Moda e globalizzazione

In un’epoca come la nostra dominata da comunicazioni estreme e dalla cosiddetta globalizzazione, nell’ambito della moda le contaminazioni culturali sono più che mai il trend che guida gli stilisti siano essi affermati o emergenti.

Le prime sfilate della primavera-estate 2018 ci mostrano ciò che molti giornali hanno definito come: “Il maschio è in crisi anche nella moda…” oppure “L’uomo in gonna!”. Come se in questo ci fosse qualcosa di rivoluzionario, di mai visto prima, mentre  in realtà c’è un persistente ritorno all’antico. Dopo aver rivisitato gli ultimi due secoli non si poteva che guardare al passato più remoto.

L’unica cosa, forse, che oggi possiamo considerare nuova è la tendenza a superare il dualismo di identità, pertanto, avremo sempre più contaminazioni fra maschile e femminile, donne in pantaloni e uomini in gonna sono soltanto una conseguenza.

Come si dice niente di nuovo sotto al cielo,  semplicemente, un ritorno ad antiche mode. Fin dai tempi degli assiri, dei babilonesi, degli egizi gli uomini indossavano tuniche; i  greci e i romani indossavano i pepli  e le toghe sapientemente drappeggiati sui fianchi e sulle spalle; i cinesi e i giapponesi i loro meravigliosi kimono magistralmente ricamati e dipinti.

Alla fine del Seicento abbiamo visto perfino le rhingrave, in pratica delle mutande che si stringevano con una coulisse a formare un volant sopra al ginocchio, molto usati dalla nobiltà dell’epoca; poi i kilt scozzesi, inventati nei primi anni ’30 del Settecento da un quacchero tedesco trasferitosi nelle Highland, è divenuti una tradizione tipica; originariamente il kilt era un rettangolo di tessuto che si arrotolava sui fianchi come una gonna femminile e si portava sulla spalla a mo’ di cappa il tessuto eccedente.

Un ritorno al mondo antico in tempi recenti nei quali tutto sembra correre verso una trasformazione epocale, ma in realtà, percorre strade già note. Insomma, come sempre è una questione culturale, l’unica cosa che dobbiamo salvare è il buon gusto per non cadere nel grottesco!

Angela Arcuri

Annunci

La Cappella Sansevero e il Cristo velato

Non si può non rimanere colpiti, quasi sgomenti, di fronte al Cristo velato (1753) di Giuseppe Sanmartino, opera esposta nella Cappella dei Sansevero a Napoli. Visitatori e turisti arrivano  da ogni parte di Italia e non solo ogni giorno presso questa piccola e sfarzosa cappella, in un’anonima viuzza a due passi da Spaccanapoli. Il Cristo velato è talmente straordinario nell’impatto che sortisce su chi lo osserva che ho visto rimanere incantati e senza parole perfino orde barbariche di chiassose scolaresche. Basterebbe comunque pensare che tra gli estimatore di questa suggestiva scultura si può annoverare perfino lo scultore Antonio Canova, il quale dichiarò che sarebbe stato pronto a dare dieci anni della sua vita pur di essere l’autore di un siffatto capolavoro.
Il committente dell’opera era stato un personaggio assai chiacchierato, Raimondo de Sangro, dei Principi di Sansevero, che aveva dato una serie di indicazione sulla scultura che voleva fosse realizzata. A essere incaricato però all’inizio era stato Antonio Corradini, che tuttavia ebbe solo il tempo di creare un bozzetto in creta prima di morire. Raimondo allora passò la commissione al giovane scultore napoletano Sanmartino che ignorò quasi del tutto il bozzetto del suo predecessore. La sensibilità di Giuseppe Sanmartino scolpisce, in un unico blocco di marmo, il corpo senza vita e i ritmi convulsi delle pieghe del velo incidono una sofferenza profonda, quasi rimarcasse le linee del corpo martoriato: la vena gonfia e pare ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e le mani, il costato scavato. Lo scultore poi non tralascia neanche il certosino ricamo dei bordi del sudario e la cura con cui realizza gli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo.

La fama di alchimista di Raimondo di Sangro ha fatto fiorire sul suo conto numerose leggende. Una di queste riguarda proprio il velo del Cristo di Sanmartino: da oltre due secoli, infatti, viaggiatori, turisti e perfino alcuni studiosi, increduli dinanzi alla trasparenza del sudario, lo hanno erroneamente ritenuto frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dallo stesso principe di Sansevero.
Tale leggenda è dura a morire: l’alone di mistero che avvolge il principe di Sansevero e la “liquida” trasparenza del sudario continuano ad alimentarla. D’altra parte, era nelle intenzioni del di Sangro  suscitare meraviglia, ma egli stesso constatò che quel velo marmoreo era tanto impalpabile e “fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori”.

La statua del Cristo velato è posta al centro della Cappella Sansevero convogliando su di se l’attenzione dei visitatori, ma tutt’intorno lo spazio che l’accoglie è un significativo esempio dello sfarzo dell’arte settecentesca. La cappella in verità ha origini precedenti, quando – si narra – sul finire del XVI secolo, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando davanti al giardino del Palazzo de Sangro, vide crollare una parte del muro di cinta di quel giardino e apparire un’immaginde della Beata Vergine; egli promise allora che avrebbe donato una lapide d’argento alla Madonna se fosse stata riconosciuta la sua innocenza: poco l’uomo fu scarcerato e mantenne fede al voto fatto. L’immagine sacra fu motivo di pellegrinaggi e a promotrici di molte grazie, finché Giovan Francesco Paolo de Sangro, molto ammalato, ne ottenne egli stesso la guarigione e per gratitudine fece erigere una cappelletta dedicata a S.Maria della Pietà o della Pietatella, proprio lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effige.  Da allora quel luogo di devozione divenne anche l’“ultima dimora”  della famiglia dei principi di Sansevero, al quale dedicò grande impegno Raimondo de Sangro, chiamando presso di sé pittori e scultori rinomati, seguendo personalmente le fasi di lavorazione e scegliendo i materiali. L’idea era quella di farne un tempio degno della grandezza del suo casato, arricchendolo di sculture di altissimo pregio.

Malgrado i fasti ricercati da Raimondo e che caratterizzano tutti i monumenti sepolcrali collocati nella cappella, per la propria tomba volle una sobrietà quasi severa: su tutto ha principalmente risalto la grande lapide in marmo rosa, su cui è articolato il lungo elogio funebre intagliato senza scalpello, ma con un procedimento a base di solventi chimici ideato dallo stesso principe, mente geniale e fine inventore.
E passando davanti a questa sepoltura si raggiunge una piccola scala di ferro dalla quale si accede a un vano di forma ellittica, la cavea sotterranea, che in un progetto irrealizzato di Raimondo avrebbe dovuto accogliere le sepolture dei suoi discendenti, mentre oggi ospita due grosse bacheche contenenti gli scheletri di un uomo e una donna in posizione eretta, realizzati  da un medico palermitano sotto la direzione di Raimondo de Sangro. Un cronista del Settecento li definì “macchine anatomiche” (in cui il sistema venoso e arterioso si è conservato perfettamente a distanza di duecento anno, ma non se ne conosce attraverso quale procedimento), mentre la fantasia popolare tramandava che essi fossero i resti dei corpi di due servitori del principe nei quali sarebbe stato iniettato un misterioso liquido che avrebbe pietrificato le loro vene e arterie. Messa comunque da parte la leggenda, tutt’oggi non è possibile asserire con certezza quali siano stati i metodi adoperati per tali incredibili “opere”, e ancora più sorprende la verosimiglianza con cui il sistema circolatorio è riprodotto, benché all’epoca le conoscenze in materia non fossero tanto avanzate.

Un po’ tutta la Cappella Sansevero è una sintesi dell’attività di mecenatismo di Raimondo de Sangro, della sua genialità di inventore, la vastità delle sue conoscenze e le sue capacità di alchimista.
“Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all’opera divina e i sepolcri dei defunti e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati”. Così si conclude l’iscrizione dedicatoria sulla porta laterale della cappella, come un invito al visitatore che qui giunge spinto dalla curiosità e da qui va via con sentimenti di intenso stupore.

Sara Foti Sciavaliere