Daniel Deronda di George Eliot

Fazi riscopre i classici e riporta alla luce un capolavoro troppo a lungo dimenticato e che merita invece un posto in primo piano sugli scaffali delle librerie. Grazie alla scrittura della sua autrice, George Eliot, una scrittura profonda, mai scontata, pregna di significati e piena, Daniel Deronda deve considerarsi un classico a buon diritto anche perché evade tutti i criteri elencati da Calvino per rientrare in tale categoria, in modo particolare quello di essere una ricchezza inesauribile.

Pubblicato nel 1876, ultimo dei suoi romanzi, Daniel Deronda non esaurisce il soggetto principale della storia nel protagonista eponimo, ma nel grande e placido alveo del fiume della sua vicenda personale -che comunque rimane centro della scena, movente delle altrui azioni- scorrono come rigagnoli, affiancandolo, affluenti esterni rappresentati dalle storie degli altri personaggi di questo imponente dramma.

Seguendo un modulo narrativo caro alla scrittrice, ormai affezionata al suo pseudonimo maschile, in Daniel Deronda procedono due storie su un doppio binario, due storie che vengono a incontrarsi apparentemente per mere coincidenze fortuite.

Era bella o no? E quale segreta forma o espressione conferiva al suo sguardo quella qualità dinamica? Nel brillare dei suoi occhi dominava il genio del bene o quello del male? Forse il secondo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato di irrequietudine, bensì di tranquillo sortilegio. E perché la brama di tornare a guardarla sapeva di costrizione e non di spontaneo assenso al desiderio da parte di tutto l’essere? La donna che evocava tali domande nella mente di Daniel Deronda era tutta presa dal gioco.

Questo è il famoso incipit del romanzo che si apre proprio con l’incontro tra Gwendolen e Daniel Deronda e farebbe pensare a un’insondabile attrazione tra i due che il lettore, anche se segretamente, non smette di augurarsi. Invece l’autrice si impegna a dimostrare che, appartenendo a mondi e valori troppo diversi, i due ragazzi non potranno mai incontrarsi e ancor meno stringersi in una relazione sentimentale.

La giovane e viziata Gwendolen deve ridimensionare le sue aspettative e se stessa dopo che la sua famiglia cade in rovina e accettare un matrimonio con cui sistemarsi. I suoi piani di ottenere autonomia economica e personale si devono presto scontrare contro un marito prepotente e vessatorio. Dall’altra parte c’è il giovane Daniel che, allevato da sir Hugo Mallinger, è alla ricerca di se stesso e delle sue origini. Di nobili principi e animo, egli salva una giovane ebrea dal suicidio, Mirah, ridotta in miseria e disperata per la ricerca del fratello, affidandola alle cure di una famiglia di suoi fidati conoscenti. L’incontro, apparentemente casuale di Deronda con il filosofo ebreo Mordecai segnerà l’inizio della vera conoscenza, nell’ambito di un disegno superiore perfetto che dà conto di tutte quelle che sembravano a un primo sguardo solo coincidenze.

Il libro ha l’onere di affrontare anche il tema del sionismo, da Eliot volutamente trattato dopo aver assistito a una lezione del prof. Immanuel Oscar Menahem Deutsch in Germania, per sconfiggere i pregiudizi inglesi sull’ebraismo, ma la gravità degli argomenti toccati è stemperata dalle storie dei personaggi che gravitano intorno a esso nella complessità delle relazioni umane e nel loro -sempre sorprendente- reticolato di coinvolgimenti tra casualità e destino.

Leggere George Eliot è un’esperienza totalizzante, è come entrare in un mondo di cui sentirsi parte, per tutto il tempo della lettura e anche oltre, la cui influenza rivive nelle pieghe della memoria. Oltre che nella sua impalcatura, quest’opera trasuda erudizione da tutti i pori (vedi le citazioni premesse a ogni capitolo a scandire la narrazione) ma allo stesso tempo è un pregevole studio anche della psicologia umana, per come scandaglia l’animo e i pensieri dei vari personaggi che in definitiva non si può fare a meno di amare così come sono, con i loro limiti e le loro debolezze.

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