Storia di un concorso letterario – Quattro domande a Marco Valeri

«Che cosa stai leggendo?» mi chiese incuriosito Marco il giorno in cui ci incontrammo la prima volta; ero l’unica a bordo campo assorta in un libro. Attendevo la fine della lezione di tennis dei miei figli, Marco Valeri era il loro istruttore. Gli sorrisi e cominciammo a parlare di libri letti, da leggere, e così dopo ogni lezione. Poi un giorno mi chiese: «Mi aiuti a organizzare un concorso letterario legato al festival Rabdomantica?». Gli sorrisi e risposi: «Perché no?». è nata così la prima edizione del Concorso Letterario Nazionale Rabdomantica “Storie di acqua, di amore e magia”. Il titolo del concorso mi è stato chiaro dopo aver letto la voce rabdomanzia sull’etimologico Zanichelli: “tecnica divinatoria tendente a localizzare, attraverso le vibrazioni di una bacchetta, sorgenti d’acqua o giacimenti minerali.” Insomma, una ricerca romantica, sciamanica, una linea di confine tra scienza e magia.

Marco Valeri è un artista vulcanico e poliedrico, oltre a essere un ottimo istruttore di tennis.

Marco, che significato ha per te la rabdomanzia?

La rabdomanzia è una pratica che muove ed evoca tutto quello che sta nascosto, cacciato altrove, evoca la tensione a far riemergere il sommerso. Ciò che non vediamo non è nascosto e, ciò che è nascosto, a volte è vitale: l’elemento che compone in massima parte il nostro corpo è l’acqua. All’esterno, per trovare questo prezioso e vitale elemento, serve qualcuno che sia in connessione con le vibrazioni della terra: il rabdomante. Il rabdomante sa guardare la terra, ne riconosce i segni, come un dermatologo fa con quelli sulla pelle; percepisce l’acqua sotto la terra, a grandi profondità, la qualità, temperatura. La rabdomanzia è un’arte che non si impara a scuola, è un dono ricevuto dalla natura, una vera investitura, oppure una conoscenza tramandata a livello generazionale, attraverso pratiche viste e apprese. La connessione con la natura si attua attraverso un legnetto, che potrebbe sembrare una fionda, ma senza elastico: quella è la porta verso gli abissi della terra. E lì, dove non ci sono gallerie, fessure o antri, il rabdomante assolve il compito di tramite, di guida. Rabdomantica nasce dall’unione delle parole romantica e rabdomante, simbolo dell’urgenza di capire quale sia la strada migliore, ispirandoci lasciandoci ispirare dal cuore e dall’acqua, intesa come vita. E questo è tanto più importante in un’epoca in cui è difficile capire cosa sia realmente essenziale.

Qual è il senso sociale della rabdomanzia?

Il rabdomante, simbolo della ricerca e della sua inevitabilità, affidata alla fiducia dell’uomo e al suo sentire, filtra il messaggio della necessità di un vivere in connessione con la natura. In questo senso l’acqua diviene non solo un elemento vitale ma anche culturale. La rabdomanzia fornisce un senso sociale, che per me è l’abbandono del troppo, del superfluo, la voglia di abrogare la pigrizia fisica e ancora prima mentale, favorendo un viaggio intimo di scoperta per capire ciò che ci muove. Rabdomantica è quindi un progetto sociale, un processo reale di ricerca della verità.

Che cosa ti ha spinto ad associare un concorso letterario al Festival Rabdomantica?

Oggi scrivono in tanti. Alcuni perché hanno bisogno di dire, altri perché vogliono sentirsi dire, altri ancora per esprimere una vera e propria arte, perché conoscono le tecniche, maneggiano la materia, fanno ricerche, si informano, lavorano alla scrittura con lo scalpello. Sono tanti i perché a causa o grazie ai quali si scrive. Rabdomantica ha accolto un’ulteriore espressione di ricerca: quella di trovare, creare ed esprimere delle storie di acqua, di amore e di magia.

A chiudere il concorso letterario, il giorno della premiazione ci sarà Erri De Luca. De Luca non ha bisogno di presentazioni: i suoi romanzi fanno parte della letteratura, non solo italiana. In che modo la manifestazione si lega al pensiero del grande scrittore espresso nella nota che accompagna Rivoluzione di Jack London?

L’attinenza tra i temi e le suggestioni portate dallo scrittore nella sua nota di prefazione e Rabdomantica, potrebbe non esistere, potrebbe non essere necessaria. Erri De Luca ci ha abbracciato con la sua umanità e ci arricchirà con la sua presenza, portando in evidenza un lavoro intellettuale profondo e stimolante: Rivoluzione di Jack London, che lo scrittore partenopeo ha fatto tradurre. Rivoluzione, Rabdomantica. R, R. L’attinenza non è necessaria, potrebbe non esserci. Eppure c’è. C’è attinenza nella ricerca di creare un percorso di riflessione e coinvolgimento, che parte da un dato, un bisogno inconscio ma evidente: l’assenza. L’assenza di vigore, di coraggio. L’assenza di intellettuali che abbiano un’etica del dissenso così forte da dire quello che pensano, e fare quello che dicono. Un’assenza e un assenso generalizzato che creano il vuoto. Erri De Luca è testimone e testimonianza che in un’altra epoca, perché Erri appartiene a un’altra epoca letteraria, dove il ruolo dello scrittore era diverso: gli artisti e gli intellettuali erano engagés. Di questi, De Luca è uno dei pochi rimasti, anzi l’unico. Oggi, la società, noi, il fiume, la nostra acqua, scorrono in un letto scomodo, in un letto nascosto. Oggi abbiamo bisogno di riscoprire il rispetto e la valorizzazione del territorio, dell’uomo, della donna e dell’animale; abbiamo bisogno di rifondare l’identità, di mantenere vive le tradizioni, le pratiche antiche e l’arte che attuano la connessione sociale, di riscoprire la funzione sociale del lavoro della terra, del rito della festa e della cultura che in essa e attraverso essa si tramandava. La società, oggi, è complessa, e in questa complessità dimentichiamo chi dirige la ricerca: l’uomo o la tecnologia? La nostra società ha bisogno di ritrovare la propria spinta rivoluzionaria, poiché una società senza rivoluzione non è viva, non lo è più. E così come una rivoluzione non ha senso senza un popolo e una nazione, una società che non ricerca più il proprio senso anche attraverso la rivoluzione, perde il suo senso all’interno del sistema. E le persone sono spaesate, si sentono perse.

Grazie Marco per il viaggio che ci hai permesso di fare intorno al mondo e dentro la terra, a nome di tutta la redazione e di tutti i lettori di Pink Magazine Italia. Arrivederci a presto.

 

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La fuga da adesso

La mente brama un nuovo libro, un altro mantra, l’ennesima tecnica, una nuova meditazione, un’altra preghiera. Va bene qualsiasi cosa purché continui a rifuggire il momento presente e non si arrenda a se stessa.

 

Avviene spesso che, quando ci si imbatte in materiale che ha a che fare con la spiritualità, la coscienza, l’Essere, si inizi a percepire qualcosa di molto forte, una sorta di magnetismo, un senso di pace, presenza e Verità, qualcosa che inizia a risuonare dentro di noi. I libri, le conferenze, i seminari, certe tecniche, non fanno altro che spingerci a diradare le nebbie dell’inconsapevolezza e ricongiungerci con noi stessi, con qualcosa che intuiamo essere ma che ancora non abbiamo del tutto afferrato (e non afferreremo mai). La mente cerca vanamente di riempirsi di quelle conoscenze, di carpirle, di farle sue, e per un attimo ci riesce. Non ti è mai capitato di iniziare a leggere un libro che ti risuonava a tal punto da non riuscire a staccartene? O aver visto la conferenza di un divulgatore di tematiche spirituali, talmente diretto e Vero che non hai potuto poi fare a meno di guardare tutto il materiale video su YouTube relativo al medesimo conferenziere? Benvenuto.

Dipendenza da spiritualità

Tutto ciò serve, ha ragione di esistere, come ogni altra cosa in questo Universo, e, anzi, a mio parere inizialmente è pressapoco indispensabile, ma col tempo rischia di diventare un’arma a doppio taglio, una distesa di sabbie mobili da cui è sempre più difficile districarsi. Finito di leggere il libro, o di aver visto una stupenda conferenza, col passare dei minuti o delle ore, il senso di completezza di pace e di gioia lentamente svaniscono e lasciano spazio ad un leggero e silente disagio, una sorta di senso di mancanza e di non totale appagamento, che vengono ben presto colmati non appena prendi a sfogliare il nuovo libro e ad assimilarne voracemente i concetti ed il messaggio intrinseco, l’essenza del libro e del suo autore. Si cade nell’illusione che qualcosa possa “darci qualcosa” da fuori. La mente avvia una sorta di dipendenza, ovvero ti fa sentire completo e realizzato solo nel momento in cui si riempie di tali verità, salvo poi inviarti segnali di disagio non appena ci si allontana da questi argomenti. Si può restare dispersi in queste lande anche tutta la vita, tra molti soldi spesi, stress, tempo, risorse ed energie. Si rischia di finire, per voler concettualizzare a livello mentale tematiche, che non siano comprensibili pienamente restando nella mente, un po’ come cercare di contenere l’oceano in un secchiello.

“Ora” è il punto di arrivo e partenza

È solo fermando la mente ORA, lasciare che si arrenda, svuotandola di tutte le conoscenze, tutte le direttive che hai appreso, tutte le informazioni che hai avidamente assorbito che puoi veramente ricongiungerti con te stesso e ti sarà chiaro che non ci potrà mai essere nessun libro, nessun guru che possa darti qualcosa dall’esterno, poiché è già Tutto dentro di te, anzi tu stesso sei Tutto e appartieni al Tutto.

Fai spazio!

Dopo aver letto questo post, mi auguro che tu ti decida una volta per tutte a “fare spazio”. Certo,continua a leggere, documentarti, informarti, ma cerca di bilanciare queste attività con la giusta dose di non attività e presenza a te stesso, e cerca di farla diventare via via l’attività principale. Smetterla di cercare qualcosa che hai già, respira profondamente ed eccola là la fonte di ogni più grande gioia e realizzazione: Te stesso, Dio, il Tutto.

PER MAGGIORI CONTENUTI:  Sei tutto ciò che cerchi