Georgiana di Deborah Begali

Elaborato nell’intreccio, personaggi molto curati, originali e alternativi rispetto agli ordinari clichè regency e fatti agire in un contesto storico particolareggiato e ricostruito nei minimi dettagli, senza appesantimenti descrittivi.

Articolata su una pluralità degli sfondi, senza rimanere ancorati alla fissità di un’unica scena, la storia di Georgiana, che definirei più che avventurosa, contrastata, si dipana diversificando ambienti e situazioni con l’annesso e relativo apparato di regole, oggettistica, lessico specifici (cfr. terminologia ippica, nautica, militare).

Una scrittura molto godibile.

Gli eventi si susseguono a ritmo incalzante tra ricevimenti, serate di ballo, passeggiate a cavallo e tranquille giornate trascorse in un cottage di campagna a scrivere. La vita della giovane Georgiana è destinata a oscillare vertiginosamente dalle stelle alle stalle con una velocità impressionante.

Diverse sono le situazioni che richiamano Orgoglio e Pregiudizio: dalla presentazione dello sdegnoso Lucas Benedict, ricco e annoiato, ai suoi modi sprezzanti e alla proposta insolente.

Era nato ricco, figlio unico ed erede di un casato facoltoso e aveva a disposizione una rendita che superava le diecimila sterline.

Le complicazioni sentimentali conseguenti a una proposta di matrimonio, che potrebbe essere risolutiva, conducono ad altrettante complicazioni della trama e a condotte poco coerenti da parte dei protagonisti.

Come verrà risolto l’antico dilemma per una signorina di buona famiglia ma priva di mezzi costretta a scegliere tra il desiderio di sistemazione e la ricerca del vero amore? Sono ammissibili i compromessi?

Ripensò al modo in cui l’aveva trattata e cercò di comprendere le ragioni del folle gesto che l’aveva portata ad andarsene. Non capiva. Non poteva proprio, arido com’era di comprensione nei confronti del genere umano, femminile soprattutto.

Difficile trovare qualità che lo rendano fascinoso in questo protagonista maschile tutt’altro che simpatico; nonostante Georgiana sia una ragazza volitiva e determinata, al cospetto di lui diventa fragile argilla che perde la lucidità.

Ma la memoria non la aiutava. Era come se una candela fosse stata avvicinata a una lettera. Pian piano si scioglieva l’inchiostro, la carta si ritirava e il fuoco ombreggiava ogni cosa. Non rammentava nient’altro.

Nessuno dei due ha fatto i conti con l’irresistibilità del destino e dei sentimenti che sovvertono le regole e le distinzioni, ma non voglio rovinarvi il finale…

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A tu per tu con Roberto Addeo

Roberto Addeo, trentacinquenne originario del napoletano e ora residente a Porto Torres, in Sardegna, dove ha trovato il suo “buen retiro”, da sempre affascinato dal mondo dell’arte in qualsiasi sua forma, dalla musica alla letteratura, dopo il suo esordio letterario nel 2015 con Perdute Sinfonie, torna in libreria con il suo nuovo libro La luna allo zoo. Edito da Il Seme Bianco, Addeo dona al mondo un’opera reale e cruda, priva di illusioni e di abbellimenti letterari, che prende spunto dalla vita stessa dell’autore, da dieci anni vissuti nella città emiliana.

Ma prima di parlare del nuovo romanzo, parliamo di te: chi è Roberto Addeo e come sei arrivato alla scrittura?

Sono un trentacinquenne campano nato a Nola, nella provincia di Napoli, infelicemente soprannominata “Terra dei fuochi”, che ha vissuto, svolgendo per lo più lavori umili, tra Napoli, Brescia, Bologna e Sassari. Sin da ragazzino ero magneticamente attratto dall’ arte, nelle sue svariate espressioni: infatti amavo disegnare, leggere, e suonare la batteria, strumento al quale mi sono avvicinato all’età di 12 anni. Il mio amore per la scrittura è figlio di quello per la lettura; ricordo, non senza un pizzico di commozione, un’estate del 1996, quando, insieme alla mia famiglia, villeggiai in una località montana alquanto isolata, dove,  impossibilitato a frequentare  ragazzi della mia età, trovai il mio antidoto alla noia, leggendo un romanzo horror di King. Da lì iniziò il mio percorso di accanito lettore, che mi ha spinto in seguito ad esplorare diversi generi letterari, insinuando, dentro di me, il desiderio di scrivere; tale aspirazione, verso i venti anni, è sfociata in esigenza.

Questo è il secondo romanzo che scrivi: quanto sei cambiato da Perdute Sinfonie?

Sono ovviamente cresciuto, soprattutto in consapevolezza; “Perdute sinfonie”, il mio esordio letterario, mi è servito per acquisire esperienza e per carpire alcuni strumenti del mestiere, in primis l’importanza della chiarezza d’intenti, determinante per il raggiungimento di un’identità stilistica che sia coerente coi miei contesti di appartenenza.

La luna allo zoo: quanto c’è dell’autore all’interno dell’opera?

Trattasi di un romanzo semi-autobiografico; quando scrivo, non amo pormi limiti contenutistici che possano intralciare il libero sviluppo della narrazione. Se dovessi fare una stima delle percentuali, oserei dire che il 70% dello scritto corrisponde alla realtà, mentre il rimanente 30% corrisponde a ciò che volgarmente chiamiamo fantasia.

Qual è stata l’ispirazione?

La luna allo zoo nasce dal bisogno personale di trasportare il linguaggio parlato su carta e, soprattutto, dalla necessità mia di fotografare senza filtri un periodo, una parentesi di vita, determinate emozioni. Mi ritengo uno scrittore di atmosfere, principalmente, e poi un narratore. Far rivivere fedelmente sul foglio certe atmosfere che appartengono all’archivio dei miei ricordi, è la mia massima aspirazione, quella più importante.

Buona parte del romanzo è ambientato a Bologna per poi tornare a Napoli: come mai queste due città?

Napoli rappresenta la mia infanzia, mentre Bologna rappresenta la mia giovinezza. Entrambe le città sono state fondamentali per la mia crescita individuale, artistica e sociale. Sono andato via da entrambe, pur conservando interiormente le loro differenti lezioni di vita.

Se dovessi scegliere un genere in cui collocare il tuo nuovo libro, quale sceglieresti e perché?

Ѐ un libro scritto a nervi scoperti. La paura è una delle componenti più pesanti della psicologia del protagonista, una maschera attraverso la quale poter osservare, con complicità indiretta, un mondo viziato. Se dovessi racchiuderlo in un genere letterario, sceglierei il “Realismo”, perché racconta la realtà quotidiana di un determinato periodo storico, in questo caso, l’anno dell’ufficializzazione della crisi economica.

Mettendo a paragone Perdute Sinfonie e La luna allo zoo quali sono le differenze e le similitudini tra di loro? E in quale ti riconosci di più?

In generale, mi riconosco di più nell’ ultima cosa che scrivo, essendo quella più vicina a me in termini di spazio-tempo. Le differenze tra i due libri sono nette: il primo è un piccolo universo letterario, un mix di prosa e poesia, mentre il secondo è un vero e proprio romanzo. Le similitudini tra i due lavori riguardano la ricerca di un ritmo che sia incalzante e le ambientazioni metropolitane.

Quali sono i progetti futuri?

A breve uscirà la mia prima silloge poetica, e attualmente sto buttando giù idee per un nuovo romanzo, il quale sarà un lavoro interamente diverso dalle mie produzioni precedenti, ma preferisco non aggiungere altro al riguardo.

 

La Primula Rossa #Anteprima

Parigi, anno di grazia 1792. Il Regime del Terrore semina il caos. I “maledetti aristos”, sventurati discendenti delle famiglie aristocratiche francesi, vengono mandati a morte dall’implacabile tribunale del popolo: ogni giorno le teste di uomini, donne e bambini cadono sotto la lama della ghigliottina. Ma in loro aiuto interviene un personaggio inafferrabile e misterioso, il quale, attraverso rocambolesche e ingegnose fughe, riesce a portare oltremanica i perseguitati del regime, nella libera Inghilterra. Dietro di sé non lascia tracce, se non il proprio marchio: un piccolo fiore scarlatto, che gli varrà il soprannome di Primula Rossa. Ma quale identità si cela dietro questo pseudonimo? Chi è l’audace salvatore, disposto a rischiare la propria vita in nome della nobile causa? L’incognita ossessiona l’astuto e crudele funzionario del governo francese Chauvelin e affascina l’alta società inglese: ma la soluzione del mistero si rivelerà tanto insospettabile quanto geniale. “La primula rossa”, primo di un ciclo di romanzi scritto da Emma Orczy, è stato pubblicato nel 1905.

“La Primula Rossa, Mademoiselle, è il nome di umile fiore inglese che cresce ai margini delle strade, ma è anche il nome scelto per celare l’identità dell’uomo migliore e più coraggioso al mondo, in modo che le nobili imprese che decide di compiere possano avere maggior successo.”

In questo romanzo, da oggi in libreria, troverete tutta la bellezza universale di quei libri che diventano “classici” della letteratura.

Lo stile narrativo vi lascerà spiazzati, abituati a nuovi stili di racconto, ma questo non inficia il coinvolgimento del lettore, al contrario renderà questa avventura letteraria ancor più coinvolgente.

Per noi ragazzini degli anni ’90 cresciuti a pane, Lady Oscar e Tulipano Nero, la Primula Rossa è davvero un tuffo nel passato che scalda il cuore. Un antieroe che lascia come firma una primula rossa nel contesto della rivoluzione francese, non può non affascinare giovani e meno giovani, lo potremmo definire un fantasy dal carattere vintage.

L’occasione giusta, con questa nuova traduzione, per regalarlo ai lettori più giovani sempre in cerca di avventure coinvolgenti e ai lettori meno giovani che ne sapranno riscoprire la magia.