Malinconica Turchia

Questa storia inizia due volte, con una lettera e una valigia.

Valigie aperte per scappare in fretta, a quasi un secolo di distanza.

A Francoforte, Elsa Schliemann riceve dal marito Gerhard una lettera di poche righe: “Prendi i bambini, una borsa, dei soldi e scappa”.

È il 1933, Hitler infiamma la Germania coi suoi discorsi da folle visionario distopico, e gli Schliemann sono ebrei. Costretti a fuggire coi due figli piccoli, Peter e Susy, trovano dall’altra parte del Bosforo chi è ben lieto di accogliere la preparazione da medico di Gerhard.

La Turchia apre le porte alla famiglia fuggitiva: è la Turchia che cresce all’ombra del Gazi, di Kemal Atatürk, un luogo in pieno fervore culturale, pronto a raccogliere una storia lunga secoli e a gettarsi a capofitto nel futuro. Un paese su cui sembra splendere un nuovo sole.

La comunità tedesca si fa sempre più numerosa lì, un legame tra due paesi diversissimi che ancora oggi resiste, e gli Schliemann ne entrano volentieri a fare parte.

Ma certo, la Turchia non somiglia per nulla a Francoforte. A cominciare dal caldo e dal gusto forte del tè, per finire alla smodata propensione turca alla drammaticità, nulla sembra familiare alla spaesata famigliola. E se il poco risoluto Gerhard e Susy, la piccola peste di casa, si lasciano conquistare dalla nuova realtà, per Elsa e Peter il passaggio non sarà per niente facile.

Anni dopo Susy è ormai adulta, si è fatta perdonare (quasi) il carattere capriccioso di quando era piccola, ed è turca, sulla carta d’identità e nell’anima. Turca, e innamorata di quello che per lei è il suo Paese. La sua casa. Si innamora del suo amico d’infanzia turco, tenta di proteggere la famiglia da un’orribile arpia tedesca e deve barcamenarsi tra un padre sempre più incapace di prendere decisioni e una madre il cui sguardo è costantemente rivolto alla Germania, alle sue montagne, agli occhi azzurri dei suoi abitanti. La Turchia cresce con lei, diventando una democrazia, combattendo per affermarsi mentre il mondo si spacca in due nella morsa della Guerra Fredda.

La rivolta dei Balcani, il razzismo e i golpe, gli anni Settanta maturano con la figlia di Susy e la sua famiglia di pazzi fricchettoni. Dalla Turchia al Nepal e ritorno.

La quarta donna di Istanbul, la nipote di Susy, nata il giorno del pesce d’aprile, una strana creatura con sangue turco e ebreo e tedesco, che di sè stessa racconta di essere “il prodotto di due perfetti egocentrici”, eredita dalla nonna l’amore per la Turchia. Ormai l’eterna valigia dei suoi avi sembra destinata a prendere polvere in un angolo. La Turchia è un paese in pieno boom, civilizzato e moderno, il paese dove Esra, il pesce d’aprile, vuole vivere.

Sempre?

Qualcuno potrebbe parlare di destino, qualcuno tirare in ballo la teoria escatologica, o gli eterni ritorni.

Una storia inizia con una valigia aperta da riempire e un’ombra baffuta che si fa sempre più scura, un’altra inizia di nuovo, con una valigia da riempire e un’ombra baffuta che stavolta non è Hitler, ma Recep Erdogan.

Le quattro donne di Istanbul è il terzo romanzo tradotto in Italia di quella che Forbes ha definito nel 2011 “la scrittrice turca più influente”, paragonandola a poeti del calibro di Pamuk e Shafak: Ayşe Kulin.

Con una scrittura scarna, accattivante, la Kulin non si sofferma sui colori di un paese affascinante, non vuole dipingere panorami da sogno, né raccontare dolci favole familiari. L’autrice non ha paura del suo punto di vista, sembra quasi che con forza attiri gli occhi del lettore sulle pagine più scottanti di storia contemporanea, sulle riflessioni più scomode, suggerendo velatamente una nuova attenzione a ciò che succede oggi in Turchia. La Storia, sembra dire con la voce di Susy, si porta dietro certi pericoli. Tra questi va a scavare la Kulin, cercando dove l’amor di patria mescola i colori dei suoi contorni con i concetti di nazionalismo e razzismo, dove un uomo solo può fare la differenza per una nazione, nel male o nel bene, a Istanbul o a Francoforte, in un secolo o in un altro.

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