L’errore della lingua italiana

Viviamo nell’epoca di internet, delle notizie che viaggiano al secondo, della parola scritta che, dalle pagine stampate, è giunta su uno schermo a cristalli liquidi. Mai come nell’ultimo decennio, la parola scritta sta andando a sostituire l’oralità della lingua – e vedere una parola è ben diverso dal sentirla pronunciare. Quando si parla, gli errori – almeno in extremis – vengono perdonati, ci si passa sopra perché, si sa, si può parlare velocemente, in preda alle emozioni – e gli errori vengono accettati. Ma con la parola scritta, con le lettere digitate su una tastiera, la situazione è ben diversa. La parola scritta, a differenza di quella parlata, resta, continua a volare nell’etere digitale per mesi ed anni – e con sé anche ogni possibile errore che gli si voglia imputare.

Viviamo nell’epoca della parola scritta e del politicamente corretto – e solo ora la società sembra rendersi conto della profonda discriminazione sessista presente all’interno della lingua italiana.

Siamo italiani, viviamo in Italia, in un paese in cui solo nel dopoguerra le donne hanno avuto diritto di voto, dove solo nel ’48 le donne sono state dichiarate pari agli uomini, dove solo nel ’68 l’adulterio femminile non è più considerato reato. Siamo cittadini del mondo e ancora siamo costrette a parlare di disparità salariale, di molestie sul posto di lavoro o su un autobus, di licenziamenti per maternità.

Siamo donne – e la lingua italiana non ci aiuta a conquistare la parità.

Un cortigiano: un uomo che vive a corte.

Una cortigiana… una mignotta.

Un massaggiatore: un chinesiterapista.

Una massaggiatrice… una mignotta.

Un uomo di strada: un uomo del popolo.

Una donna di strada… una mignotta.

Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso.

Una donna disponibile… una mignotta.

Un passeggiatore: un uomo che cammina.

Una passeggiatrice… una mignotta.

Uno squillo: il suono di un telefono.

Una squillo… dai, non la dico nemmeno. […]”

 

È stata Paola Cortellesi a esibirsi in questo monologo durante la premiazione dei David di Donatello del 2018… e sembra assurdo che – nel 2018! – si debba ancora sentire il sessismo all’interno di una lingua. Di una lingua antica, le cui radici affondano nel latino, la lingua dei sommi poeti fiorentini, delle grandi menti del Rinascimento. Di una lingua che, nel gergo comune, discrimina il sesso femminile.

Siamo nel 2018 e ancora non è uso comune usare le parole al femminile senza sentirsi insultati – e come dar torto? Viviamo in un mondo che, istituzionalmente, a livello profondamente formale, vedrà anche la parità tra uomini e donne; ma non a livello pratico. Viviamo in un’epoca in cui una donna deve battersi per diventare una professionista rispettata, che sia un avvocatessa, una dottoressa o una professoressa. Viviamo in un’epoca in cui una carica importante deve essere solo al maschile perché Ministro, Sindaco o Presidente sono sempre stati lavori da uomini – e che le donne facessero la casalinghe o le insegnanti elementari, con tutto il rispetto per le categorie!

Sinceramente, da profonda femminista quale sono, non riesco a dar torto ad una donna che diventa avvocato, medico o giudice, nonostante, essendo giornalista, la questione potrebbe riguardarmi ben poco. Se il mondo e la lingua italiana discriminano la donna non ponendole il giusto rispetto per la sua professionalità, come possiamo aspettarci di raggiungere – nel XXI secolo – la parità di diritti sotto ogni singolo aspetto della vita quotidiana?

Le donne, quelle che si battono, che affrontano il mondo a testa alta – tutte le donne! – lottano per essere riconosciute per quello che sono, per i sacrifici che hanno compiuto, per mostrare il proprio cervello prima del proprio corpo. E sì, si lotta per quel maschile, per quell’etichetta che, una volta, descriveva professioni a solo appannaggio degli uomini e di cui ora le donne si stanno appropriando. E non si deve discriminare una donna che ha detto a voce alta che ha lottato per diventare avvocat-O, che ha lottato per diventare Ministr-O… perché è qui che la lingua italiana sbaglia, è qui l’errore di Dante, Petrarca e Boccaccio: il femminile di alcune professioni, nonostante sia una battaglia della quale ogni donna dovrebbe farsi carico, porta ad una, seppur sottile, discriminazione, come a mettere un’ennesima etichetta su un qualcosa che dovrebbe essere normale – ma che, nel 2018, provoca ancora scalpore. E ben venga il maschile, allora, se questo vuol dire azzerare qualsiasi forma di sessismo… almeno nell’ambiente professionale (se ci si riesce).

P.S. Alla fine stiamo ancora attendendo un Presidente degli Stati Uniti donna.

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