Un’estate in montagna di Elizabeth von Arnim

Il romanzo è stato recentemente pubblicato da Fazi, ma era già uscito nella edizione tascabile economica di Bollati Boringhieri nel 2012 dal titolo Uno chalet tutto per me. Evidentemente ciascuna è la versione libera dell’originale In the Mountains che -bisogna riconoscere- meglio esprime, con compiutezza e semplicità, il senso del libro.

Senz’altro è la lettura ideale in questo periodo, per chi cerchi refrigerio dalla calura soffocante e dalla prosaicità della vita. La narrazione, benché priva di fatti eclatanti o avventurosi (se non si considera la mostruosa tragedia recente del conflitto mondiale) è ricca di stupore grato e veicolo di benessere contagioso.

La cornice maestosa e incontaminata delle montagne esalta percezioni e sentimenti in visioni gioiose e infinite.

Lo riprendo a distanza di tre anni e mi imbatto, anzi mi perdo in…

L’azzurra vastità dell’aria riempiva la volta del cielo di un turchese sfumato di viola. La mia baita con il suo giardino si trova proprio sul ciglio della montagna, e lo spazio vuoto tra noi e la montagna di fronte trabocca di luce azzurro viola dall’alba al tramonto

Ed è subito amore.

È proprio vero che bisognerebbe leggere più volte i libri perché ogni volta essi hanno qualcosa di nuovo da dirci e Un’estate in montagna si coniuga perfettamente con la mia disposizione d’animo trascinandomi sulle vette incontrastate di un paesaggio incantevole mi restituisce la solitudine dei miei pensieri e mi circonda di luce baluginante.

Dopo gli orrori della guerra Elizabeth torna piano piano padrona di sé, riacquista la consapevolezza della sua voglia di vivere attraverso un percorso che prevede poco intreccio e qualche incontro: le due sorelle vedove capitate per caso alla baita e invitate a restare, costituiscono un piacevole diversivo alla quiete solitaria del rifugio tra i monti. E costituiscono il risvolto divertente e assurdo di tutta la vicenda che da dramma intimistico diventa commedia con quell’inconfondibile tocco di leggerezza e ironia della scrittrice.

Esso è infatti un piccolo saggio dei suoi pregi: le rappresentazioni evocative, il potere ammaliante della scrittura, l’ironia sottesa, quel senso della misura tipicamente inglese, l’assoluta padronanza dello stile diaristico.

Le descrizioni vivide dei prati brillanti e del panorama sconfinato ricreano perfettamente il paesaggio dell’anima e quello circostante e palpitano dell’azzurro vibrante del cielo e del silenzio riposante dell’altitudine.

Il luogo che abbiamo scelto per fermarci è talmente bello che non sarebbe stato possibile passare oltre senza notarlo. Credo che siamo rimaste almeno mezz’ora ad assorbire la bellezza dei crochi sul quel pianoro soleggiato, ad ammirare il modo in cui le cime dei pini sul pendio sottostante spiccavano contro l’azzurra vastità della valle. Ci ha procurato un profondissimo senso di appagamento. Il sole era caldo, l’aria straordinariamente fresca e pura. Già solo respirare era felicità. Credo che la benedizione più grande nella mia vita sia stata proprio provare spesso la felicità di respirare.

Nella biografia della scrittrice, Chiamatemi Elizabeth, Carmela Giustiniani ci spiega che questo diario -perché tale è- ebbe un potere terapeutico su di lei prostrata “come una formica malata” al fine di elaborare i numerosi lutti accumulati durante gli anni della Guerra e “quel luogo incantato non tardò a esercitare il suo effetto benefico, e anche l’opera ne venne contagiata”: abbandonata gradualmente la malinconia iniziale il romanzo si trasforma in un’altra deliziosa commedia, in cui il consueto brio dell’autrice inizia a “carburare” nuovamente” (p. 49).

È tremendo assomigliare così tanto a Giobbe.

Come lui, sono stata spogliata di tutto ciò che rendeva la vita incantevole. Come lui, in un tempo brevissimo ma colmo di disastri ho perso quasi tutto quello che amavo. E non c’è stata soltanto la guerra, un uragano terribile che ha abbattuto ogni speranza e fatto strage delle ricchezze della vita, che mi ha travolto insieme a tutti gli altri e si è lasciato alle spalle sangue e rovine; oltre alla guerra, oltre all’angoscia di perdere gli amici, che pure era temperata dalla macabra consolazione di non essere soli nel dolore, c’è la mia esistenza, che è devastata. …Eppure, come Giobbe, mi aggrappo a quel poco di fiducia nella bontà che mi è rimasta, perché se la lasciassi andare rimarrebbe solo la morte.

Sinossi.

Estate 1919. Oppressa da una profonda tristezza causata dagli orrori della guerra, Elizabeth si rifugia nel suo chalet svizzero. Arriva sola, l’animo rabbuiato dalle pesanti perdite subite e consapevole della malvagità umana, nella casa tra i monti che fino a pochi anni prima riecheggiava della presenza e delle risate di numerosi amici. Vuole ritrovare la gioia di vivere, scuotersi dall’apatia, tornare ad amare la natura, ad apprezzare i fiori e i panorami incantevoli che la circondano. Non è un’impresa facile, ma lentamente comincia a riaccendersi in lei una sottile vena di energia. Anche per il suo compleanno è sola. Concede ai domestici un giorno di libertà e si accinge a dedicarsi a qualche lavoro pesante che la costringa a non pensare, quando le arriva un regalo inatteso: due donne inglesi, reduci da un’escursione e in cerca di una pensione dove trascorrere la notte, giungono per caso allo chalet. Elizabeth le invita a pranzo, poi per il tè, quindi a rimanere con lei per alcune settimane. E dalla loro presenza nascerà la promessa di una nuova felicità. Pieno di scene divertenti e intriso della solita lieve ma spietata ironia che contraddistingue lo stile di Elizabeth von Arnim, “Uno chalet tutto per me”, scritto in forma di diario, ci offre una serie di pensieri profondi sull’importanza del preservare la vita e sull’insensatezza della guerra.

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