Intervista al poeta Giulio Di Fonzo

Giulio Di Fonzo, poeta romano, insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’università di Tor Vergata. Ha pubblicato importanti saggi sulla poesia dell’Ottocento, in particolare su Foscolo e Leopardi. Di Fonzo però è soprattutto conosciuto come uno dei maggiori studiosi dell’opera poetica di Sandro Penna; è stato lui, infatti, il primo critico che ha dedicato al poeta umbro un’intera monografia. Durante la sua carriera accademica si è anche occupato diffusamente dello studio della poesia del Novecento, in particolare di d’Annunzio, Ungaretti, Montale.

Oggi lo abbiamo intervistato nella sua casa romana, nell’antico quartiere di San Giovanni; un’abitazione posta proprio davanti le mura latine e il campanile di San Giovanni a Porta Latina: posizione strategica che in parte svela la fonte poetica classica di Di Fonzo.

Poesie 1992-2018, la raccolta che sta per essere pubblicata dalle Edizioni Croce, saluta un traguardo d’arrivo della sua produzione poetica o un nuovo inizio?

Il libro segna senz’altro un traguardo d’arrivo, perché raccoglie la mia produzione lirica finora apparsa. Nella raccolta ho potuto rivedere, mutare, migliorare e inserire nuovi testi. Ma spero sia anche lo stimolo per un nuovo inizio. In quest’ultimo periodo ho lavoro a lungo su delle nuove liriche che spero di inserire presto in una nuova raccolta.

Quando il suo amore per la poesia si è trasformato in scrittura?

Ho cominciato a scrivere intorno ai vent’anni. Sono partito quasi sempre da esperienze, contemplazioni e fantasie vissute. Sono un poeta molto autobiografico. Ma certo hanno contato molto anche le scoperte, gli amori letterari che si sono susseguiti negli anni.

Qual è il fil rouge che lega le poesie di questa raccolta?

La prima produzione è molto diversa dalla seconda. Le prime sono poesie legate alla visione della natura, hanno una leggerezza e sottigliezza percettiva nelle descrizioni, negli effetti di luce, nel paesaggio. E molte sono poesie d’amore intense e delicate. C’è in tutte una cura estrema della forma. Le cito qualche felice clausola: l’onda del mare «lattescente e rosea lenta lambisce | le fioche orme del mio vano andare». O ancora: «Fuori del lago lungo fitte siepi | non so se farfalle o petali di fiori». Nella seconda produzione invece cresce il tono doloroso, in risentite, a volte violente immagini drammatiche. Ho subito in quegli anni l’influsso della grande prosa di Gadda e il fuoco della poesia di Amelia Rosselli. Un motivo nuovo è l’attenzione ai drammi antichi e nuovi della storia. Ho notato infine, rileggendomi, come in alcune poesie la visività sfumi in visionarietà. La continuità tra le raccolte risiede nella fascinazione della natura, nei motivi dell’amore e del tempo.

Al pari della pittura e della scultura, scrivere poesie è una vera e grande arte. Quali sono i suoi strumenti del mestiere? Quali i “criteri guida” del suo metodo? È solo ispirazione o dietro si nasconde un duro e lungo labor limae?

Credo ancora, come Saba, nell’ispirazione, che è ovviamente un dato psichico, l’urgenza interna di esprimere un moto dell’animo o una percezione. Contemporaneamente si lavora sulla parola, sul ritmo e il tessuto fonico del verso.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi versi?

Quasi tutto è autobiografico, nel senso che nasce da sentimenti, sensazioni, contemplazioni vissute.

La sua poesia procede per immagini, e, colte nella loro essenza più profonda, vanno a stimolare tutti e cinque i nostri sensi. Ecco: è questo il suo intento, emozionare, o con la poesia intende soddisfare in primis un suo narcisismo?

No, non parlerei di narcisismo. La mia è una poesia che procede per immagini, nitide messe a fuoco dei dati sensoriali. La poesia quando riesce nel suo intento è forse la suprema delle arti, perché si rivolge a tutte le facoltà mentali – è pittura, pensiero e musica fusi assieme. Spero di esservi riuscito qualche volta.

Se posso azzardare, nei suoi versi v’è una ricercatezza disarmante, ricercatezza che a tratti pare rievocare atmosfere crepuscolari, ma soprattutto la purezza e la soave musicalità di Pascoli («Non ha sussurro il mare…»). E ancora, mi è sembrato che i suoi versi possiedano una cultura inesauribile. Per esempio, nei chicchi di melograno che fiammeggiano ho percepito echi dickinsoniani e nelle liriche d’amore ho pensato di riconoscere le voci dei poeti romantici inglesi… È possibile? O queste sono corrispondenze che si instaurano tra il lettore e il testo poetico?

Non parlerei di atmosfere crepuscolari né pascoliane. Anche se amo molte liriche di Pascoli, un grande poeta, per quanto diseguale, capace di mirabili capolavori. Mi riferisco nella fattispecie, fra le altre, a “L’assiuolo”, “Novembre”, “Il gelsomino notturno”. Inoltre ho senz’altro una viva passione per i versi di Keats e della Dickinson, può darsi che abbiano lasciato qualche traccia nella mia poesia.

Alcune poesie assai crude, a tratti feroci, rievocano i mondi inaccessibili della poetessa Amelia Rosselli o l’immediatezza di Ungaretti, altri invece, più classicheggianti, ricordano i versi di Petrarca o di d’Annunzio. In questo senso, vi sono citazioni consapevoli o simili accostamenti sono da ritenersi degli azzardi?

Sì, nei miei testi vi sono echi e citazioni consapevoli, da Petrarca e Leopardi, a Gadda e Montale. Servono a impreziosire la poesia o a esprimere meglio di quanto potrei un pensiero o un’immagine.

Ci sono autori che sentiamo a noi particolarmente vicini. Una cosa del genere a Lei è accaduta con la poesia di Sandro Penna? Che cosa Le ha fatto decidere di dedicarsi a questo poeta del Novecento che difficilmente troviamo citato nelle antologie di scuola e che Pasolini aveva notato e sostenuto?

Ho studiato la poesia di Penna perché lo ritenevo e lo ritengo un grande poeta. Debbo la sua scoperta a un bellissimo articolo di Natalia Ginzburg. Mi sorprese la delicatezza e la limpidezza dei versi, e nella purezza una grande intensità espressiva. Giovanissimo pubblicai il saggio La luce e il silenzio e poco più tardi un denso articolo sulla rivista letteraria «Alfabeta» che riassumeva alcune delle idee principali del libro.

Quanta influenza ha avuto la produzione lirica del poeta umbro sulla sua vita artistica e/o personale? Alcune sue poesie, specie le più brevi, quelle dolci e “spontanee”, ricordano tanto Penna. Non è così?

Sì, alcune poesie brevi e delicate possono ricordare Penna. Ma devo l’amore per la poesia breve e la concisione epigrammatica soprattutto allo studio della lirica greca e latina e, più tardi, di quella orientale (Bashò, Li Po, Hafiz).

Da Mimnermo a oggi, l’uomo non ha mai smesso di porsi grandi domande. I poeti continuano a interrogarsi sulla vanità dell’uomo, sullo scorrere inesorabile del tempo. Il poeta di oggi che quesiti si pone? I grandi dubbi sono immutabili o oggi il ruolo del poeta è cambiato?

Credo che i grandi interrogativi sull’esistenza siano perenni. Le domande che il pastore errante pone alla luna nel “Canto notturno” leopardiano, sono le eterne domande che ogni uomo dotato di ragione si pone. Non credo perciò che il ruolo del poeta sia cambiato. Mi interessa tuttavia anche quando si apre ai fatti del mondo, uscendo dal proprio egocentrismo verso i problemi della società, come hanno fatto in Italia Sereni, Pagliarani e Raboni.

La poesia utilizza, per così dire, una lingua universale, una lingua potente che non si piega a nessuna etichetta e soprattutto che non conosce diversità, in nessuna delle sue accezioni. È per questo motivo che ancora oggi, nel 2018, il mondo ha ancora così tanto bisogno della poesia?

La poesia non cambia il mondo, ma è perenne il desiderio di esprimere qualcosa che urge interiormente nel pensiero e nell’immaginazione e dargli compimento in una forma. Fermare il tempo in un’immagine che vibri e canti. E devo riconoscere che nella mia cultura un posto importante hanno il pensiero filosofico, lo studio delle arti figurative e della musica.

Legge anche romanzi? Quali generi preferisce?

Ho letto e riletto naturalmente i grandi romanzi russi, francesi e inglesi dell’Ottocento e del Novecento. Proust, Tolstoj e Flaubert sono forse quelli che mi hanno più segnato. Ma è soprattutto quando sono immerso nella natura e nell’amore che ho avvertito, in alcuni momenti, la sensazione di superare il tempo e di trovare, come dico in un verso, «il prodigio del tempo che non muore», di immettermi «nella luce chiara delle cose infinite», cioè di fuoriuscire dall’ordito di attimi che cadono nel nulla, verso un’armonia superiore, verso il divenire perenne dell’intero universo, che probabilmente, dicono gli scienziati, non avrà mai fine. Tornando al romanzo, in particolare negli ultimi anni mi hanno colpito Saramago, Sebald e Pamuk.

Da critico, ma soprattutto da poeta, che rapporto ha con la tecnologia?

Lo sviluppo industriale e tecnologico ha mutato il mondo. Ha liberato l’uomo dalla fatica del lavoro più improbo, ha debellato malattie finora incurabili, ma ha anche creato nuovi mali e squilibri. Sento soprattutto il problema ecologico come il più urgente nei paesi sviluppati. In alcune mie poesie c’è la presenza di questo allarme diffuso. Personalmente non sono molto tecnologico con i nuovi strumenti informatici, ma mi sto aggiornando. Internet è stata una vera rivoluzione, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Per concludere, vorrei porLe un’ultima domanda. In che posizione si colloca rispetto agli altri poeti suoi contemporanei?

Non amo la poesia che si confonde con la prosa o si lascia andare a incontrollate effusioni interiori o a sterili giochi verbali. Per questo non sono quasi mai stato attratto dai movimenti d’avanguardia. Apprezzo molto tra i contemporanei il primo Magrelli, De Signoribus (anche se molto oscuro), la Anedda e altri. Ma i miei numi poetici moderni, dopo Baudelaire e Mallarmé, restano Eliot, Montale, Celan e la Cvetaeva. Ringraziandola per questa intervista mi permetta di citare una mia poesia, si intitola “Invocazione”:

Vivi con me il mattino felice

la luce fulgida il vento leggero

e questo verde rotondo maturante

mondo, ferma il sole che si incrina

giorno per giorno.

Sciogli l’ansia che sale

in alte trecce d’angoscia

tra i rampicanti scarlatti…

Nulla, nulla di rapido o lento

solo il sostare dell’ora

nel mezzogiorno assolato,

che tu afferri per portarlo lontano

nella luce ignota delle stelle infinite.

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