Le stanze dell’addio

b08453-B3ICK6J4”Io ho ricominciato a lavorare. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, faccio l’amore, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o a una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l’ora della visita.”
Così si sente chi di noi vive l’esperienza di una perdita incolmabile: impigliato, inchiodato. Dalle pagine di questo libro affiora il volto vivissimo di una giovane donna, Giovanna De Angelis, madre di tre figli e di molti libri, editor di professione, che si ammala e muore. Il suo compagno la cerca, con la speranza irragionevole degli innamorati, attraverso le stanze – dell’ospedale, della casa, dei ricordi – fino a perdersi. Solo un ragazzo non si sottrae alla fratellanza profonda cui ogni dolore ci chiama e come un Caronte buono gli tende una mano verso la vita che continua a scorrere, che ci chiama in avanti, pronta a rinascere sul ciglio dell’assenza.

Recensione di Antonella Maffione:

Affrontare la morte di chi si ama è difficile e il percorso di accettazione molto duro, quando accade è come cadere in un burrone: si rimane cullati e istupiditi dalla sofferenza. Questo il percorso di questo libro, in cui l’autore rende reale un dolore inconsolabile.
Nel trolley non ci sono libri. Pessimo segno. Se si allontana porta senz’altro con sé il mondo di altri mondi. È alla ricerca perenne del paradigma perfetto. Quando legge un grande scrittore, ai suoi occhi si costruisce vera e propria un’altra realtà, non meno legittima del presente. È lì chi sei? Lì dentro? Nei libri che hai portato via con te?”
Questo libro, queste pagine, sono la voce di un addio che è difficile da pronunciare ma necessario per andare avanti, perché come sua moglie gli ha insegnato “la vita non va sprecata”.
“La morte prese posto tra di noi. Era un grembiule. Era quasi trasparente e comunque attraverso di lei per un po’ci guardammo”.
Percorrendo un momento difficilissimo, che è quello della non accettazione, una parte del protagonista resta imprigionata nelle stanze dell’ospedale e solo ripercorrendole potrà riuscire ad attraversare il dolore e superare la disperazione. Queste stanze, dove tutto ritorna, che sono luoghi della memoria, al suo passaggio possono permettergli di accettare la scomparsa di sua moglie: “Madre dei suoi figli e di molti libri”. 
Dando voce ad un addio che sembra continuamente sfuggirgli, desiderando ancora il suo corpo, il suo odore e le loro letture, (ad esempio quelle sotto il Ponte Emilio dove insieme condivisero La lotteria di Babilonia) l’autore cerca di trovare una possibile serenità.
Attraverso questo viaggio l’autore non vuole erigere un monumento alla persona persa, ma vuole cercare di restare vivo senza dimenticare l’amore che c’è stato e riuscire ad amare ancora.
“Ho amato molto, è vero. Per questo mi sento in grado di farlo ancora, è meglio. Però talvolta temo che il dolore mi abbia indurito, prosciugato tutto, lasciato come un tronco assediato dell’edera che non ha più polpa, ma ne rimane la forma vuota”.
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