Cosa indossare al primo appuntamento

Finalmente l’invito che tanto avevate atteso è arrivato.

Il primo appuntamento è il momento più romantico in assoluto, in cui si hanno tante cose da dire in troppo poco tempo. Un’oretta o poco più per dare il meglio di sé, per capire se è la persona giusta per noi. Ma cosa accade qualche ora (o qualche giorno) prima?

Ansia da outfit.

Chiamiamo la nostra migliore amica, chiediamo pareri in giro e ci ritroviamo con la mente in disordine, che è persino peggio del nostro armadio!

Ma niente paura, vi aiutiamo noi! L’immagine che dai di te, può fare la differenza.

Per il primo appuntamento punta sulla semplicità. Il vedo-non vedo è un’arma di seduzione raffinata ed elegante. Non indossare capi troppo scollati, o gonne troppo corte; punta invece su un outfit bon ton.

Se sei una ragazza romantica e sognatrice puoi scegliere una camicetta su una gonna che arrivi al ginocchio. Se non ami le gonne opta per un pantalone a palazzo, un leggings in pelle darà un tocco di seduzione in più. Puoi indossare i capi nei colori tono su tono e arricchire il tuo look con gioielli color oro. Attenzione a non esagerare, indossa degli orecchini o un bracciale. Scegli un trucco leggero nei toni del rosa, applica del fard rosato sulle guance per un effetto bon mine e non dimenticare di applicare uno smalto rosa cipria.

Se vuoi creare un immagine seducente truccati con una linea di eyeliner nero e un rossetto rosso.

Non dimenticare di applicare un rossetto indelebile e mettilo in borsetta, ti sarà utile in caso di ritocchi per il tuo primo bacio.

Vuoi un consiglio in più?

Scrivici!

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La bicicletta nera di Stefania P. Nosnan

Questo romanzo vi lascerà addosso la sensazione netta e concreta che l’amore è più forte della morte. Ambientato nell’Italia occupata dai nazisti, negli immediati giorni successivi al cambio d’alleanza che vide il popolo italiano diventare da “amico della Germania” ad acerrimo nemico, il romanzo narra la storia di vita, amore e guerra di Emma e Umberto.

Emma, giovane donna fortemente provata dalle vicissitudini del conflitto e il prode e coraggioso Umberto, capitano del Regio Esercito. È una storia appassionata e appassionante che vi permetterà di tornare indietro in un tempo distrutto dalle bombe, la cui eco storica è più inquietante che mai. Nel romanzo forte è l’impronta del popolo italiano che resiste e combatte, creando una sorta di scudo che preserva e custodisce questo sentimento così profondo come l’amore tra Emma e Umberto.

La tenacia della resistenza è come il filo d’Arianna, che ti accompagna tra le vicissitudini dei diversi personaggi che entrano in scena, senza mai togliere spazio alla storia d’amore. È un romanzo che ti permette di sentire la caparbietà e la voglia di libertà che ha permesso ai nostri protagonisti di viversi e a noi, di poter essere ancora oggi liberi.

“Dov’erano gli angeli? Forse per i militari non ce n’erano”.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Eravamo tutti vivi

Eravamo tutti vivi è il romanzo vincitore della categoria Opera prima del premio letterario Latisana per il Nord-Est 2018. L’autrice è Claudia Grendene, laureata in filosofia e padovana di adozione. Due cose mi hanno colpito di lei, da subito: i grandi occhi chiari e la dolcezza, ma lascio che si presenti da sola. Chi è Claudia Grendene? “Claudia Grendene è una donna di quarantacinque anni, con una vita piena e tanta voglia di fare, che non appena ha uno sprazzo di tempo corre a prendere in mano qualcosa da leggere. E che prova anche a scrivere”.

In effetti una casa, un marito e due ragazzi riempiono la vita, ma danno anche un bel da fare a cui si aggiunge il lavoro da bibliotecaria. Non solo. Claudia è stata prima studentessa poi docente nella Bottega di Narrazione diretta dal grande Giulio Mozzi. Quanto ha influito la Bottega nella tua formazione di scrittrice? “Il percorso intrapreso con la Bottega di Narrazione è stato fondamentale. Innanzitutto, è stato salvifico scoprire che ci sono altre persone che come me vivono avendo in testa storie da raccontare, persone che investono tempo intorno alle proprie immaginazioni, persone che cercano di scriverle. Perché uno dei nemici più insidiosi della scrittura è l’isolamento: ti rende un po’ sterile, un po’ matto, un po’ disadattato. In secondo luogo, la Bottega mi ha dato accesso ai ferri del mestiere: quegli insegnamenti basilari che servono a gestire un’immaginazione, a costruire una scena, a gestire un dialogo nel testo. La Bottega di Narrazione è un percorso difficile e insidioso, perché mentre ti dà questi strumenti minimi dello scrivere, ti restituisce anche la piena consapevolezza che sta solo a te saperli usare. Che sta solo a te scrivere. Che non hai più scuse per tergiversare. Come capita nella vita, sei sempre e di nuovo di fronte a te stesso. La Bottega ti mette davanti i tuoi limiti. E lì, o scatta un atto di volontà fortissimo, oppure sarà difficile portare a termine il progetto. Il pregio della Bottega di Narrazione è darti più dubbi che certezze, demolire le certezze dettate da inesperienza e ingenuità. È una scuola che ti guida verso la ricerca di soluzioni, ma non ti fornisce ricette pre-costituite. Credo che la dote fondamentale che la Bottega di Narrazione è riuscita a tirare fuori da me sia la caparbietà. Ho compreso, durante quell’anno, quanto io tenessi alla scrittura e ho imparato a darle una priorità nella mia vita”.

Eravamo tutti vivi è un romanzo di formazione, quella di sette amici che, crescendo, si trovano ad affrontare dinamiche familiari e relazioni in continua mutazione. È un faro proiettato sulle emozioni e su come queste cambino mentre cambiano i rapporti, mentre mutano gli equilibri familiari quando nascono i figli o quando questi tardano ad arrivare o non arrivano mai. Quale parte di te esprimi con la scrittura? “Quando inizio a scrivere una storia, di solito, non sento il bisogno di esprimere qualcosa di me stessa. Capita, invece, che mi giri in testa una storia, e che io non mi dia pace fino a quando non abbia capito cosa raccontare e come raccontarlo. Parto sempre da lì. Scrivendo, è inevitabile, finisco di certo per esprimere qualcosa della mia interiorità o dei miei vissuti. Ma questo per me non è mai il punto di partenza. Quando leggo un romanzo mi piace trovarci una storia, o più storie; ed è questo stesso desiderio di racconti che mi spinge a scrivere”.

Tanti sono i temi trattati nel romanzo della Grendene, forti come quello della morte, la voglia di libertà e di autoaffermazione, la necessità di ritrovare uno spazio anche nella propria casa, quando questa diventa un inferno di disattenzioni, e tutto è più stretto, manca l’aria, oppure quando tra le sue mura rimbalza l’eco dell’insofferenza, in quegli spazi lasciati vuoti dalla solitudine e carenti del calore di una famiglia o di un amore, che non si è riusciti a trovare o a impedirgli di andare via. Il romanzo è attualmente in concorso per il Premio Letterario Massarosa 2018: in bocca al lupo Claudia!