene in mano la bolletta e fa quadrare i conti, statene certi sono sempre le streghe cattive, osservatele meglio e poi mi direte!

Mirtilla Amelia Malcontenta

Il primo Natale di O’Brien

IL PRIMO NATALE DI O’BRIEN

da Dodici racconti di Natale, di Jeanette Winterson, Mondadori

 

Non si parla apparentemente di fede in Il primo Natale di O’Brien, di nascite che salvano. O’Brien – la protagonista – non si pone nemmeno il problema, mentre pensa che trascorrerà il Natale imminente da sola: meglio da sola, a rimuginare sulla propria vita insoddisfacente e su come cambiarla, piuttosto che insieme allafamiglia, alle zie che la interrogherebbero sulle sue “prospettive matrimoniali”, alla madre che non rinuncerebbe a qualche appunto sui suoi capelli. Quei capelli lisci, privi di volume e di un “castano tendente al marrone”. Proprio come l’anima di O’Brien: marrone. Non nera – non c’è qualche caratteristica negativa a distinguerla – né scintillante, come insegna a essere un libro che O’Brien si rifiuta di leggere, ma marrone. Immagino che la protagonista e la sua autrice vogliano indicare non solo l’assenza di colore, che meglio avrebbero potuto definire con anima grigia, quanto piuttosto la pesantezza che si aggiunge a quell’anima, che la fa tendere al basso, al colore della terra. Perché O’Brien è sola. E se resterà a Londra invece di raggiungere la propria famiglia, il suosarà un Natale di solitudine. Di questo, il Natale, più di ogni altro momento dell’anno, ci rende consapevoli: che l’essere per qualcun altro dà senso a ciò che siamo e a quello che facciamo, mentre la condizione di solitudine non è quasi mai fonte di benessere.

Ma è Natale, nel racconto della Winterson, e i miracoli, si sa, accadono. Una fata può apparire in sogno e realizzare un desiderio. Per esempio tramutare quel colore marrone, per O’Brien così insignificante, in biondo. Ma quel biondo – cambiamento in fondo molto piccolo – può voler dire “rinascita”, agli occhi degli altri e di se stessi. E quando si rinasce, quando la crosta marrone che impedisce di essere visti si spacca, allora è facile che gli occhi di qualcuno si posino su di noi. E che il Natale che doveva essere solitario diventi condiviso, e che gli occhi di O’Brien vedano il cielo scintillare. 

Questo racconto – uno dei migliori all’interno di una raccolta non omogenea dal punto di vista della qualità – mi sento di consigliarlo a chiunque almeno una volta nella vita abbia provato quel senso di smarrimento e disagio all’idea di dover trascorrere un Natale – soli o in compagnia – sentendo addosso il peso di tutto ciò che, nella vita di tutti i giorni, non andava come si era sperato. 

Auguri a tutti!

Alessandra Penna

La storia di Tiffany & Co.

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Tiffany & Co. è un’azienda statunitense fondata da Charles Lewis Tiffany e John B. Young a Manhattan nel 1837 e che si occupa della vendita di gioielli tramite migliaia di punti vendita situati in diversi paesi. Dovete sapere che, inizialmente, il negozio vendeva una gran varietà di articoli che comprendevano la cancelleria e il nome originale era soltanto Tiffany. Solo in un secondo tempo, quando John B. Young divenne a tutti gli effetti socio di Charles Lewis Tiffany, il nome venne modificato in Tiffany & Co.

Il primo negozio venne inaugurato il 14 settembre 1837 al n°259 di Broadway.

Undici anni dopo, Charles Lewis Tiffany, acquista i gioielli della Corona di Francia e in seguito viene pubblicato il primo Blue Book che, da allora, viene pubblicato con cadenza annuale per presentare la collezione autunnale di Tiffany.

Nel 1878, Tiffany & Co. partecipa all’Esposizione Universale di Parigi e, qualche anno dopo, grazie alla collaborazione del gemmologo George Kunz, introduce nuovi materiali per la creazione dei suoi gioielli: la Kunzite, la Morganite, la Tanzanite blu, la Tsavorite. Nel 2012, alla ricorrenza del 175º anniversario, Tiffany & Co. propone una nuova lega metallica chiamata Rubedo.

Durante tutta la sua storia Tiffany & Co. ha prodotto spade da cerimonia durante la guerra civile, nel 1968 ha creato il servizio di porcellana della Casa Bianca richiesto dal presidente Lyndon B. Johnson. Ha ridisegnato, nel 1880, lo stemma degli Stati Uniti, riprodotto poi sulla banconota da un dollaro. Ha prodotto, dal 1900 al 1910, la spilla American Flag e disegnato, dal 1917 al 1942, la Medaglia d’Onore del Congresso, conosciuta come Tiffany Cross.

Dal 1860 a oggi ha prodotto trofei sportivi per gare importantissime di baseball, per il Super Bowl e il Tennis…

Nella seconda metà del 2017, insieme a Francesco Trapani diventato azionista importante di Tiffany, ha aperto in luglio, a Milano in piazza Duomo, la terza boutique più grande d’Europa!  E Pensate che i giornali di New York incoronano Charles Lewis Tiffany come “The King of diamonds”, il ‘re dei diamanti’.

La Tiffany & Co. dispone di un laboratorio periodicamente certificato (Laboratorio Gemmologico di Tiffany) per la valutazione dei diamanti. Il laboratorio gemmologico si affida a professionisti diplomati in gemmologia che devono superare un corso formativo prima di poter procedere alla valutazione di un diamante Tiffany. La valutazione di un diamante viene effettuata in base alle 4 C:

  • Cut (taglio);
  • Color (colore);
  • Clarity (purezza);
  • Carat weight (peso in carati).

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Infine, per una qualità superiore, Tiffany valuta i diamanti anche in base alla “presenza”, ossia la simmetria e la lucidatura della pietra. Tiffany & Co., oltre a un livello elevato dei prodotti di cui si occupa, ha un livello elevato anche per quanto riguarda l’etica: le compagnie minerarie con cui collabora devono garantire il rispetto dell’ambiente e responsabilità sociale, e questa è davvero una cosa importante. Inoltre, vengono acquistati diamanti solo dagli Stati che partecipano al Kimberley Process Certification Scheme, creato per certificare la provenienza dei diamanti e, di conseguenza, eliminare il loro contrabbando dalle zone di guerra.

Il diamante giallo di Tiffany venne trovato nel 1878 a Kimberley, in Sud Africa. Con i suoi 287,2 carati è uno dei più grandi diamanti gialli mai scoperti e fu tagliato da George Frederick Kunz nella forma a cuscino fino a raggiungere il peso di 128,54 carati con un totale di 90 sfaccettature. Il diamante è stato esposto allo Smithsonian National Museum of Natural History a Washington D.C. dal 18 aprile 2007 al 23 settembre 2007, poi esposto nel negozio Tiffany & Co di New York ed è stato indossato solamente due volte nella sua storia: dalla signora Sheldon Whitehouse al Tiffany Ball nel 1957, incastonato, per l’occasione, in una collana di diamanti bianchi e da Audrey Hepburn nel 1961 per presentare il film Colazione da Tiffany. Nel 1995, il diamante venne incastonato su “Bird on a Rock”, una creazione di Jean Schlumberger e rimase così per diciassette anni. Nel 2012, il diamante giallo è stato incastonato su di una collana per celebrare il 175º anniversario della nascita di Tiffany & Co.

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Nel 1996, Tiffany & Co. si è opposta allo scavo di una miniera d’oro che minacciava il parco nazionale di Yellowstone. Per preservare le barriere coralline, dal 2002, non vende coralli e nel 2004, con un annuncio pubblicato sul Washington Post, ha spronato il servizio forestale degli Stati Uniti a negare il permesso per lo sviluppo di una miniera nel Montana che avrebbe messo a rischio l’acqua e la fauna selvatica del Paese. Inoltre, insieme alla Bristol Bay Protection Pledge, si occupa di salvaguardare la Bristol Bay, in Alaska, opponendosi allo sviluppo di una miniera di oro e rame a cielo aperto. Per aumentare l’attenzione su questo problema, nel 2010, Tiffany & Co., pubblicò sul National Geographic Magazine un annuncio di un’intera pagina.

Questi sono tutti motivi non da poco per apprezzare Tiffany, ma non solo… per anni ci ha affascinato perché presentata in diversi romanzi e film di grande successo che ci hanno fatto emozionare. Proprio come il celeberrimo film Colazione da Tiffany interpretato da Audrey e di cui ho accennato prima. Ma non solo… ricordiamo anche molti romanzi scritti da grandi autrici e sulla cui copertina non poteva mancare il riferimento alla gioielleria, sino ad arrivare al best seller scritto da James Patterson e Gabrielle Charbonnet (a cui dedicherò presto un articolo a parte) e diventato poi un grandissimo film: Domeniche da Tiffany.

C’è poco da fare: il fascino di Tiffany sarà sempre intramontabile.

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Italia, patria di misteri e leggende. Intervista a Massimo Polidoro

Massimo Polidoro ci conduce in un Grand Tour dell’Italia più insolita e nascosta

Spegnete i cellulari, lasciate a casa i tablet e seguite il consiglio di Proust: guardate il mondo con occhi nuovi. L’Atlante dei luoghi misteriosi d’Italia (Bompiani) sarà un valido aiuto per poter iniziare un viaggio da nord a sud della nostra penisola lasciandovi condurre da storie misteriose, bizzarre, a volte drammatiche. Guida d’eccezione: Massimo Polidoro.

 Perché la decisione di scrivere un Atlante e non un classico libro di divulgazione.

Da tanto tempo avevo in mente di raccogliere in un unico scritto i molti misteri disseminati per tutto lo stivale e quando Francesco Bongiorni, bravissimo illustratore e grafico, mi ha proposto di collaborare con lui, subito ho pensato a un atlante illustrato: raccontare l’Italia attraverso le sue tante storie con l’ausilio di illustrazioni suggestive ed evocative. L’obiettivo finale era quello di riuscire a far convivere in un solo libro leggende misteriose della tradizione con racconti dal sapore più storico scientifico, alcuni sono dei veri e propri fatti di cronaca, dove una spiegazione logica c’è e bisogna darla.

L’Atlante raccoglie diverse tipologie di narrazioni, come lei ha sottolineato, e per molte di queste fornisce una spiegazione che può andare dalla semplice logica sino a un approccio storico, economico e sociale. Perché la necessità di rendere tutto spiegabile? C’è ancora molta gente che crede all’incredibile?

Sono quasi trent’anni che mi occupo di queste cose, al CICAP (organizzazione educativa senza fini di lucro, fondata nel 1989 per promuovere l’indagine scientifica e critica sui cosiddetti fenomeni paranormali e più in generale sulle pseudoscienze. Tra i suoi fondatori troviamo Alberto Angela, Umberto Eco, Margherita Hack – ndr) ne vedo molte, e ciclicamente si presentano situazioni che all’apparenza non hanno una spiegazione logica ma che noi siamo chiamati a confutare, per non lasciare campo alle cosiddette pseudoscienze. Il CICAP proprio per questo investe molto sulla “prevenzione”, attraverso laboratori, corsi nelle scuole: l’obiettivo è quello di trasmettere alle nuove generazioni la voglia di approfondire fatti apparentemente inspiegabili affinando l’approccio critico e quello scientifico, così da non dover etichettare determinati fenomeni come misteriosi, appunto.

Ma è così necessario sfatare miti, leggende, storie e tradizioni popolari.

Ovviamente non è necessario per tutte le storie – il ponte del diavolo è una leggenda, lo sappiamo tutti, non vi è necessità di sottolineare ulteriormente la cosa; ma altri fenomeni sono da spiegare, – tipo le salite in discesa di Martina Franca, un mero fenomeno ottico; oppure le streghe di Triora: i latifondisti vogliono abbattere le produzioni, per poter aumentare i prezzi, ma naturalmente se ne guardano bene dal divulgarlo, dunque accade che la popolazione si ritrovi con grossi problemi di approvvigionamento e chi additare per tutto ciò se non delle povere donne che hanno l’unica colpa, se vogliamo, di vivere la vita come meglio credono? Le spiegazioni si rendono necessarie, quando dietro un fenomeno si nasconde una pseudoscienza. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che ogni avvenimento deve sempre essere affrontato con spirito critico e metodo scientifico: se così non accade rischiamo di aprire la porta a un qualunque tipo di credenza.

Come si sviluppa il vostro lavoro al CICAP. Chi vi chiama? E perché?

Il CICAP è stato fondato nel 1989, i casi da allora si sono evoluti, seguendo spesso le mode del momento – forse i più giovani non lo ricorderanno, ma negli anni ottanta andava in onda una serie televisiva intitolata Visitors, questi “visitatori” erano dei grossi lucertoloni all’apparenza innocui, ma poi si veniva a sapere che erano giunti sulla Terra per poter avere carne fresca di cui cibarsi; ecco, partendo da questa serie furono molti gli avvistamenti di grosse lucertole in giro per l’Italia. Le segnalazioni arrivano da ogni parte: ci chiamano privati cittadini, testate giornalistiche, quando un avvenimento ha fatto cronaca. Altre volte siamo noi stessi che ci imbattiamo in un fenomeno a cui vogliamo dare una spiegazione. La maggior parte delle volte si parte da una foto – oggetti non meglio identificati, scie luminose, avvistamenti di animali dalle fattezze apparentemente strane.

Il CICAP ha interazioni con altri paesi?

Certo, organizzazioni come il CICAP sono presenti anche in altre nazioni e tra noi ci aiutiamo, spesso lavorando in sinergia.

Qualcuno ci rimane male delle vostre spiegazioni scientifiche?

Spesso accade. Capita che chi si rivolge a noi si sia già fatto una propria idea del fenomeno e da noi voglia solo una conferma della cosa. Quando, ovviamente, ciò non accade, il più delle volte c’è quasi una sorta di contestazione del nostro operato. Rimane sempre più affascinante il legare un qualcosa a effetti sovrannaturali, a volte quasi mistici.

Tra le storie che ha narrato nell’Atlante, qual è quella che l’ha catturata di più?

Sono tante e diverse. Quella che mi diverte di più è quella di re Artù. Nonostante la saga arturiana nel nostro immaginario sia una storia tutta anglosassone; andando a ricercare in giro per l’Italia ci accorgiamo che non è così. La prima rappresentazione di questo re e dei cavalieri della tavola rotonda la troviamo a Modena, precisamente in un bassorilievo sulla porta del duomo, datato al 1100 d.C. circa; in Puglia ne abbiamo un altro simile; a San Galgano andiamo anche oltre con la famosa spada nella roccia, che abbiamo solo noi in Italia. Da un punto di vista storico sappiamo che Artù non è mai giunto in Italia, ma evidentemente la sua storia aveva oltrepassato non solo la Manica ma anche le Alpi sino ad arrivare in Italia. Era quasi un best seller dell’epoca, tutti lo conoscevano e ne parlavano.

Poi ci sono i racconti legati alla morte. Storie che narrano di uomini e di donne che per conservare la memoria dei propri cari pietrificano o mummificano gli affetti scomparsi. Dunque il dolore della perdita che si cerca di placare attraverso l’illusoria speranza che se il corpo rimarrà tra noi così come era in vita, forse tutto potrà andare avanti come sempre.

C’è qualche storia di cui non era a conoscenza?

Sicuro, alcune me le ha suggerite lo stesso Francesco. Come quella del Foglionco in Garfagnana, per esempio: un animale – una specie di faina – che la leggenda vuole si muova solo di notte, azzanna e succhia il sangue delle sue prede, che lascia però completamente intatte.

Per poter affrontare il vostro lavoro, quanto è importante conoscere l’animo umano?

Per me è fondamentale, ho voluto laurearmi in psicologia proprio per capire che cosa porta una persona a cercare spiegazioni nel mondo dell’inconscio e non attraverso un approccio scientifico. Anche per il CICAP lo è tanto che lo stesso presidente è un neurologo e il vice presidente è uno psicologo sociale.

Consiglierebbe ai giovani di intraprendere la carriera di specialisti del mistero?

Certo, come ho già detto per noi è importante che le nuove generazioni si approccino ai fenomeni con un metodo scientifico. Il CICAP tutti gli anni organizza un corso per indagatori di misteri, quest’anno si terrà a Roma, con un massimo di 25/30 persone. Per le scuole, invece, abbiamo firmato un protocollo di intesa con il ministero dell’istruzione per organizzare dei corsi di aggiornamento per gli insegnanti ma anche per gli alunni. Ci stiamo focalizzando molto sull’utilizzo della rete. Internet è un bellissimo e importante strumento, ma deve essere usato con intelligenza, e soprattutto le notizie che vi si trovano devono sempre essere lette con spirito critico e logica; noi cerchiamo, per ciò che ci riguarda, di incanalare chi ci ascolta verso un utilizzo consapevole.

Che immagine ha dell’Italia dopo questo lungo viaggio per tutto lo stivale?

L’Italia è un paese dove è ancora molto forte il richiamo ai racconti e alle leggende del passato. Molte di queste erano nate per dare una spiegazione a fenomeni che in quelle epoche non potevano essere compresi in altro modo. Ma nonostante il tempo sia passato, nonostante si sia arrivati nel XXI secolo, dove la digitalizzazione ormai la fa quasi da padrone e dove ogni domanda pare trovare una risposta, i miti, le tradizioni, le storie misteriose non sono finite nel dimenticatoio. Ma è anche giusto così: l’uomo ha in sé la componente razionale e quella irrazionale dell’istinto. Bisogna lasciare che i due mondi convivano e si intersechino, l’importante è che lo spirito critico e la voglia di conoscenza non vengano mai sopraffatti.

Manola Mendolicchio

Cento capi, un armadio solo: giacche e cappotti

Visto che il freddo ormai è arrivato, è il momento di parlare dei cappotti. Leggeri, pesanti, lunghi, corti, vediamoli tutti.

  1. Trench

Grande classico quello color kahki, con il bavero e la cintura, lungo fino al ginocchio, che in autunno regala sempre un tocco molto british. Quello di Burberry è intramontabile, un autentico must, ma se non abbiamo 1500 euro da investire (anche se considerata la qualità e il taglio ever-green, ci durerà a vita), se ne trovano di ogni foggia e colore anche di fascia più low cost.

  1. Cappotto di cammello

Come sopra, anche il cappotto cammello è un trend eterno, che se una volta era considerato troppo bon-ton, da signora medio borghese, oggi con l’arrivo dell’androgino, se abbinato a un look molto stilizzato, total black, diventa subito molto grintoso. Per andare sul sicuro, il modello 101801 di Max Mara è quello su cui puntare.

  1. Blazer

La giacca blazer femminile è un’idea del genio di Armani, quando negli anni ’80 è stata lanciata la figura della donna in carriera, che per necessità lavorava in un mondo di uomini. Oggi fa diventare formal anche un look T-shirt/jean e si può indossarla con gli abbinamenti più azzardati. Un blazer nero, ci vuole sempre.

  1. Giacchino jeans

È quel capo sbarazzino e che a primavera tiene caldo senza far sudare. Comodo, sportivo, sempre di moda, ha un solo difetto: ogni anno cambia il taglio trend, quindi, Levi’s è il punto di riferimento per non sbagliare. Il trucco sta nel giocare bene con gli accessori.

  1. Biker di pelle

Confesso: le giacche di belle da motociclista sono la mia passione. Con il bavero o collo alla coreana, con i bottoni o la zip, ai biker non resisto. Fateci caso, non c’è primavera o autunno che i negozi non propongano le giacche in pelle. Se volete giocare con i colori più pazzi, le catene low cost propongono biker dai colori fluo, fino ai glitter (rigorosamente ecopelle), altrimenti, un chiodo in vera pelle, se ben tenuto e trattato con l’apposita cera, potrete tramandarlo alle vostre nipoti.

  1. Caban da marinaio

È la giacca di lana sportiva ma elegante che a tutte serve per quell’occasione formale/informale per la quale non sai come vestirti. È una via di mezzo tra la giacca e il cappotto: collo alto, doppio petto, linee dritte, tasche verticali scalda mani, ed è subito Corto Maltese.

Dà il suo meglio se sotto indossiamo un maglione a collo alto bianco.

  1. Giacca smoking

I red carpet di Hollywood ci propongono sempre più spesso attrici che indossano la giacca dello smoking buttata sulle spalle, mentre sotto indossano un abitino iper femminile o una camicia con trasparenze e vedo-no vedo. La versione che preferisco è quella con il risvolto sottile, foderato in seta che regala il tocco in più al look.

  1. Piumino con cappuccio

Cosa vogliamo fare con le temperature sotto zero? Congelare? Noo! Sembrare omini Michelin? Neanche! L’appropinquarsi dell’inverno è segnato solo da una missione: trovare il piumino perfetto. E qui, care amiche, ci sono pochi consigli da dare. Dipende dal proprio fisico, da quanto si è alte, asciutte o formose, capire che piumino sia adatto a noi. Ci sono quelli corti, quelli lunghi, quelli bombati, quelli extra-slim e sarò sincera, la ricerca potrebbe essere l’unica.

Ma quando troverete il piumino perfetto, non lasciatevelo scappare, sarà amore eterno.

  1. Gilet

Da tenere aperto o chiuso a seconda del look: boho chic oppure on fleek? Mi piace buttare un gilet su una camicia o una T-shirt per rendere più dinamico l’insieme, o per rendere interessante una maglietta anonima. Il gilet è un altro degli indumenti rubati al guardaroba maschile, e io adoro rubare pezzi di vestiario al mio lui. Tanto non se ne accorge.

  1. Stola

Può sembrare un pezzo d’altri tempi, ma la stola buttata morbidamente sulle spalle, unisce l’utile al dilettevole: scalda e fa scena.

Più è ampia, più l’effetto è drammatico. Che sia di velluto, di seta o di cachemire, è il tocco ideale per distinguersi. E poi, a tutte, una volta nella vita capita di andare a teatro, e a teatro, non si mette il cappotto.

Harry Potter: un classico della letteratura per ragazzi! Intervista a Mariagrazia Mazzitelli

Babbani, Cioccorane, dissennatori, mezzosangue, in quali romanzi troviamo queste parole? Nella saga di Harry Potter naturalmente. Sono passati vent’anni dall’uscita del primo libro di J.K. Rowling ma il successo del piccolo maghetto non accenna a diminuire. Qual è il suo segreto? Lo abbiamo chiesto a Mariagrazia Mazzitelli, direttore editoriale di Salani, editore per l’Italia della saga.

Come arriva la Salani a comprare i diritti del libro? Che cosa ci ha visto di interessante?

Dobbiamo tornare indietro nel tempo al 1997. Salani continuava a ristampare Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Sepulvedaa testimonianza della determinazione della nostra casa editrice a credere che un libro per ragazzi di valore è un libro per tutti, senza limiti di età. Harry Potter e la pietra filosofale arrivò attraverso la nostra scout inglese e il nostro ufficio diritti, con la segnalazione di “romanzo di qualità di un’esordiente”, pubblicato da Bloomsbury

Fummo consigliati di guardarlo abbastanza in fretta. Lo lessero Luigi Spagnol e Donatella Ziliotto. Era in effetti un libro di qualità: la cosa che colpiva di più era la costruzione fantastica, l’inesauribile moltiplicarsi delle invenzioni, una fantasia senza limiti. Facemmo una sorta di riunione in redazione, in cui decidemmo che, considerata la qualità della produzione Salani, dovevamo fare un’offerta anche per questo, non poteva mancare nel nostro catalogo. Tutto qui. Non c’erano altre notizie sul libro e sull’autrice, non era ancora niente, neanche un caso. Dall’Inghilterra sapevamo solo che era stato proposto anche ad altre case editrici italiane e che, forse, ci sarebbero state altre offerte. Luigi diede la svolta, offrendo una cifra alta per i primi due libri della serie, un two books deal. Un’offerta con un anticipo da libro per adulti, per intenderci, allora che il mercato dei libri per ragazzi aveva parametri più bassi. L’offerta fu accettata, nell’ottobre del 1997 avevamo il contratto. Pensammo quindi di pubblicare la nostra edizione nel maggio del 1998; affidammo la traduzione a Marina Astrologo, e le illustrazioni a Serena Riglietti. Preparammo un dépliant per la riunione cedola estiva, abbastanza di impatto con lo slogan “Il debutto di un nuovo Roald Dahl”, e che, evidenziato in un punto, riportava come temi di fondo: “La fragilità dei rapporti umani, le relazioni di potere tra adulti e bambini, l’abuso di potere da parte di chi lo possiede”. Rileggendo questo brano a distanza di anni, be’ un po’ di intuito l’abbiamo proprio avuto.

Quando avete acquisito i primi due libri, sapevate che facevano parte di un progetto più ampio?

Sì, ma non sapevamo come la storia si sarebbe evoluta, come certe caratteristiche dei personaggi sarebbero state importanti e funzionali per l’intera vicenda. Per molti aspetti navigavamo a vista affidandoci esclusivamente sulla nostra lunga esperienza e professionalità nel settore di libri per ragazzi. Le racconto una curiosità: quando abbiamo pubblicato la nostra prima edizione, Harry Potter in copertina non portava gli occhiali e il nome dell’autrice era scritto per esteso. Ricevemmo a distanza di mesi una lettera di protesta dall’agente, con la richiesta di modificare entrambe le cose in una ristampa. Ma chi avrebbe mai potuto prestare tanta attenzione agli occhiali e chi sapeva che l’indicazione del contratto con le iniziali al posto del nome per esteso rispondeva a una scelta precisa dell’autrice, nel ricordo di A.A. Milne, e forse del fatto che era meglio non identificare il sesso dell’autore, nel caso di un’esordiente? Noi pensammo solo a una affrettata scrittura del contratto.

Alla luce di tutto ciò come è stata affrontata la traduzione e di seguito l’editing dei testi?

Dal punto di vista della traduzione, è stato un lavoro molto impegnativo (abbiamo dovuto inventare tutti i nomi), un lavoro collegiale, molto divertente; sono nostre creazioni parole come: i Babbani, le Cioccorane, le Caramelle Tuttigusti +uno. In Harry Potter i nomi di persone o di luoghi contengono quasi sempre un’allusione, una parodia, un gioco di parole. Molto spesso è stata mantenuta la forma inglese, perché più evocativa e immediata, altre volte si è scelta una traduzione che ricalcasse il significato dell’originale o privilegiasse l’assonanza, altre ancora un’interpretazione che rendesse la suggestione comica o fiabesca o quotidiana del contesto. Ma solo dopo l’uscita di tutti e sette i volumi abbiamo pensato di rimettere mano all’intero corpo del testo cercando di dare maggior voce al romanzo originale. Le prime traduzioni seguivano esclusivamente il testo in questione, non avevamo la possibilità di capire che cosa sarebbe accaduto dopo, questo ha comportato un lavoro maniacale sul libro in uscita, mentre l’aspetto corale non veniva toccato e soprattutto non era possibile mettere nella giusta prospettiva l’evoluzione di tutti i personaggi. Stefano Bartezzaghi insieme a un team molto competente e preparato sul mondo di Harry Potter ha rimesso mano a tutto ciò, soffermandosi su ogni singola parola, cercando di capire se mantenere il nome dato da noi, utilizzare la parola originale, oppure cercarne una nuova, alla luce di tutto ciò che ormai sapevamo sulla saga e su ciascun personaggio. È stato un lavoro enorme e di grossa responsabilità, ma crediamo di avere centrato l’obiettivo finale: quello di dare ancora più spessore all’intera vicenda e ai suoi protagonisti, come era nelle intenzioni dei testi originali.

Alle case editrici non capita tutti i giorni di imbattersi in un libro che entrerà negli annali dell’editoria, oltre a diventare un classico della letteratura. Come definisce questo successo?

Magico? Sicuramente unico in questa vicenda editoriale è il rapporto creatosi con gli agenti Mr Christopher Little prima e con Neil Blair dopo e con le persone che hanno lavorato e lavorano con loro, e anche quel comitato di editori europei di Harry Potter che due volte l’anno si sono incontrati  per parlare e per scambiarsi idee sulle situazioni delle vendite e della promozione nei vari paesi.

Poi bisogna credere nella qualità e avere fortuna. Non trovo altre parole, non ci sono stati altri segreti. 70% di fortuna avrebbe detto Mario Spagnol, sulla base della sua ricetta di editoria, 10% di intuito (il restante 20% 10 umiltà, 10 curiosità, ma non in questo caso). In questa vicenda fortunata, ho solo il rammarico che lui non abbia fatto in tempo a vivere con noi questo successo.

Quando avete capito che Harry Potter sarebbe diventato un fenomeno di livello mondiale e che anche in Italia avrebbe fatto impazzire milioni di ragazzi?

L’8 luglio del 1999 esce in Inghilterra il terzo volume Harry Potter e il prigioniero di Azkaban; La rivista americana “Time” dedica la copertina a Harry Potter, i cui primi due volumi sono già usciti sul mercato americano in tempi molto ravvicinati. È la consacrazione. Dilaga la Harrypottermania nel mondo. E anche da noi il decollo è immediato, la nostra azione di promozione è sicuramente facilitata, sostenuta dall’impegno di tutti: il 22 ottobre del 1999 esce il secondo volume Harry Potter e lacamera dei segreti, con una tiratura di 21.000 copie ed è subito richiesta una ristampa del primo volume. Il resto è storia.

Quali potrebbero essere le ragioni di un così enorme successo che non accenna a diminuire?

Harry Potter ha intercettato lo spirito di quel tempo, ha segnato un’epoca e una generazione, ormai chiamata appunto “generazione Harry Potter”. Ma poi è andato oltre ridefinendo i canoni di ciò che i ragazzi ricercano in generale nelle loro letture: uno specchio della loro vita, una lettura che sia alla loro altezza e storie appassionanti. Harry Potter è questo.

Chi è la signora Rowling?

Joanne Kathleen Rowling, J.K. Rowling sulle copertine, ormai, come tutti sanno, è più ricca della regina d’Inghilterra. Una donna particolare, dotata di una logica ferrea e di una visione morale della vita, che in un’ansa del suo straordinario cervello (“La sua immaginazione,” dice Stephen King, “dovrebbe essere assicurata presso i Lloyds di Londra per due o tre miliardi di dollari.” Entertainment Weekly, 11 agosto 2003),sin da bambina, si è abituata a costruire storie e si è raccontata la realtà. Non si possono altrimenti scrivere sette romanzi in cui ogni elemento è così prezioso per l’architettura generale dell’opera.

La case editrice come ha affrontato il successo della saga?

Non sedendosi sulla fortuna. Migliorare sempre la qualità del prodotto attraverso un lavoro costante e continuo.

Harry Potter si può già definire un classico della letteratura per ragazzi?

Sì, sono 20 anni dalla prima uscita e non c’è bambino o ragazzo che non si approcci alla saga. A oggi si può ben dire che Harry Potter è un vero classico della letteratura per ragazzi.

A suo avviso all’orizzonte c’è sentore di qualche manoscritto che potrebbe ricalcare, almeno in parte, il successo del maghetto?

Non si può prevedere. Sicuramente il successo di Harry è stato straordinario e forse per certi aspetti irripetibile. Molto probabilmente noi non lo vedremo.

Che lettori sono i ragazzi?

Non c’è una tipologia di lettore. Ci sono quelli che leggono in maniera bulimica, chi solo per dovere, altri saltuari e solo determinate cose.

Quali sono i criteri, se essi ci sono, per la scelta di un testo per ragazzi?

Bisogna scegliere con gli occhi dei ragazzi, calarsi nei loro panni. Non si può editare un libro per questa fascia di età e pensarlo con la mente di un adulto.

Che cosa vuol dire essere direttore editoriale di una casa editrice per ragazzi?

Vuol dire una grossa, ma bellissima, responsabilità. Di fatto la lettura di un libro può segnare profondamente il modo di essere di un ragazzo anche da adulto. Io ne sono un esempio, se sono quella che sono oggi lo devo anche a un libro che lessi da bambina e che mi segnò molto. Non sempre, poi, i libri più famosi sono quelli che di più influenzeranno le nostre scelte. Ognuno ha il proprio romanzo di riferimento. L’importante è trovarlo. Per chi come noi fa libri per ragazzi la cosa più importante è gettare un seme, poi ognuno raccoglierà quello che maggiormente avrà un senso per lui.

Manola Mendolicchio

Christmas in Paris!

Christmas in Paris (Pink Magazine Italia) di [Spring, Viola]

Sinossi

Charlotte Blake ha deciso: passerà il Natale a Parigi! Sua zia Georgie ha appena aperto una libreria a Montmartre, così lei non esita nemmeno per un istante a prendere il primo volo diretto in Francia, dove l’aspetta Pierre, il suo grande amore. Troppi chilometri li hanno separati per mesi e mesi, ma ora è giunto il momento di prendere decisioni sul loro futuro insieme. Chiaro, no? Così sembra, almeno fino a quando mette piede sull’aereo che da New York vola verso la capitale francese. Tra le nuvole, dopo qualche turbolenza e un paio di cocktail, Charlotte si ritrova a raccontare la sua vita a un perfetto sconosciuto, che forse non è così tanto sconosciuto come crede…

E se colui che ti fa battere tanto forte il cuore fosse proprio la persona che più al mondo detesti?

Charlotte è una protagonista scoppiettante, crede nell’amore tra lei e il suo ragazzo francese sino a che un affascinante compagno di volo per la Francia non insinua in lei qualche dubbio, per poi ritrovarsi incredibilmente attratta da questo personaggio tanto sfacciato, arrogante, ma che in verità ha un cuore d’oro e vuole veramente il bene di lei. La incoraggia, in un certo senso, nonostante i suoi modi forti, troppo diretti e sinceri. Quello che cerca Charlotte è conforto tra le braccia del suo amore parigino, quando in realtà quelle sono braccia da cui stare ben bene alla larga…

La storia si svolge a Parigi nel periodo più magico dell’anno, ci si ritrova a chiudere gli occhi e a immaginare la Tour Eiffel, le luminarie della città, e tutto ciò che fa da contorno a un amore che vuol sbocciare anche quando i presupposti non sembrano esserci.

Un libro da leggere e assaporare, scritto in maniera fluida e intelligente da una penna delicata che vi farà sognare.

Acquista qui: Viola Spring – Christmas in Paris

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Dalla Francia un assaggio di Alba

Oggi usciamo dai confini italiani e ci addentriamo in quelli francesi. Vi parlo della bottiglia stappata con dei cari amici qualche giorno fa. Il vino in questione è L’Alba dell’azienda vinicola Jean-Louis Tribouley che produce solo vini con certificazione Bio nella zona Latour De France, un piccolo paesino francese vicino ai Pirenei Orientali.

 

Come sempre, prima uno sguardo all’etichetta che è molto semplice, ma rimane impressa nella mente per i suoi colori vivaci.

Ora ci dedichiamo a questo nettare di Bacco. Il colore è intenso e di un bel rosso rubino; i profumi di frutti rossi sono delicati, come le note vegetali. Al palato sprigiona tutta la forza della terra calcarea e argillosa, dal quale proviene e del vigneto i cui ceppi sono cinquantenni. È un vino secco, deciso, dissetante e persistente, che si accompagna molto bene con un piatto di arrosto o del gulasch.

Si consiglia di stappare e lasciarlo decantare così da poterlo assaporare al meglio. Lo consiglio come regalo per chi ama degustare sempre qualcosa di nuovo.

 

Vin de France, 70% carignan, 15% syrah, 15 % grenache, all in ciment tank

 

http://www.bio66.com/fr/annuaire/vins-8/domaine-tribouley-jean-louis-latour-de-france-102.html

E vissero per sempre INFELICI E CONTENTE… Grazie Cinderella!

Cara Cinderella,

alla mia epoca ti chiamavamo Cenerentola… che fa rima con “pentola”, situazione già molto indicativa, ti scrivo questa lettera perché, a nome di tutte le donne, sento il bisogno di “ringraziarti”.
Grazie perché hai fatto sì che delle bambine “predestinate”, in tutto il mondo,  che un tempo costringevano mamme, nonne e zie a leggere e rileggere innumerevoli volte la storia della tua vita, oggi sono donne che cercano compulsivamente “il grande amore”, che spesso alla soglia dei quaranta, aspettano ancora che  il principe azzurro e il suo cavallo bianco bussino alla loro porta, solo che oggi si chiama Mr. Big grazie al significativo apporto di Carrie Bradshaw, e vola a salvare la sua bella a Parigi su un aereo privato. Senza comprendere che il famigerato principe NON ESISTE!!
Grazie per aver reso la professione di psicologo una delle più remunerative e delle più appetibili dei nostri tempi!
Grazie perché hai generato complessi in intere generazioni, perché i capelli della maggior parte delle bambine non erano biondo miele e soffici alla spazzola come i tuoi, ma castani e spesso anche un po’ crespi… e perché difficilmente il numero di scarpe in adolescenza corrispondeva a un 36, ma piuttosto a un 39 e si è diffusa quindi così la frase “piedino di Cenerentola”.
E rimanendo in tema di scarpe… Grazie perché hai generato una sorta di patologia: “compratrice compulsiva di scarpe” di cui sono affette il 90% delle donne. Si perché la colpa di tutto ciò nasce lì nella tua favola, e non come tutti credono dalla povera Carrie, che anche lei vittima di Cinderella Story, investe tutto il suo patrimonio in scarpe, 40.000 dollari per l’esattezza, e accetta la proposta di matrimonio “più romantica del mondo”, proprio perché anche lei Cinderella Addict, in un armadio,  con Mr. Big ,Il principe, inginocchiato e con in mano invece di un anello una Manolo Blahnik! Per poi ritrovarsi dopo due anni su un divano ad affrontare la semplice monotonia della routine del “VISSERO PER SEMPRE FELICI E CONTENTI!”
Grazie perché hai diffuso la balzana idea che la mattina ci si debba svegliare canticchiando, quando l’unica cosa che la maggioranza delle donne hanno voglia di ascoltare fino al secondo caffè della giornata è solo un profondo ed inestimabile SILENZIO!!

Per concludere ti vorrei ringraziare per aver reso i nostri sogni desideri di felicità che altro non è che felicità irrealizzabile o fittizia!

Ed è così che le Cinderella Addict vissero per sempre INFELICI E CONTENTE!