Io sono Mia

A dirla tutta, quando ho iniziato la lettura di questo romanzo, non ero del tutto convinta. Un po’ perché cercavo una storia semplice, poco impegnativa, di quelle che a leggerle danno l’impressione di scivolarti come acqua sul viso. Un po’ perché dopo venti pagine stavo già iniziando a chiedermi: che diavolo hanno in comune una diciottenne sfregiata dei bassifondi di Roma, una super produttrice cinematografica fighissima e simpaticissima (aggiungere ironia a secchiate), mezza morta in un incidente di moto, e due islandesi felicemente dediti al bracconaggio di balene nel Mar dei Ghiaccioli? Che poi, io ero rimasta alle baleniere del capitano Acab, e invece a quanto pare la pratica è ancora in corso… shame on me.

Insomma, volevo una lettura semplice e mi sono ritrovata con tutt’altro. Peccato?

Assolutamente no.

Io sono Mia, si apre nella pancia del Teatro dell’Opera di Roma, dove la protagonista Mia, diciotto anni, uno sfregio in viso e uno ancora più grosso nel cuore, impreca tra carrucole e ingranaggi scenici. Mia, detta Non per il modo aggressivo con cui affronta la vita e i suoi snodi, vive in una casa famiglia simile ad un grosso acquario, nell’angolo dimenticato della Roma bene dell’Eur, ma una madre in effetti ce l’ha. Più o meno. Intanto perché Andrea Gigante è tutto fuorché una madre degna di questo nome, in secundis perché la sua prima apparizione nelle pagine del romanzo la fa schiacciata a terra dalla sua moto in fiamme. Praticamente se sopravvive c’è da gridare al miracolo. Le due donne non si vedono se non dietro ordinanza del giudici, non si parlano se non costrette, sarebbero molto felici se una delle due sparisse per sempre. Eppure …

A causa dell’incidente, Andrea, ex produttrice cinematografica caduta in disgrazia è costretta a sottoporsi ad un’operazione, ma i soldi per affrontarla scarseggiano. L’unico modo per racimolarli è riuscire a vendere una fattoria sperduta nei ghiacci dell’Islanda, acquistata anni prima senza scopo preciso e che ora si rivela di vitale importanza. Il compratore c’è, ma pretende un incontro vis-à-vis. Contro il parere di tutti i medici Andrea fa le valigie, salta sul primo volo e atterra in Islanda, la terra del ghiaccio e del fuoco.

Braccata da guai più grossi di lei, Mia nel frattempo, decide di chiedere aiuto a quella madre snaturata che potrebbe essere la sua ultima carta da giocare in una partita pericolosa giocata a suon di debiti e spaccio di droga. Parte così all’inseguimento accompagnata da uno sconosciuto ragazzo islandese, con lo zaino troppo carico di segreti.

La corsa in Islanda le catapulta in un mondo sospeso tra meraviglia e crudeltà, dritte in braccio a due bracconieri dal cuore gentile, indurito dal fuoco dei vulcani e con un grosso, sanguinoso credito nei confronti di Andrea.

Incalzante. Vivido. Non ci sono aggettivi migliori di questi per un dramma familiare dai confini strani, una storia in cui lotta e redenzione che si tengono per mano. L’autore, Max Giovagnoli, saggista e direttore dello IED di Roma al suo quarto romanzo, firma questa brillante prova per la Newton Compton.

Lo sfondo di una Roma fangosa e carica di veleno di Mia, una Lisbeth Salander con meno piercing, i quartieri bene del centro dove tutte le luci si spengono o sono solo miraggi di Andrea, e la magica Islanda, terra vichinga di meraviglie e paura circondata dal canto delle balene, si fondono in una sinfonia ben orchestrata che cattura in pochi istanti. È difficile non restare coinvolti da questi personaggi un po’ pazzi e sfigurati, non essere presi per mano dalla loro voglia di vita, di avventura e tranquillità, dalla loro urlata, disperata umanità.

Diletta Adalgisa Parisella

 

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