Il Vicario di Wakefield

Le Edizioni Fazi propongono un altro titolo classico riportato a nuovo per l’affezionato pubblico di lettori moderni. Nessuno si stupisca se dopo più di tre secoli le avventure/disavventure di Il Vicario di Wakefield fanno ancora sorridere. Il testo, tradotto dall’inglese, e reso ancor più brillante, da Barbara Bartoletti, si preannuncia già per il sottotitolo guardingo: “Una storia che si presume scritta da lui stesso”, irresistibilmente attraente e curioso.

Fare la conoscenza del protagonista è un’esperienza quanto mai singolare sin da subito presentandosi egli come benedetto da una duplice vocazione:

Sono sempre stato dell’opinione che un onestuomo che si sposi e che tiri su una famiglia numerosa sia più utile di colui che rimane celibe pur continuando a parlare di progenie. Per questa ragione cominciai a pensare seriamente al matrimonio già appena un anno dopo che ebbi preso gli ordini, e scelsi mia moglie allo stesso modo in cui lei scelse il suo abito nuziale: non per l’aspetto brillante e grazioso ma per quelle qualità che si sarebbero mantenute inalterate nel tempo.

Effettivamente capita davvero di tutto allo sfortunato (ed è già un eufemismo) vicario Primrose che perde tutto: la figlia, la casa, gli averi e infine anche la libertà, ma rimane saldo nella sua fede e incrollabile nella fiducia verso la Provvidenza, anche quando è veramente difficile.

Vivemmo così in questo stato di intensa felicità per molti anni, non senza che ci capitassero a volte quei piccoli inconvenienti che la Provvidenza ci invia per farci meglio apprezzare i suoi favori.

Un’opera parodica che, dopo aver suscitato un incredulo sorriso, lascia l’amaro in bocca per l’incessante serie di rovesci della fortuna, accolti con così tanta rassegnazione, quando non è addirittura accettazione. Un ammirabile spirito di sopportazione messo veramente a dura prova in una sequela di rovesci e colpi di scena davvero incredibili.

Disseminate lungo il cammino il nostro caro vicario trova il tempo e la forza d’animo per dispensarci anche edificanti perle di saggezza:

«Sia lo spirito che la comprensione», dissi, «non hanno valore senza l’integrità: è questa che conferisce valore a ogni carattere. Il contadino ignorante, senza colpa, vale più del filosofo che ne ha molte. Perché cos’è il genio o il coraggioso senza un cuore? Un uomo onesto è l’opera più nobile di Dio».

Il Vicario di Wakefield fin dalla prima pubblicazione, nel 1766, ebbe uno straordinario successo in tutta Europa. Ne sono state tratte diverse versioni cinematografiche ed è stato uno dei romanzi più̀letti e citati tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo: George Eliot in Middlemarch, Charles Dickens in David Copperfield, Mary Shelley in Frankenstein, Charlotte Brontë in Il Professore e Villette, e oltreoceano, anche Louisa May Alcott in Piccole donne. Johann Wolfgang Goethe non mancò di farvi riferimento ne I Dolori del giovane Werther e lo definì: «Uno dei migliori romanzi che siano mai stati scritti».

Anche Jane Austen cita l’opera in Emma come lettura che può dimostrare il grado di erudizione di Mr Martin, l’onesto ma campagnolo pretendente di Harriet Smith:

“Suppongo che Mr. Martin non sia un uomo che conosce molto al di là della sua professione. Non legge?”

“Oh, si! cioè, no… non lo so… ma credo che abbia letto un bel po’… anche se non quello che interesserebbe voi. Legge i Resoconti Agricoli e qualche altro libro, di quelli messi nei sedili delle finestre, ma li legge tutti per conto suo. Ma qualche volta, di sera, prima di giocare a carte, leggeva qualcosa a voce alta dagli Estratti eleganti… molto piacevoli. E so che ha letto il Vicario di Wakefield[1].

Sospetto che le sottili labbra di Jane Austen si siano arricciate più volte alla lettura delle disavventure dell’ecclesiastico, divertita dal susseguirsi delle vicende, ma ancor più dalla tipologia di personaggio che poi ritroveremo spesso ricorrente nei suoi romanzi.

Il Vicario di Wakefield ha tutte le carte in regola per diventarci caro e familiare, come una vecchia conoscenza, cosa che del resto accade con gli indiscutibili classici.

 

 

[1] Jane Austen, Emma, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, “romanzi canonici”, cap. 4.

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