La piccola bottega di Parigi di Cinzia Giorgio #anteprima

La piccola bottega di Parigi

€ 10,00

eBook  € 2,99
Cop. rigida  € 10,00

Una delle autrici italiane più amate dalle lettrici


Dall’autrice del bestseller La collezionista di libri proibiti

 

 

Esce oggi in tutte le librerie e negli store online il nuovo romanzo di Cinzia Giorgio per i tipi della Newton Compton.

Mirtilla Amelia Malcontenta lo ha letto in anteprima per Pink Magazine Italia:

Ho appena finito il libro: mi sono scollegata dal mondo di internet, ho mangiato un boccone e chiesto alla mia famiglia un attimo per me. Queste sono le mie impressioni: “Andiamo a Parigi, ci porta Cinzia Giorgio. Sì, aprite il libro e viaggiate con lei… questo romanzo è infatti un viaggio in un antico e suggestivo atelier di Parigi. Il frusciare delle stoffe, un profumo inconfondibile di Chanel n.5 sono i protagonisti secondari di questo racconto, che ti fanno compagnia mentre scopri le sfaccettature della protagonista Corinne, delle sue nonne che l’accudiscono e la plasmano nella sua vita densa di ricordi struggenti e con i quali convive in un silenzio che fa rumore più di un tuono.

Corinne e Chanel… una vita riflessa dall’iconica grandezza della stilista, che è come la stella polare nel romanzo. È la sua forza che cattura e dona alla protagonista questa sua unicità. Io non vi racconto nient’altro… No, vi toglierei il gusto più squisito che dona questo libro: la scoperta e l’evoluzione della protagonista e della sua realtà familiare e lavorativa. Personale e professionale. Complimenti Cinzia, ci hai donato di nuovo un altro piccolo grande diamante da leggere e assaporare.

La piccola bottega di Parigi. Corinne Mistral è un giovane avvocato che non perde mai una causa. Vive a Roma e lavora presso il prestigioso studio legale della famiglia del fidanzato. Si sta dedicando anima e corpo a una causa molto importante quando la raggiunge la notizia della morte di sua nonna e dell’eredità che le ha lasciato: un atelier di alta moda a Parigi, nel bellissimo quartiere del Marais. Corinne parte immediatamente, decisa a sistemare il più presto possibile la faccenda e tornare poi al suo lavoro. Ma, una volta lì, resta affascinata dalla straordinaria storia di sua nonna, una donna che lei ha potuto conoscere pochissimo e che è stata persino allieva e amica della grande Coco Chanel. Il ritorno a Roma è rallentato ulteriormente dalla presenza dell’esecutore testamentario: qualcuno che Corinne conosce bene, troppo bene… Che non si tratti di un incontro casuale?

Un’eredità inaspettata
Un viaggio a Parigi
Un passato tutto da scoprire

Hanno scritto di lei:

«Cinzia Giorgio imbastisce sapientemente una storia tutta costruita sulla passione per la lettura dimostrandosi una scrittrice colta, che sa maneggiare molto bene la lingua e le parole.»
Leggendaria

«Cinzia Giorgio ha compiuto l’impresa: presentare nel panorama della contemporanea narrativa italiana un libro che costruisce un ponte tra romanzo storico, romanzo di formazione e romanzo d’amore.»
sulromanzo.it

 

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Volo di paglia #anteprima

#OggiInLibreria

Agosto 1942. Sono mesi che Tommaso attende il giorno della grande festa organizzata in paese per ammirare insieme a Camillo i prestigiatori, il mangiafuoco e le bancarelle di giocattoli nuovi. Ai due amici si unisce Lia, la bambina più bella della classe, con cui Camillo trascorre le giornate tuffandosi tra le balle di fieno e rincorrendosi per i campi. Ma Lia è la figlia di Gerardo Draghi, il ras fascista che con il suo manipolo di camicie nere spadroneggia nella zona e che esercita il suo fare prepotente anche tra le mura della Valle, la casa padronale della famiglia Draghi. La stessa in cui, cinquantanni dopo, altri due bambini, Luca e Lidia, giocheranno tra le stanze ormai in rovina, confrontandosi con i mostri della loro fantasia e i fantasmi che ancora abitano quei luoghi. Sullo sfondo di una campagna piacentina dalle tinte delicate e dai contorni arcaici, si intrecciano le storie di un passato dimenticato e di un presente a cui spetta il compito di esorcizzarne la violenza.

“Ogni mattone che si sgretolava avrebbe cancellato un ricordo, ogni pezzo di intonaco che cedeva sarebbe stato un punto di sutura per la ferita che aveva messo fine alla loro infanzia.”

Trovare le parole per raccontare la forza emotiva di questo romanzo è davvero complicato. Si tratta di un esordio letterario indimenticabile, uno di quei libri che sa regalarti sensazioni forti e prende l’anima a pugni fino in fondo. Il doppio racconto tra passato e presente non lascia scampo al lettore, lo travolge dall’inizio alla fine. La discriminante che lo rende unico è la scrittura, sempre delicata, mai dirompente, capace di fotografare non solo la scena in primo piano, ma anche lo sfondo e gli ambienti.

Perché leggere questo romanzo? L’autrice riesce, con delle scelte stilistiche attente e misurate, a portare il lettore dentro e fuori la storia, a renderlo partecipe e allo stesso tempo spettatore non solo giudicante, ma soprattutto filtrante. Saranno proprio i filtri di lettura della narrazione a portare il lettore alla vera essenza della storia, al suo potere salvifico e al suo messaggio intrinseco.

Se volete saperne di più, potete consultare il sito web dell’editore Fazi 

Giacomo Rizzo. The Inner Sculpture

UN UOMO, LA SUA ARTE, L’ANIMA DELLA INNER SCULPTURE: GIACOMO RIZZO.

Dato che un’immagine vale più di mille parole, Giacomo Rizzo ha davvero molto da raccontare attraverso le sue sculture. La “Inner Sculpture” intima, affascinante, coinvolgente, ti guardi intorno e percepisci forza e fierezza, eleganza e imponenza. Un viaggio attraverso i suoi pensieri ed i luoghi che hanno scatenato le sue emozioni dando vita alle sue creazioni.

Avevo scoperto le sue opere tramite un amico, facendo una breve ricerca sul web, avevo visto le foto di alcune sue opere che mi avevano colpito, così mi sono detta se una foto riesce a trasmettermi già così tanto, come mi sarei sentita a vederle dal vivo?

E mostra fu.

Giacomo Rizzo, un uomo, la sua arte, l’anima della “Inner Sculpture”. Posso dirvi che Rizzo è uno scultore eclettico, che ha vissuto e lavorato in Italia e all’estero, arricchendo il suo bagaglio culturale e raccogliendo riconoscimenti e successi. L’Europa e gli Stati Uniti, infatti offrono moltissime opportunità agli artisti. Sebbene la loro tradizione culturale possa essere diversa e più o meno recente, ciò che colpisce, rivela Giacomo, è la burocrazia snella che permette l’immediata realizzazione di un progetto artistico. Quello che non conoscete ancora, però, è l’uomo le cui opere hanno viaggiato per tanto tempo, alcune hanno trovato il loro posto in giro per il pianeta,  altre invece sono tornate qui, forse avevano nostalgia. A volte, infatti, dobbiamo o vogliamo semplicemente tornare a casa, riscoprire le nostre radici e  perché no, metterne di nuove. Nella “Inner Sculpture”, Giacomo Rizzo si esprime in tanti modi diversi, sia dal punto di vista stilistico, che per i materiali utilizzati, si evince una maturità crescente ed un unico filo conduttore…“la Natura”. Le forme espressive, le sue creazioni, tutto nasce da una storia, uomini, donne, luoghi e leggende, emozioni, ricordi, presente e passato che si intrecciano fra loro dando  vita a qualcosa di unico, la natura che riproduce se stessa incantando e travolgendo. Il ciclo della vita come accennava Rizzo, nasci, ti formi, ti lasci l’adolescenza alle spalle, ti stacchi dalla famiglia e ti crei un tuo percorso, per poi tornare e sorridere dei successi conseguiti negli anni. Mi racconta che ha avuto sin da subito chiaro quello che sarebbe il suo percorso di studi, da bambino vivace e creativo, costruiva cose e stracciava i compagni di scuola, passando per il liceo artistico arrivando all’Accademia delle Belle Arti, come studente prima e come insegnante dopo.

“Non ti puoi svegliare, una mattina e sentirti artista, ma puoi studiare e fare della tua passione il tuo mestiere”. Giacomo è anche docente presso l’Accademia delle Belle Arti, lui indirizza i suoi studenti  a seconda delle loro inclinazioni personali e del potenziale che vede in loro, imparando lui stesso da ciò che sperimentano. In molti casi un codice, una forma espressiva utilizzate per un pezzo si trasformano e si evolvono dentro l’opera successiva creando così un ciclo continuo di creatività. Mi racconta che l’artista ha da tempo,  perso, quasi del tutto il suo ruolo nella società, l’arte dovrebbe essere fruibile per tutti, e non essere per pochi e di nicchia. Molti artisti vengono ingaggiati e del tutto, “snaturalizzati” in nome delle vendite, non più arte ma bensì merchandising. Non ci sono più correnti, manifesti ma singoli eventi dove l’artista perde il suo stile, l’impronta originale che lo caratterizzava mentre cerca di non rimanere fuori mercato, diventando, praticamente, solo uno dei tanti.

L’artista dovrebbe rimanere fedele a se stesso ed alla sua ricerca estetica, rimanendo riconoscibile a chi lo segue e apprezza.Giacomo vuole trasmettere qualcosa di se stesso in maniera più o meno velata, una creazione dopo l’altra. Ci sono diversi strati di lettura di un’opera, mi racconta che la prima è data dall’impatto, dall’attrazione, un po’ come quando conosci una persona nuova, se qualcosa ti colpisce, cerchi di approfondire per capire se ciò che hai visto è reale o se ti sei solo illuso. Stessa cosa vale per l’arte, entri alla mostra sita in via dell’Incoronazione 11 a Palermo e ogni opera parla e ha tanto da raccontare.

Giacomo Rizzo è ciò che fa, è nato scultore, supportato dalla sua famiglia, i cliché di solito, identificano gli artisti come dandy incalliti, il cui fine ultimo è la sregolatezza e spesso anche  la “fannulloneria”… ma la vera sfida è uscire dalla massa ed emergere. La vera sregolatezza? Non omologarsi, non standardizzarsi ma continuare a fare e riuscire!

Giacomo è un taciturno, ama ascoltare osservare, ma è anche caparbio, persino mentre studiava, andava contro i professori e faceva di testa sua, un autodidatta. Rizzo si mette in gioco sperimenta, ciò che vive quotidianamente influisce ed interferisce sia a livello conscio che inconscio sul suo stile,  è un visionario, capta,  precorre i tempi, intuisce, “annusa l’aria” e si mette a lavoro, fuori dai meccanismi,  fuori dagli schemi. Il suo papà lo elogia sempre, mi racconta, e lo ha dimostrato in mille occasioni. Uno dei giorni più emozionanti che ha vissuto Giacomo, è stato quando suo padre, un abile fabbro gli ha regalato uno dei suoi strumenti di lavoro preferiti, la sua incudine… in quel momento ha capito di averlo reso davvero fiero.

Tutto parte da un’idea, la natura parla, il cervello elabora, le mani plasmano. Lui parla al materiale e il materiale parla a lui, accetta ciò che la natura gli dona, fa dei sopralluoghi che a volte durano dei giorni, vive il luogo, segue le tracce lasciate da coloro che vi sono passati prima di lui, storie, uomini, leggende e sceglie su quale porzione intervenire. A volte ritorna in alcuni posti a lui cari e il contrasto tra i suoi ricordi e le condizioni attuali dei luoghi, generano in lui la scintilla che lo porta a nuove creazioni. Giacomo rapisce l’anima dei luoghi e la incamera nelle sue sculture. 

Cristina Pace

Riferimenti:

http://www.giacomorizzo.it

Mostra “Inner Sculpture” Via dell’Incoronazione 11 Palermo 9-06-18/ 24-08-18

https://www.poloartecontemporanea.it/2018/06/05/inner-sculpture-scultura-interiore/

Catalogo: Giacomo Rizzo Inner Sculpture, Manfredi Edizioni.

Le matite di Paola Lomuscio

C’è chi vuole diventare grande e chi disegna.
Io amo disegnare.
Disegnare significa anche non diventare mai grandi.
Perché con la matita in mano, si è sempre un po’ bimbi.
Una bambina/adulta come me che vi scrive,ma soprattutto sogna.
Quella bambina non è mai cresciuta.
Ho 34 anni, pugliese precisamente andriese e amo tantissimo disegnare. Non solo con la mia matita realizzo ritratti, ma amo giocherellare insieme a lei. Infatti la mia matita è la protagonista nelle mie illustrazioni.
Paola Lomuscio
Protagonista principale di questo volume è la matita, nello specifico quella a marchio Staedtler con le sue famosissime righe gialle e nere. Questo articolo di cartoleria prende vita nelle illustrazioni di Paola Lomuscio diventando ogni volta un qualcosa di nuovo: il manico di una chitarra, il gambo di un fiore o addirittura una sigaretta stretta tra le labbra di Kurt Cobain. Un progetto originale e divertente.”
Il libro è ufficializzato dal marchio STAEDTLER.
il libro di Poala è stato consigliato nella rubrica: “Billy,il vizio di leggere” del Tg1 di Bruno Luverà (puntata del 14 Gennaio 2018).

Togli il freno al tuo potenziale!

Con Tiziano Gamba, psicologo e psicoterapeuta, parliamo di potenziale. Un suo seminario dal titolo “Togli il freno al tuo potenziale” è dedicato proprio a questo argomento. Ma che cos’è il potenziale? La derivazione etimologica della parola ci fornisce un primo significato: che dispone della possibilità di realizzarsi. Lo psicoterapeuta torinese parla di due tipologie di istanze che guidano i nostri pensieri e le nostre azioni: a) la razionalità conscia, definita istanza logica; b) l’emotività, definita istanza emotiva. Quest’ultima è più forte e tendenzialmente inconscia: lo sanno bene i guru del neuromarketing che utilizzano l’emotività per condurre con più facilità il consumatore all’acquisto. Se queste due istanze si muovono in maniera asincrona, non sono cioè allineate, facciamo fatica a percorrere la strada che conduce alle nostre mete. Anzi, non riusciamo a muovere neanche il primo passo, quello che ci toglie dalla condizione in cui ci troviamo, per condurci verso quella che desideriamo. In alcuni momenti della vita, capita di sentirci bloccati, di voler dare una svolta a una particolare situazione (affettiva, familiare o professionale), ma di non riuscire a trovare soluzioni adeguate per farlo.

Che cos’è il linguaggio emotivo e quali vantaggi porta imparare a decodificarlo? 

Il linguaggio emotivo è analogico, cioè non segue le regole logiche del linguaggio verbale cui siamo abituati: le emozioni si esprimono attraverso dei segnali corporei e paraverbali che sono analoghi all’emozione che stiamo provando, ma che NON stiamo esprimendo verbalmente. Faccio un esempio: se ci troviamo di fronte a una persona che ci interessa, oppure qualcuno ci sta parlando di un argomento che ci coinvolge, in maniera istintiva facciamo dei movimenti con la bocca, come dei baci simulati o dei passaggi di lingua sulle labbra. Questi gesti inconsci sono analoghi all’emozione di piacere che esprimiamo attraverso la bocca: quando vediamo qualcosa che ci piace in modo conscio, non facciamo dei mugolii passandoci la lingua sulla bocca? Fin da neonati prendiamo quello che ci piace attraverso la bocca. E simili analogie ci sono anche per i segnali di rifiuto. L’ovvio vantaggio che si ha nel decodificare i segnali analogici che invia il nostro interlocutore è quello di sapere che cosa prova davvero, di là da ciò che dice.

Tu sei anche attore e regista teatrale, c’è una relazione tra le emozioni e il teatro?

Il teatro è emozione. Qualunque spettatore, anche se non capisce nulla di teatro, percepisce se un attore gli piace oppure no, e il parametro è sempre lo stesso: quanto lo coinvolge a livello emotivo. Un attore può essere anche bravo, ma se non coinvolge emotivamente il pubblico, quest’ultimo lo percepisce come finto. Invece, il teatro non è mai finzione, vale a dire che chi sta sul palcoscenico, per essere coinvolgente, prova davvero le emozioni che vuole trasmettere. E se non è così il pubblico se ne accorge, e lo percepisce “finto”, anche se bravo. Che cosa fanno quindi gli attori attori per mettere in scena uno spettacolo credibile e coinvolgente? Vanno ad attingere a serbatoi emotivi interni, che ognuno di noi ha! Gli attori lo fanno per mestiere, sanno benissimo che non riescono a passare le emozioni del personaggio se non attingono alle proprie, e sono allenati a farlo. È per questo motivo che utilizzo il teatro nei miei percorsi di formazione: l’uso consapevole dei bagagli emotivi permette a chiunque, a ognuno di noi, di essere molto di più di quello che “pensa di poter essere”.

Puoi regalare ai nostri lettori un esercizio pratico per superare il senso di inadeguatezza? 

Si dovrebbe individuare qual è l’emozione principale alla base del senso di inadeguatezza, che varia da persona a persona, e poi applicare un espediente paradossale, secondo il parametro della nostra istanza logica. Il trucco sta nell’andare a fornire in maniera volontaria, cioè APPOSTA, le emozioni che la nostra istanza emotiva “si procura” attraverso il senso di inadeguatezza. Poniamo ad esempio che l’emozione alla base del nostro senso di inadeguatezza sia la vergogna: dobbiamo metterci APPOSTA in situazioni in cui sperimentiamo vergogna. Questo comportamento farà sì che l’istanza emotiva ci riconosca come coloro che la “nutrono”, perché se ci procura vergogna significa che in un certo senso “la vuole”. Di là del perché ciò accada, è utile dare noi stessi ciò che l’istanza emotiva vuole: per paradosso, questo fa diminuire il sintomo. Capisco che sia contro-intuitivo, ma funziona!

Grazie Tiziano Gamba per la tua disponibilità e i tuoi preziosi consigli.

Le convinzioni limitanti influiscono in maniera ripetitiva sui risultati personali e sui diversi stili di vita; lavorare su se stessi con l’aiuto di professionisti qualificati permette di elaborare nuovi punti di vista, anche sorprendenti, attraverso cui guardare la realtà. Non dobbiamo avere paura di farci sorprendere, se vogliamo ridefinire strategie adatte a esprimere il nostro potenziale e raggiungere più facilmente i nostri obiettivi.

La famiglia Aubrey di Rebecca West

Ho incontrato la prima volta Rebecca West a casa di Virginia Woolf dato che si erano viste durante un ricevimento, nel maggio 1928, per  la prima volta di persona. Attraverso gli occhi di Virginia Woolf l’ho conosciuta come una donna interessante, ma fredda come il ghiaccio, o almeno così la descrisse alla sorella Vanessa, aggiungendo parole meno lusinghiere che inaspettatamente culminavano nel giudizio finale “a me è piaciuta molto”. Rebecca ricambiava con scarsa affabilità ma quando le fu chiesto di comporre un ricordo di Virginia, dopo lo choc per la sua morte, scrisse: “Vi era in lei qualcosa di insolitamente pulito, puro. Non ho mai sentito nessuno raccontare su di lei una storia che recasse traccia di qualcosa di non lodevole”[1].

Poi quando mi sono imbattuta nell’adorabile e invitante edizione Fazi de La famiglia Aubrey ho realizzato che si trattava proprio di quella autrice.

La famiglia Aubrey appartiene alla “Aubrey trilogy”, una raccolta di tre romanzi autobiografici: The Fountain Overflows, This Real Night, e Cousin Rosamund, scritti il primo nel 1956, gli altri due trent’anni più tardi.

La sensazione che percorre le pagine di questo romanzo è tutt’altro che fredda come il ghiaccio.  La storia è il racconto del mondo degli adulti visto con gli occhi di un bambino sempre pronto a meravigliarsene.

La prospettiva è falsata perché, se le paure infantili dilatano certe situazioni ordinarie, sorvolano anche con maggiore spensieratezza su fatti oggettivamente più gravi che sfumano con il candore relativista della fanciullezza. Diventa a tratti una lettura leggermente ansiogena ma proprio perché trasmette il senso di continua insicurezza in cui versa la famiglia e che i bambini assorbono e rimandano direttamente, senza filtri.

Come la memoria di un bambino si fissa su alcuni particolari apparentemente insignificanti, le descrizioni minuziose e dettagliate costituiscono la cifra stilistica di questo romanzo che sembra seguire il flusso dei ricordi e soffermarsi su incontri emblematici e oggetti simbolici, rituali precisi e insegnamenti di vita.

Rose è una bambina talentuosa e appartiene a una famiglia sicuramente fuori dal comune ma deve scontrarsi giornalmente con un tipo di società che non sa vivere in nome dell’arte, ma anzi non sa riconoscere la bellezza né tantomeno valorizzarla.

Ciò nonostante il libro è pervaso di ideali e di superiori valori che in quanto tali non devono essere messi in discussione per qualche misteriosa, ma comunque condivisibile, ragione. La musica è la religione della signora Aubrey e alle vette eccelse toccate attraverso di essa fanno da contraltare i disagi e i sacrifici sperimentati nell’economia domestica.

La musica che vi ho insegnato a suonare vi ha fatto capire che gran parte di quello che accade nella nostra vita non dipende da noi.

La musica è l’unica certezza nella vita dei bambini di questa famiglia speciale, la primogenita Cordelia, le gemelle Mary e Rose e l’ultimo nato, il maschio prediletto, Richard Quin.   Questo è il grande insegnamento della loro mamma, nella quale ripongono la loro incrollabile fiducia. Come se il talento, la musica, e in generale l’arte fosse un’armatura sicura contro le brutture della vita, o anche solo un antidoto per esserne immuni.

Mentre la madre è molto presente, in ogni momento della giornata e in ogni evento che si rovescia su di loro, il padre rimane sullo sfondo, passivo e anche subìto rispetto alla famiglia, per il suo fascino e la sua inconcludenza:

Ogni volta significava che stava scrivendo qualcosa di meno effimero dei suoi soliti articoli, un pamphlet o un saggio da includere in un libro. In quei momenti provavamo nei suoi confronti una venerazione particolare, anche se eravamo sempre consapevoli della sua scarsa fortuna. Qualsiasi atto creativo comporta sofferenza, ci aveva detto la mamma.

Un libro, o meglio una narrazione singolare, non ordinaria, assolutamente non banale, per la quale non scomoderei nessun paragone, illustre o meno; compiuto, nonostante il seguito che verrà.

Lascio qui la sinossi dell’editore:

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

[1] Liliana Rampello, Virginia Woolf e i suoi contemporanei, Il Saggiatore, Milano 2017, p. 160.

Un’estate in montagna di Elizabeth von Arnim

Il romanzo è stato recentemente pubblicato da Fazi, ma era già uscito nella edizione tascabile economica di Bollati Boringhieri nel 2012 dal titolo Uno chalet tutto per me. Evidentemente ciascuna è la versione libera dell’originale In the Mountains che -bisogna riconoscere- meglio esprime, con compiutezza e semplicità, il senso del libro.

Senz’altro è la lettura ideale in questo periodo, per chi cerchi refrigerio dalla calura soffocante e dalla prosaicità della vita. La narrazione, benché priva di fatti eclatanti o avventurosi (se non si considera la mostruosa tragedia recente del conflitto mondiale) è ricca di stupore grato e veicolo di benessere contagioso.

La cornice maestosa e incontaminata delle montagne esalta percezioni e sentimenti in visioni gioiose e infinite.

Lo riprendo a distanza di tre anni e mi imbatto, anzi mi perdo in…

L’azzurra vastità dell’aria riempiva la volta del cielo di un turchese sfumato di viola. La mia baita con il suo giardino si trova proprio sul ciglio della montagna, e lo spazio vuoto tra noi e la montagna di fronte trabocca di luce azzurro viola dall’alba al tramonto

Ed è subito amore.

È proprio vero che bisognerebbe leggere più volte i libri perché ogni volta essi hanno qualcosa di nuovo da dirci e Un’estate in montagna si coniuga perfettamente con la mia disposizione d’animo trascinandomi sulle vette incontrastate di un paesaggio incantevole mi restituisce la solitudine dei miei pensieri e mi circonda di luce baluginante.

Dopo gli orrori della guerra Elizabeth torna piano piano padrona di sé, riacquista la consapevolezza della sua voglia di vivere attraverso un percorso che prevede poco intreccio e qualche incontro: le due sorelle vedove capitate per caso alla baita e invitate a restare, costituiscono un piacevole diversivo alla quiete solitaria del rifugio tra i monti. E costituiscono il risvolto divertente e assurdo di tutta la vicenda che da dramma intimistico diventa commedia con quell’inconfondibile tocco di leggerezza e ironia della scrittrice.

Esso è infatti un piccolo saggio dei suoi pregi: le rappresentazioni evocative, il potere ammaliante della scrittura, l’ironia sottesa, quel senso della misura tipicamente inglese, l’assoluta padronanza dello stile diaristico.

Le descrizioni vivide dei prati brillanti e del panorama sconfinato ricreano perfettamente il paesaggio dell’anima e quello circostante e palpitano dell’azzurro vibrante del cielo e del silenzio riposante dell’altitudine.

Il luogo che abbiamo scelto per fermarci è talmente bello che non sarebbe stato possibile passare oltre senza notarlo. Credo che siamo rimaste almeno mezz’ora ad assorbire la bellezza dei crochi sul quel pianoro soleggiato, ad ammirare il modo in cui le cime dei pini sul pendio sottostante spiccavano contro l’azzurra vastità della valle. Ci ha procurato un profondissimo senso di appagamento. Il sole era caldo, l’aria straordinariamente fresca e pura. Già solo respirare era felicità. Credo che la benedizione più grande nella mia vita sia stata proprio provare spesso la felicità di respirare.

Nella biografia della scrittrice, Chiamatemi Elizabeth, Carmela Giustiniani ci spiega che questo diario -perché tale è- ebbe un potere terapeutico su di lei prostrata “come una formica malata” al fine di elaborare i numerosi lutti accumulati durante gli anni della Guerra e “quel luogo incantato non tardò a esercitare il suo effetto benefico, e anche l’opera ne venne contagiata”: abbandonata gradualmente la malinconia iniziale il romanzo si trasforma in un’altra deliziosa commedia, in cui il consueto brio dell’autrice inizia a “carburare” nuovamente” (p. 49).

È tremendo assomigliare così tanto a Giobbe.

Come lui, sono stata spogliata di tutto ciò che rendeva la vita incantevole. Come lui, in un tempo brevissimo ma colmo di disastri ho perso quasi tutto quello che amavo. E non c’è stata soltanto la guerra, un uragano terribile che ha abbattuto ogni speranza e fatto strage delle ricchezze della vita, che mi ha travolto insieme a tutti gli altri e si è lasciato alle spalle sangue e rovine; oltre alla guerra, oltre all’angoscia di perdere gli amici, che pure era temperata dalla macabra consolazione di non essere soli nel dolore, c’è la mia esistenza, che è devastata. …Eppure, come Giobbe, mi aggrappo a quel poco di fiducia nella bontà che mi è rimasta, perché se la lasciassi andare rimarrebbe solo la morte.

Sinossi.

Estate 1919. Oppressa da una profonda tristezza causata dagli orrori della guerra, Elizabeth si rifugia nel suo chalet svizzero. Arriva sola, l’animo rabbuiato dalle pesanti perdite subite e consapevole della malvagità umana, nella casa tra i monti che fino a pochi anni prima riecheggiava della presenza e delle risate di numerosi amici. Vuole ritrovare la gioia di vivere, scuotersi dall’apatia, tornare ad amare la natura, ad apprezzare i fiori e i panorami incantevoli che la circondano. Non è un’impresa facile, ma lentamente comincia a riaccendersi in lei una sottile vena di energia. Anche per il suo compleanno è sola. Concede ai domestici un giorno di libertà e si accinge a dedicarsi a qualche lavoro pesante che la costringa a non pensare, quando le arriva un regalo inatteso: due donne inglesi, reduci da un’escursione e in cerca di una pensione dove trascorrere la notte, giungono per caso allo chalet. Elizabeth le invita a pranzo, poi per il tè, quindi a rimanere con lei per alcune settimane. E dalla loro presenza nascerà la promessa di una nuova felicità. Pieno di scene divertenti e intriso della solita lieve ma spietata ironia che contraddistingue lo stile di Elizabeth von Arnim, “Uno chalet tutto per me”, scritto in forma di diario, ci offre una serie di pensieri profondi sull’importanza del preservare la vita e sull’insensatezza della guerra.

Buone Vacanze!

La redazione di Pink Magazine Italia vi augura

Buone Vacanze! 

Ci rivedremo il 27 agosto 2018 con tantissime novità: libri, moda, life style, beauty, cinema, arte e spettacolo.

Raccontateci la vostra estate: mandateci le vostre foto più belle contrassegnandole con l’hashtag #PinkSummer e le pubblicheremo sui nostri social!

Enjoy And Have Fun Wherever You Are!

Promuovi la salute in pochi semplici passi

Ormai lo sanno anche i muri che la salute va preservata e come farlo, eppure guardandomi attorno continuo a vedere che sono ben pochi coloro che cercano di prendersi cura della propria salute in senso globale, sia fisico che psicologico ed emotivo. Fumiamo, beviamo, mangiamo cibo morto e tossico, non facciamo una regolare attività fisica, passiamo poco tempo al sole e all’aria aperta, sopprimiamo ogni sintomo con farmaci velenosi, sostiamo continuamente in stati emotivi nefasti come il senso di colpa, la rabbia o la paura, siamo sempre di corsa, dormiamo poco e male, si potrebbe continuare all’infinito con questo elenco. La conclusione è che non facciamo nulla per tentare di conservare la nostra salute, non c’è da stupirsi poi che le patologie del così detto benessere, stiano diventando una piaga endemica a cui sembra impossibile sottrarsi.

PRIMA ILLUSIONE: IGNORANZA

La convinzione che io non abbia alcun potere sul mantenimento o meno della mia salute, la credenza fatalistica che se “tanto mi devo ammalare, mi ammalo”, come se la così detta malattia fosse una sorta di punizione divina dall’alto che accade indipendentemente dal mio stile di vita. Questa è ignoranza! Tanto vale godersela, mangiare a più non posso, passare i pomeriggi davanti ai videogiochi, bere smodatamente alcolici e fumare un pacchetto di sigarette al giorno. Questa logica consiste sulla costante gratificazione immediata di ogni impulso e desiderio, che però si traduce ahimè nella sofferenza sul medio lungo periodo. Questo stile di vita ti predispone per patologie quali, diabete, tumore, ipertensione, obesità e molte altre. E tutto questo dipende per la maggior parte da te, dal tuo stile di vita più o meno salubre, dalla corretta alimentazione, movimento fisico ed atteggiamento emotivo.

SECONDA ILLUSIONE: PRESUNZIONE

Da evitare anche l’estremo opposto, ovvero la convinzione presuntuosa che se avrò uno stile di vita corretto ed ineccepibile, allora non mi ammalerò mai. Questa seconda convinzione ti porta nell’estremo diametralmente opposto, ovvero inizi a temere tutto ciò che ti può “fare male”, cominci una sorta di vita monastica in cui lentamente ti isoli, ti chiudi su te stesso e sulla tua ricerca della salute eterna, ma sostanzialmente non vivi davvero. Viviamo in un ambiente inquinato e saturo di metalli pesanti, aggiungiamoci l’elettrosmog, il wi-fi, e chi più ne ha più ne metta. Si può fare molto per ridurre l’impatto nocivo di tutto ciò, ma non ce ne si può sottrarre del tutto. Ci sono atleti in piena salute che muoiono a  trent’anni d’infarto e alcolisti/tabagisti ottantenni che non sembrano portare con sé nessun segno di malessere, perché? Non c’è una ragione, accade e basta.

VIA DI MEZZO

Come in ogni cosa la verità sta in mezzo, ogni eccesso in un senso o nell’altro alla lunga non paga. Ciò che dovrebbe spingerci dovrebbe essere vivere bene adesso, la qualità della vita di ogni singola giornata, senza pensare a voler diventare immortali o perennemente giovani. Uno stile di vita tutto sommato sobrio, senza eccessi, che contempli anche una buona dose di socialità e gogliardìa, sarebbe l’ideale. Intraprendendo un certo stile di vita, verrà naturale col tempo trovare la propria via di mezzo, ci si ritroverà più energici, più positivi ed entusiasti della vita. Si vedrà da soli che uno stile di vita sano ed attivo, coadiuvato con il giusto riposo, la corretta socialità ed un’alimentazione “leggera”, ci farà sentire in un modo che ci risulterà difficile poi “tornare indietro”

REPETITA IUVANT:

  • Alimentazione ipocalorica e vegetale
  • Attività fisica regolare (anche solo camminare)
  • Eliminare o ridurre al minimo alcool, tabacco e caffè
  • Ricorrere a farmaci solo quando è strettamente necessario
  • Prendersi del tempo per sé, meditare
  • Corretto riposo
  • Ridere più che si può
  • Dedicarsi a coltivare una passione
  • Esporsi al sole e all’aria aperta più che si può

Buona vita e buona salute!

Una coppia quasi perfetta di Emily Eden

Come volevasi dimostrare, perché ne ero sicura dal primo istante in cui ho visto la copertina di questo splendido libro, Una coppia quasi perfetta di Emily Eden, titolo recentissimamente pubblicato da Elliot edizioni, si è rivelato un piccolo capolavoro, foriero di delizia letteraria pura.

Ma chi era Emily Eden? E perché non ne avevo mai sentito parlare? Cerchiamo di sapere di più su di lei,  personaggio davvero curioso e brillante.

Nata a Westminster, il 3 marzo 1797, Emily era la settima figlia di William Eden, primo barone Auckland e sua moglie Eleanor Elliot. Oltre a scrivere resoconti del suo soggiorno in India, avvenuto verso la fine degli anni Trenta, quando con sua sorella Fanny raggiunse il fratello George Eden, primo conte di Auckland, governatore generale di quella terra (sottoforma di lettere successivamente raccolte nel volume Up The Country), Emily scrisse soprattutto due romanzi di grande successo, The Semi-Detached House (1859) e The Semi-Attached Couple (scritto nel 1829 ma pubblicato nel 1860). Entrambi i romanzi hanno un tocco comico che i critici hanno paragonato a Jane Austen, la quale, non a caso, era l’autrice preferita di Emily. Inoltre, le sue lettere furono pubblicate da Violet Dickinson, una cara amica di Virginia Woolf, lettere che contengono alcuni commenti memorabili sulla vita pubblica inglese, a riprova di quanto avesse già fatto in precedenza.

Ma c’è un’altra circostanza a renderla molto interessante e cioè la sua intima -si dice- amicizia con Lord Melbourne che li avrebbe visti a un passo dalle nozze.

Emily Eden non si sposò mai e stava abbastanza bene economicamente da non aver bisogno di scrivere per vivere, ma lo fece per seguire la sua passione e anche il suo talento. Dopo la morte di Caroline Lamb, gli amici comuni speravano sposasse Lord Melbourne, che le era diventato molto intimo, ma pare che lei affermasse di trovarlo “sconcertante” e di essere scioccata dalla sua volgarità. Il biografo di Melbourne, Lord David Cecil, osserva che potrebbe essere stata una cosa eccellente se si fossero sposati, ma “l’amore non è figlio della saggezza, e nessuno dei due voleva farlo”. (Cecil, David, Lord Melbourne Constable and Co. London 1965).

Forse lei era troppo impegnata a ritrarre spiritosi quadretti di vita inglese del diciannovesimo secolo con insuperabile arguzia e ironia, perfettamente mutuate dalla sua scrittrice preferita, con un tocco di conoscenza mondana e politica in più.

Il suo Una coppia quasi perfetta è un delizioso esempio di sorridente grazia e leggerezza soave, i personaggi che mette in campo vere e proprie macchiette caratterizzate in modo simpatico e spiritoso, la storia, tirata un po’ per le lunghe, piacevole e godibile per il modo in cui la si vede dipanare, anche grazie a un pizzico di melos, un intreccio sicuro e placidamente confluente in un lieto fine pacificatore.

Del resto Jane Austen ci insegnava che “tre o quattro famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per lavorarci su” (L. 107, alla nipote Anna, trad. jausten.it) e una Mrs Douglas incoerente e pettegola, potrebbe essere un’amica molto intima per Mrs Bennet e l’incipit tra i coniugi Douglas ricalca proprio il famoso battibecco coniugale dei predecessori di Longbourn. (Orgoglio e pregiudizio è citato a pag. 64 come un romanzo allettante presente nella biblioteca degli Eskdale).

La “coppia quasi perfetta” è quella di Helen Eskdale e Lord Teviot che convolano a nozze sotto tutti i buoni auspici del reciproco gradimento. Ma quello che in altri romanzi sarebbe l’happy ending, qui diventa l’inizio di un percorso difficile e accidentato, fatto di sottili compromessi, passi falsi e consapevolezze, per cercare di trovare quel delicato equilibrio così prezioso tra moglie e marito. Con l’aiuto di molti amici e familiari, da cui sono sempre contornati, in un variegato affresco di personaggi da società che arredano i salotti di città non meno che quelli di campagna, i due dovranno riuscire proprio in questa difficile impresa.

La fedele Tomkinson, devota alla sua Lady Teviot che si dispera perché il padrone non riesce a pronunciare per intero il suo cognome, l’indolente colonnello, la seminazizzania Lady Portmore, la dolce Eliza sono solo alcuni dei pezzi di un campionario quanto mai assortito e spassoso, assolutamente realistico e gradito.

L’ossimoro: “Lady Portmore era raggiante di contrizione” è solo uno degli esempi con cui Emily Eden gioca con uno stile lezioso e allo stesso tempo forbito e curato che discetta di politica non meno che di pizzi e merletti, di questioni diplomatiche piuttosto che di economia domestica.

Lettura consigliatissima alle amanti di Jane Austen e di Georgette Heyer.