A tu per tu con Fabio Iuliano

Fabio Iuliano, docente di lingue straniere, blogger e giornalista che nel 2007 ha vinto il premio Polidoro, dopo la pubblicazione, nel 2016, del suo saggio New York, Andalusia del cemento, torna in libreria con un nuovo romanzo, tutto da leggere e scoprire: Lithium 48.

Ma iniziamo da te: chi è Fabio Iuliano e come ti sei avvicinato alla letteratura a tal punto da diventare uno scrittore?

Sono abituato a dare il giusto valore alle etichette e prima di fregiarmi del titolo di scrittore ce ne vorrà. Scherzi a parte, il percorso verso la scrittura creativa passa per anni di praticantato come giornalista, fino al tesserino da professionista conseguito alla fine del 2010. Ho scritto per Ansa, Eurosport, Canal + e scrivo ancora per il Centro, il quotidiano della mia terra di origine l’Abruzzo, raccontando tutte le fasi del terremoto che la notte del 6 aprile 2009 ha colpito la mia città. Ho fatto dei reportage sull’immigrazione in Italia, in Romania e in Marocco e ho girato un po’ al seguito di eventi sportivi. Mi piace raccontare storie: ecco, uno dei modi in cui mi piace definirmi è aspirante storyteller. Questo sì.

Parliamo del tuo romanzo: perché il titolo Lithium 48?

Il titolo contiene un triplice significato. Vuole essere un riferimento più o meno diretto all’elemento chimico che viene utilizzato in farmacia come stabilizzatore umorale. Quello che racconto è un viaggio tra paura e desiderio che produce sbalzi di umori. Ma il litio è anche uno degli elementi chiave della tecnologia digitale. Parlo di tutti quei dispositivi che sono entrati a far parte della nostra vita e si propongono quasi come estensione delle nostre facoltà. Infine, Lithium è un omaggio a uno dei pezzi più celebri dei Nirvana, una delle cult band degli anni Novanta. Il numero 48, invece, è legato alle ore che scandiscono la storia, in una ricostruzione in countdown.

Qual è stata l’ispirazione per questo romanzo?

Racconto una storia vera relativa a un periodo in cui lavoravo a Parigi. Il protagonista è un mio coetaneo, originario, tra l’altro dalle mie parti. Era ossessionato dall’essere seguito dalle telecamere, al punto di combinare un macello dietro l’altro. Però, al di là delle annotazioni da cronista, la vicenda di questo giovane mi ha coinvolto parecchio, in quanto mi sono reso conto che le sue nevrosi individuali erano solo un’esasperazione delle nevrosi che ciascuno di noi vive, più o meno in maniera manifesta.

Quanto c’è di Fabio Iuliano nel protagonista?

Tanto. Anche perché, per proteggere la vera identità di Simone – il nome usato nel romanzo è di fantasia -, l’ho rivestito di tanti piccoli e grandi aspetti che mi appartengono, dai ricordi di infanzia ai miei gusti musicali. Ho regalato a Simone anche i miei cartoni animati preferiti.

Tutto il libro è pervaso dalle ansie e le paure di Simone, dal suo continuo fuggire. Da cosa derivano?

L’ossessione, come dicevo, è quella di essere inseguito dalle telecamere. Notte e giorno. Sette giorni su sette. Come un reality portato avanti senza soluzione di continuità. Ma dietro questa parodia del Truman show c’è un viaggio spazio temporale attraverso suggestioni e immagini talvolta fugaci ma incredibilmente nitide, reali. Ossessioni individuali e collettive. La vicenda è ambientata a Parigi nell’aprile del 2002, in un momento in cui l’occidente si è lasciato alle spalle la paura del Millennium bug. In un momento in cui l’attentato alle Twin Towers aveva iniziato a produrre una scia senza precedenti, condizionando reazioni, pensieri e comportamenti di milioni di persone. Simone compie anche un viaggio all’interno della geografia del desiderio: viviamo in una società complessa e il nostro sentirci inadeguati ci porta a desiderare, a volere. E questo ci crea uno scompenso tale da renderci volubili e vulnerabili in un momento in cui tutto, o quasi, diviene un prodotto, una merce, anche noi stessi. Dal desiderio si passa alla paura, perché sono due facce della stessa medaglia, sono due fuochi: vanno domati altrimenti si corre il rischio di rimanere in balia dell’uno o dell’altro.

Nirvana, Doors e Pearl Jam sono la colonna sonora del libro: da cosa nasce questa fusione tra musica e letteratura?

Sono legato visceralmente a questa musica. Sono arrivato al sound dei Pearl Jam, che tornerò a seguire dal vivo in estate a Roma e Barcellona, passando per i versi di Jim Morrison e i power chords di Kurt Cobain. Simone è un blogger esperto di musica ed è musicista a sua volta. Anche io mi diletto a scrivere e suonare dal vivo le mie canzoni e suono in una band alternative rock. I testi delle canzoni a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila hanno raccontato con efficacia le contraddizioni del tempo. Così come le liriche di Bob Dylan hanno influenzato l’arte contemporanea molto meglio di tanti scrittori di rilievo. Il ritmo del racconto è influenzato dalla musica.

Hai due pubblicazioni, un saggio e un romanzo: cos’è cambiato tra New York, Andalusia del cemento e Lithium 48?

Il primo è un saggio. Scritto con tutta la libertà di questo mondo, ma pur sempre un saggio che ripercorre quelli che è stato il mio percorso di studi all’università, sulle orme di Federico Garcia Lorca. Anche in questo caso, parliamo di un viaggio in musica, dalla terra del flamenco alle strade del jazz. Anche in questo caso è pubblicato da Aurora edizioni (www.aurora.com)

Quali sono i prossimi progetti?

Nessun altro libro all’orizzonte. Sto continuando a scrivere articoli, dare lezioni di lingua e letteratura. Non manca qualche concertino e, perché no, qualche gara di triathlon. Un po’ di sport fa bene all’anima.

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