Eduardo e Mehret

Essere parte di un sistema

L’immigrazione non è solo una questione sociale o politica, è prima di tutto una questione morale. A volte si associa questa parola a un’altra: discriminazione. È facile cadere in banali ed estreme considerazioni quando si parla di temi dal respiro così ampio e senza tempo. Il cuore di quello che viene percepito come problema quando si parla di immigrazione è composto da una stratificazione di paure. La paura trova il terreno più fertile quando regna il caos, anche nell’informazione, perché il caos annebbia la visione del futuro, anzi soffoca qualsiasi fiducia verso il futuro. Credo che oggi manchi la fiducia nel domani, la presenza di un messaggio di speranza a cui aggrapparsi, per continuare a credere anche nei periodi senza luce. La crisi, qualsiasi tipo di crisi, a qualunque livello si manifesti, personale, professionale, relazionale, sociale, può essere superata se si riesce a guardare oltre, a gettare lo sguardo dove tutto è più calmo e a respirare, di nuovo, senza affanno. Le persone che riescono a infondere un senso di speranza, sono luci nell’universo, che illuminano il cammino anche a coloro che gravitano intorno a loro. Io ho avuto la fortuna di incontrare alcuni anni fa una di queste persone, a Roma, la città dove vive da quarant’anni, da quando ha lasciato il suo paese d’origine, l’Eritrea. Lei si chiama Mehret Tewolde, libero professionista e Coach.

“Io e Roma, abbiamo compiuto il nostro primo quarantennio insieme: non mi sono ancora integrata, non ne ho mai avuto il bisogno. Nessuno mi ha mai chiesto di integrarmi e nemmeno di scegliere tra le mie due culture. Al contrario, sono stata accompagnata nella ricerca e nella crescita della donna che sarei voluta essere e che spero di essere diventata. Oggi da Coach ho capito che, ciò che ha funzionato nel mio caso, è stato l’approccio sistemico. L’integrazione è l’inserimento di un individuo in un nuovo sistema: anche un bambino di tre anni fa l’inserimento al nido, inteso come integrazione, così come il nuovo dipendente di un’azienda. Il processo che mi ha permesso di fare parte del sistema nel quale vivo e contribuire alla sua crescita si è sviluppato su dimensioni diverse, ma con una costante comune: la lettera R. La prima R è riconoscere, vedere, interagire con l’altro come essere e non come numero o fenomeno. Non c’è niente di più svilente per un individuo che essere ridotto a numero. Il riconoscimento reciproco è la base per costruire una relazione e una sana inclusione. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno vista prima che io stessa mi vedessi e riconoscessi. Ma, per costruire una relazione equilibrata e duratura, è necessario attivare la seconda R, quella del rispetto: di se stessi, degli altri, delle regole, delle cose proprie e altrui, delle diversità culturali, di genere, di ceto, di religione, di opinione e di ogni altro tipo di diversità. Mi sono sentita rispettata da entrambi i componenti delle mie culture: mi hanno ascoltata, aspettata, hanno messo in discussione il proprio punto di vista e, a volte, loro stessi: da loro ho imparato a rispettare me stessa e pretendere che gli altri mi rispettassero. Mi riferisco a Hiwet, mia madre, e a Eduardo De Filippo, un uomo straordinario che, nel breve periodo che vissi con lui, è stato per me un genitore e un mentore. Eduardo era un uomo di cultura, uno dei più importanti del ‘900, ricco di quell’umanità e di quella semplicità che sono proprie solo dei grandi.  Un ricordo tra tutti è la sua reazione quando alcuni ospiti arrivavano a casa e, sorpresi di vedere lì una donna nera, mia madre, dicevano: «Eduardo, ti sei messo una negra in casa?». Allora lui urlava: «Hiwet è un membro della mia famiglia. Se questo ti crea problemi puoi lasciare subito la mia casa». Che io e mia madre fossimo parte della sua famiglia, Eduardo, lo ha detto da subito: era un suo sentire intimo e autentico. Accadeva quindi che l’ospite, sorpreso, a volte spaventato dalla reazione, chiedesse scusa, e lui replicava: «Le scuse devi porgerle a Hiwet: è a lei che hai mancato di rispetto». Questo sia che l’ospite fosse il primo ministro sia il fattore della casa di campagna. Vedere questo gigante riconoscere me, che ero solo una bambina, e mia madre come esseri umani, e difendere la nostra dignità, mi ha aiutato a comprendere il senso del rispetto verso me stessa e verso gli altri. La terza R è quella della resilienza. Oggi se ne fa un gran parlare e tutti la conosciamo, in maniera più o meno consapevole: è uno sforzo quotidiano che facciamo per adattarci a una realtà che cambia anche senza la nostra volontà. Questo l’ho imparato da Hiwet, che per accompagnare me nell’integrazione in un nuovo paese, per prima ha accettato, non senza fatica, la cultura italiana e mi ha lasciato libera di scegliere il percorso di vita senza interferenze. La flessibilità trasforma la diffidenza in curiosità, e questa spinge l’uomo a spostarsi per crescere, per evolvere: senza il nostro migrare saremmo ancora all’età della pietra. La stessa esplorazione di Marte è una migrazione. L’ultima R è quella delle risorse. Eduardo pretendeva che io coltivassi l’autostima e la determinazione nel perseguire i miei progetti, attingendo parimenti ai miei bagagli culturali, affinché facessi scelte più ecologiche e funzionali. L’esempio più banale sul rispetto delle culture lo prendo dalla tavola: io mangio con le posate il pollo arrosto, non il dorho, il pollo cucinato all’eritrea, ed è raro che i miei ospiti possano usare le posate per consumare un pasto eritreo. Gli elementi culturali di ogni sottosistema con il quale ho agito e interagito mi hanno aiutata a trovare la mia personale via di accesso al sistema generale, nel rispetto dei miei tempi e delle mie modalità. E, in questo modo, ho imparato a superare le apparenze nel rapporto con le persone, a non sospettare delle differenze, a mostrare, non a dimostrare, a non cadere nella trappola dell’autocommiserazione o della contrapposizione noi-loro. Così ho superato i miei conflitti e la linea di confine tra la voce interna e quella esterna si è assottigliata fino a scomparire: la mia identità comprende sia la cultura eritrea sia quella italiana, e ha una valore superiore alle due prese singolarmente. Non è stato facile, niente lo è: il processo a volte è stato doloroso, non solo per me. Ho pianto, tanto. Ma tutta quella sofferenza è stata necessaria alla costruzione della mia maturità e della mia personale via di accesso al sistema. Se penso alle problematiche che affliggono oggi la nostra società, spesso mi scopro a pensare a Eduardo e ai suoi silenziosi, fattivi insegnamenti. Uno ad esempio è la diversificazione dell’approccio in base all’età: lui aveva un’interazione diversa con me e con mia mamma. Eduardo ha fatto in modo che io non considerassi l’Italia e il suo popolo razzista, quando di fronte a un atteggiamento discriminatorio che avevamo subito io e mia madre, mi disse: «Mehret, ti chiedo scusa per il mio popolo». Grazie a lui, ho avuto l’opportunità di sentirmi diversa, ma come tutti, perché siamo tutti diversi, persino i gemelli. Questa consapevolezza mi ha permesso di vedere negli atteggiamenti discriminatori una sfida positiva, uno stimolo a cercare nuove risorse o ad attingere a quelle vecchie: è così che sono diventata la prima donna dirigente della banca del Vaticano, dove, per paradosso, è stato più discriminante essere donna che essere nera. Ho superato il limite del pensiero degli altri, grazie a un sistema adeguato e consapevole che mi aveva preparato in modo appropriato a farne parte e quindi a essere utile alla sua stessa crescita”.

Sulla copertina del numero speciale di aprile 2018 del National Geographic c’è la foto di due gemelle, una nera, l’altra bianca. La razza è un’invenzione sociale, non una realtà biologica. È la paura che ci spinge a rifiutare ciò che è diverso da noi, ma la paura va educata, bisogna allenarsi ad accettare anche le paure più profonde, a guardarle dritto negli occhi, solo allora ci si accorgerà che in realtà ogni paura è frutto della mancanza di conoscenza della situazione, del futuro, dell’altro. Si può educare l’intero sistema al concetto di accettazione e di rispetto. La diversità è un arricchimento, accettarla è un modo per esplorare i propri personali confini e capire fin dove si può continuare ad allargarli, fino a farli scomparire del tutto e raggiungere quel rassicurante senso di infinito che solo poche, rare volte si riesce a percepire nella vita. La diversità è uno strumento che ci permette di uscire dalla zona di comfort, un’opportunità per lavorare su noi stessi e accettare le nostre paure, che l’altro rappresenta in quanto diverso in apparenza da noi. Nessuna vita è più importante di un’altra e, sono convinta, nulla accade senza uno scopo. Nulla. Tutti facciamo parte di un grande disegno che saremo in grado di comprendere solo in futuro: siamo tutti stelle, diamo a noi stessi e agli altri la possibilità di risplendere, riflettendo l’uno la luce dell’altro.    

 

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