Promuovi la salute in pochi semplici passi

Ormai lo sanno anche i muri che la salute va preservata e come farlo, eppure guardandomi attorno continuo a vedere che sono ben pochi coloro che cercano di prendersi cura della propria salute in senso globale, sia fisico che psicologico ed emotivo. Fumiamo, beviamo, mangiamo cibo morto e tossico, non facciamo una regolare attività fisica, passiamo poco tempo al sole e all’aria aperta, sopprimiamo ogni sintomo con farmaci velenosi, sostiamo continuamente in stati emotivi nefasti come il senso di colpa, la rabbia o la paura, siamo sempre di corsa, dormiamo poco e male, si potrebbe continuare all’infinito con questo elenco. La conclusione è che non facciamo nulla per tentare di conservare la nostra salute, non c’è da stupirsi poi che le patologie del così detto benessere, stiano diventando una piaga endemica a cui sembra impossibile sottrarsi.

PRIMA ILLUSIONE: IGNORANZA

La convinzione che io non abbia alcun potere sul mantenimento o meno della mia salute, la credenza fatalistica che se “tanto mi devo ammalare, mi ammalo”, come se la così detta malattia fosse una sorta di punizione divina dall’alto che accade indipendentemente dal mio stile di vita. Questa è ignoranza! Tanto vale godersela, mangiare a più non posso, passare i pomeriggi davanti ai videogiochi, bere smodatamente alcolici e fumare un pacchetto di sigarette al giorno. Questa logica consiste sulla costante gratificazione immediata di ogni impulso e desiderio, che però si traduce ahimè nella sofferenza sul medio lungo periodo. Questo stile di vita ti predispone per patologie quali, diabete, tumore, ipertensione, obesità e molte altre. E tutto questo dipende per la maggior parte da te, dal tuo stile di vita più o meno salubre, dalla corretta alimentazione, movimento fisico ed atteggiamento emotivo.

SECONDA ILLUSIONE: PRESUNZIONE

Da evitare anche l’estremo opposto, ovvero la convinzione presuntuosa che se avrò uno stile di vita corretto ed ineccepibile, allora non mi ammalerò mai. Questa seconda convinzione ti porta nell’estremo diametralmente opposto, ovvero inizi a temere tutto ciò che ti può “fare male”, cominci una sorta di vita monastica in cui lentamente ti isoli, ti chiudi su te stesso e sulla tua ricerca della salute eterna, ma sostanzialmente non vivi davvero. Viviamo in un ambiente inquinato e saturo di metalli pesanti, aggiungiamoci l’elettrosmog, il wi-fi, e chi più ne ha più ne metta. Si può fare molto per ridurre l’impatto nocivo di tutto ciò, ma non ce ne si può sottrarre del tutto. Ci sono atleti in piena salute che muoiono a  trent’anni d’infarto e alcolisti/tabagisti ottantenni che non sembrano portare con sé nessun segno di malessere, perché? Non c’è una ragione, accade e basta.

VIA DI MEZZO

Come in ogni cosa la verità sta in mezzo, ogni eccesso in un senso o nell’altro alla lunga non paga. Ciò che dovrebbe spingerci dovrebbe essere vivere bene adesso, la qualità della vita di ogni singola giornata, senza pensare a voler diventare immortali o perennemente giovani. Uno stile di vita tutto sommato sobrio, senza eccessi, che contempli anche una buona dose di socialità e gogliardìa, sarebbe l’ideale. Intraprendendo un certo stile di vita, verrà naturale col tempo trovare la propria via di mezzo, ci si ritroverà più energici, più positivi ed entusiasti della vita. Si vedrà da soli che uno stile di vita sano ed attivo, coadiuvato con il giusto riposo, la corretta socialità ed un’alimentazione “leggera”, ci farà sentire in un modo che ci risulterà difficile poi “tornare indietro”

REPETITA IUVANT:

  • Alimentazione ipocalorica e vegetale
  • Attività fisica regolare (anche solo camminare)
  • Eliminare o ridurre al minimo alcool, tabacco e caffè
  • Ricorrere a farmaci solo quando è strettamente necessario
  • Prendersi del tempo per sé, meditare
  • Corretto riposo
  • Ridere più che si può
  • Dedicarsi a coltivare una passione
  • Esporsi al sole e all’aria aperta più che si può

Buona vita e buona salute!

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Una coppia quasi perfetta di Emily Eden

Come volevasi dimostrare, perché ne ero sicura dal primo istante in cui ho visto la copertina di questo splendido libro, Una coppia quasi perfetta di Emily Eden, titolo recentissimamente pubblicato da Elliot edizioni, si è rivelato un piccolo capolavoro, foriero di delizia letteraria pura.

Ma chi era Emily Eden? E perché non ne avevo mai sentito parlare? Cerchiamo di sapere di più su di lei,  personaggio davvero curioso e brillante.

Nata a Westminster, il 3 marzo 1797, Emily era la settima figlia di William Eden, primo barone Auckland e sua moglie Eleanor Elliot. Oltre a scrivere resoconti del suo soggiorno in India, avvenuto verso la fine degli anni Trenta, quando con sua sorella Fanny raggiunse il fratello George Eden, primo conte di Auckland, governatore generale di quella terra (sottoforma di lettere successivamente raccolte nel volume Up The Country), Emily scrisse soprattutto due romanzi di grande successo, The Semi-Detached House (1859) e The Semi-Attached Couple (scritto nel 1829 ma pubblicato nel 1860). Entrambi i romanzi hanno un tocco comico che i critici hanno paragonato a Jane Austen, la quale, non a caso, era l’autrice preferita di Emily. Inoltre, le sue lettere furono pubblicate da Violet Dickinson, una cara amica di Virginia Woolf, lettere che contengono alcuni commenti memorabili sulla vita pubblica inglese, a riprova di quanto avesse già fatto in precedenza.

Ma c’è un’altra circostanza a renderla molto interessante e cioè la sua intima -si dice- amicizia con Lord Melbourne che li avrebbe visti a un passo dalle nozze.

Emily Eden non si sposò mai e stava abbastanza bene economicamente da non aver bisogno di scrivere per vivere, ma lo fece per seguire la sua passione e anche il suo talento. Dopo la morte di Caroline Lamb, gli amici comuni speravano sposasse Lord Melbourne, che le era diventato molto intimo, ma pare che lei affermasse di trovarlo “sconcertante” e di essere scioccata dalla sua volgarità. Il biografo di Melbourne, Lord David Cecil, osserva che potrebbe essere stata una cosa eccellente se si fossero sposati, ma “l’amore non è figlio della saggezza, e nessuno dei due voleva farlo”. (Cecil, David, Lord Melbourne Constable and Co. London 1965).

Forse lei era troppo impegnata a ritrarre spiritosi quadretti di vita inglese del diciannovesimo secolo con insuperabile arguzia e ironia, perfettamente mutuate dalla sua scrittrice preferita, con un tocco di conoscenza mondana e politica in più.

Il suo Una coppia quasi perfetta è un delizioso esempio di sorridente grazia e leggerezza soave, i personaggi che mette in campo vere e proprie macchiette caratterizzate in modo simpatico e spiritoso, la storia, tirata un po’ per le lunghe, piacevole e godibile per il modo in cui la si vede dipanare, anche grazie a un pizzico di melos, un intreccio sicuro e placidamente confluente in un lieto fine pacificatore.

Del resto Jane Austen ci insegnava che “tre o quattro famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per lavorarci su” (L. 107, alla nipote Anna, trad. jausten.it) e una Mrs Douglas incoerente e pettegola, potrebbe essere un’amica molto intima per Mrs Bennet e l’incipit tra i coniugi Douglas ricalca proprio il famoso battibecco coniugale dei predecessori di Longbourn. (Orgoglio e pregiudizio è citato a pag. 64 come un romanzo allettante presente nella biblioteca degli Eskdale).

La “coppia quasi perfetta” è quella di Helen Eskdale e Lord Teviot che convolano a nozze sotto tutti i buoni auspici del reciproco gradimento. Ma quello che in altri romanzi sarebbe l’happy ending, qui diventa l’inizio di un percorso difficile e accidentato, fatto di sottili compromessi, passi falsi e consapevolezze, per cercare di trovare quel delicato equilibrio così prezioso tra moglie e marito. Con l’aiuto di molti amici e familiari, da cui sono sempre contornati, in un variegato affresco di personaggi da società che arredano i salotti di città non meno che quelli di campagna, i due dovranno riuscire proprio in questa difficile impresa.

La fedele Tomkinson, devota alla sua Lady Teviot che si dispera perché il padrone non riesce a pronunciare per intero il suo cognome, l’indolente colonnello, la seminazizzania Lady Portmore, la dolce Eliza sono solo alcuni dei pezzi di un campionario quanto mai assortito e spassoso, assolutamente realistico e gradito.

L’ossimoro: “Lady Portmore era raggiante di contrizione” è solo uno degli esempi con cui Emily Eden gioca con uno stile lezioso e allo stesso tempo forbito e curato che discetta di politica non meno che di pizzi e merletti, di questioni diplomatiche piuttosto che di economia domestica.

Lettura consigliatissima alle amanti di Jane Austen e di Georgette Heyer.

Non ho paura di morire

Non ho paura di morire è un romanzo scritto da Diego Dalla Palma e Alessandro Zaltron edito da Salani.

Ho letto questo libro tutto d’un fiato ed è stato come percorrere un viaggio, passeggiando tra le vie di Taormina, Tel Aviv, Istanbul, Zara, Atene e Venezia.

Un romanzo epistolare, dal sapore pirandelliano, dove gli autori hanno raccontato i fatti in tre atti.

Valerio, attore di grande successo, alla soglia della vecchia scrive al suo amico Massimo, giovane giornalista, una lettera dove mette a nudo ogni suo pensiero e un proposito: mettere fine alla propria vita.

Un antitesi tra la vita e la morte, la gioventù e la vecchiaia, dove i protagonisti giocano la loro partita a scacchi dei sentimenti.

Un vero e proprio inno alla vita, un percorso ricco di emozioni dove Valerio ritrova il suo passato percorrendo un viaggio nei luoghi che ha amato, ricercando il vero senso della vita. Massimo inizia a intravedere il suo futuro. Insieme nel tempo che resta loro da vivere o da morire imparano il mestiere degli uomini liberi.