La famiglia Aubrey di Rebecca West

Ho incontrato la prima volta Rebecca West a casa di Virginia Woolf dato che si erano viste durante un ricevimento, nel maggio 1928, per  la prima volta di persona. Attraverso gli occhi di Virginia Woolf l’ho conosciuta come una donna interessante, ma fredda come il ghiaccio, o almeno così la descrisse alla sorella Vanessa, aggiungendo parole meno lusinghiere che inaspettatamente culminavano nel giudizio finale “a me è piaciuta molto”. Rebecca ricambiava con scarsa affabilità ma quando le fu chiesto di comporre un ricordo di Virginia, dopo lo choc per la sua morte, scrisse: “Vi era in lei qualcosa di insolitamente pulito, puro. Non ho mai sentito nessuno raccontare su di lei una storia che recasse traccia di qualcosa di non lodevole”[1].

Poi quando mi sono imbattuta nell’adorabile e invitante edizione Fazi de La famiglia Aubrey ho realizzato che si trattava proprio di quella autrice.

La famiglia Aubrey appartiene alla “Aubrey trilogy”, una raccolta di tre romanzi autobiografici: The Fountain Overflows, This Real Night, e Cousin Rosamund, scritti il primo nel 1956, gli altri due trent’anni più tardi.

La sensazione che percorre le pagine di questo romanzo è tutt’altro che fredda come il ghiaccio.  La storia è il racconto del mondo degli adulti visto con gli occhi di un bambino sempre pronto a meravigliarsene.

La prospettiva è falsata perché, se le paure infantili dilatano certe situazioni ordinarie, sorvolano anche con maggiore spensieratezza su fatti oggettivamente più gravi che sfumano con il candore relativista della fanciullezza. Diventa a tratti una lettura leggermente ansiogena ma proprio perché trasmette il senso di continua insicurezza in cui versa la famiglia e che i bambini assorbono e rimandano direttamente, senza filtri.

Come la memoria di un bambino si fissa su alcuni particolari apparentemente insignificanti, le descrizioni minuziose e dettagliate costituiscono la cifra stilistica di questo romanzo che sembra seguire il flusso dei ricordi e soffermarsi su incontri emblematici e oggetti simbolici, rituali precisi e insegnamenti di vita.

Rose è una bambina talentuosa e appartiene a una famiglia sicuramente fuori dal comune ma deve scontrarsi giornalmente con un tipo di società che non sa vivere in nome dell’arte, ma anzi non sa riconoscere la bellezza né tantomeno valorizzarla.

Ciò nonostante il libro è pervaso di ideali e di superiori valori che in quanto tali non devono essere messi in discussione per qualche misteriosa, ma comunque condivisibile, ragione. La musica è la religione della signora Aubrey e alle vette eccelse toccate attraverso di essa fanno da contraltare i disagi e i sacrifici sperimentati nell’economia domestica.

La musica che vi ho insegnato a suonare vi ha fatto capire che gran parte di quello che accade nella nostra vita non dipende da noi.

La musica è l’unica certezza nella vita dei bambini di questa famiglia speciale, la primogenita Cordelia, le gemelle Mary e Rose e l’ultimo nato, il maschio prediletto, Richard Quin.   Questo è il grande insegnamento della loro mamma, nella quale ripongono la loro incrollabile fiducia. Come se il talento, la musica, e in generale l’arte fosse un’armatura sicura contro le brutture della vita, o anche solo un antidoto per esserne immuni.

Mentre la madre è molto presente, in ogni momento della giornata e in ogni evento che si rovescia su di loro, il padre rimane sullo sfondo, passivo e anche subìto rispetto alla famiglia, per il suo fascino e la sua inconcludenza:

Ogni volta significava che stava scrivendo qualcosa di meno effimero dei suoi soliti articoli, un pamphlet o un saggio da includere in un libro. In quei momenti provavamo nei suoi confronti una venerazione particolare, anche se eravamo sempre consapevoli della sua scarsa fortuna. Qualsiasi atto creativo comporta sofferenza, ci aveva detto la mamma.

Un libro, o meglio una narrazione singolare, non ordinaria, assolutamente non banale, per la quale non scomoderei nessun paragone, illustre o meno; compiuto, nonostante il seguito che verrà.

Lascio qui la sinossi dell’editore:

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

[1] Liliana Rampello, Virginia Woolf e i suoi contemporanei, Il Saggiatore, Milano 2017, p. 160.

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