Ritratto della scrittrice da giovane, Virginia Woolf con un saggio di Nadia Fusini. Utet Edizioni

Risultati immagini per ritratto della scrittrice da giovaneUna raccolta davvero sorprendente di lettere che mostrano, senza filtri e ipocrisia, gli entusiasmi e i momenti tristi di una ragazza nel pieno della sua giovinezza. Ma si tratta assolutamente di una ragazza fuori dal comune.

Sembra di sbirciare dal buco della serratura di quella che è la vita privatissima della giovane Virginia Stephen e nei suoi pensieri più intimi. Conquista con la sua simpatia per come sa essere spiritosa nelle lettere del primo periodo, divertente e divertita dalle sue amicizie e conoscenze le cui idiosincrasie e peculiarità coglie con sguardo irriverente, spesso ricorrendo a somiglianze e similitudini zoomorfe.

Mi ricorda un altro epistolario dove l’ironia sempre vigile interviene puntualmente a salvare dall’autocommiserazione e l’intelligenza vivida è pronta a colpire a ogni giro di frase. Anche Jane Austen riserva la stessa vena caustica ai difetti altrui e per il cambio di tono che dall’esuberanza giovanile passa attraverso le dure prove della vita stemperandosi in malinconico-crepuscolare, rimanendo sagace. Anch’ella si rivela una corrispondente esigente, che riesce a scrivere e a toccare svariati argomenti con la stessa velocità con cui ne discorrerebbe a voce, e che infine, diventa esperta dell’arte della composizione epistolare:

Una lettera dovrebbe essere limpida come una pietra preziosa, uniforme come un guscio d’uovo, e trasparente come vetro.

Molto interessante è scoprire e seguire anche i primi passi mossi nella sua carriera da scrittrice a cominciare dall’amore spasmodico per i libri e lo studio, passando per le recensioni e all’insegnamento, fino ad approdare alla tanto sospirata e faticosa scrittura.

Desidero tanto una grande stanza tutta per me, piena di libri e nient’altro, in cui possa rinchiudermi, senza vedere nessuno e leggere fino a calmarmi completamente.

Risulta incredibile assistere alle stesse incertezze e paure che assalgono una scrittrice alle prime armi, la ricerca continua di pareri e rassicurazioni, come quando domanda all’amica Violet Dickinson:

Nessuno s’interessa molto -e perché dovrebbe?- a quel che scribacchio. Credi che arriverò mai a scrivere un libro veramente buono. Ad ogni modo, me la cavo decisamente meglio di prima, anche se ci sono ancora zone tremendamente scoperte e sterili.

Capace di grandi slanci e profondi affetti, tradisce il suo fortissimo bisogno di sentirsi amata, abbarbicandosi come un’edera ai rapporti interpersonali che tesse con lettere dall’ammiccante tono confidenziale. Lucida fino alla follia, cammina in bilico sul filo della consapevolezza lasciandosi cadere ogni tanto:

Il mondo degli esseri umani va facendosi troppo complicato, mi meraviglio soltanto che non si riempia di un maggior numero di manicomi: molte cose, nella visione della realtà dei folli, sono condivisibili. Dopo tutto è forse quella la visione equilibrata, e noi, tristi, assennati e rispettabili cittadini, non facciamo che delirare ogni istante della nostra vita, e meriteremmo d’esser rinchiusi per sempre. Con questo caldo la mia melanconia primaverile matura, e diventa follia estiva.

Il forte legame coi fratelli, il sodalizio culturale instaurato al n. 46 di Gordon Square di Bloomsbury, i viaggi in Europa, i soggiorni estivi al mare, suo grande amico. Scrive dalla pensione della signora Turner a Giggleswick nello Yorkshire:

La mia vita qui è d’una austerità da Grecia antica, bellissima: potrebbe entrare, pari pari, in un bassorilievo. Come puoi immaginare, non mi alvo mai, e non mi pettino; percorro la brughiera selvaggia a passi enormi; declamo odi di Pindaro, balzando di roccia in roccia; esulto nell’aria che un po’ mi schiaffeggia e un po’ mi accarezza, come un padre severo ma affettuoso! Una specie di Stephen brontizzata quasi bella come l’originale.

Assillata dai discorsi di matrimonio che la cerchia di parentele e conoscenze dalla morte di Thoby va facendo nemmeno tanto velatamente, affinché si sistemi, la rendono nervosa e irritabile:

Tu almeno non sei costretta a batterti con oscene vecchiacce e signorine dai becchi grondanti di sangue che ti consigliano di sposarti. Da sei mesi a questa parte è questa la mia penitenza.

Rifiuta diverse proposte per poi accettare con straordinari disincanto e sincerità, quella di Leonard Woolf:

 Gli ovvi vantaggi del matrimonio mi impediscono di prendere una decisione. Mi dico: in ogni caso con lui sarai abbastanza felice, ti darà la sua amicizia, dei bambini, una vita attiva -ma poi mi dico anche: per Dio, mi rifiuto di fare del matrimonio una vera professione. … non so cosa ci porterà il futuro. Ho quasi paura di me stessa… Dunque un momento son quasi innamorata, voglio che tu sia sempre con me, sappia tutto di me, e un attimo dopo sono selvatica e distante. A volte penso che sposandoti avrei tutto… ma poi… Ci sono dei momenti -l’altro giorno quando mi hai baciata per esempio- in cui non sono più sensibile di un sasso. Eppure son quasi sopraffatta dall’affetto che mi dimostri. E’ una cosa così concreta, strana. Perché dovresti volermi bene?

Purtroppo il finale lo conosciamo tutti, con la sua immensa tristezza. Per fortuna nel mezzo ci sono stati i suoi romanzi indimenticabili con cui ci ha lasciato la parte migliore di sé.

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Irene #GraphofeelEdizioni

Irene_500x700La biografia romanzata di Maria Vittoria Rossi, giornalista di costume, inviata di guerra, traduttrice, icona fashion del suo tempo, per la quale Leo Longanesi coniò lo pseudonimo di Irene Brin. Estrosa, anticonformista, Irene attraversò la prima metà del ’900 con la forza della sua personalità.Armata di macchina da scrivere, di pantofoline dai tacchi altissimi e di una trousse a forma di colomba disegnata per lei da Salvador Dalì, captò il mondo con le sue antenne da pipistrello (così le definisce Montanelli) e lo descrisse con tono divertito e dissacrante. Un passaggio lieve ma intenso nella cultura e nella società italiana, dagli anni ’30 al boom economico degli anni ’60, che l’autrice ci racconta con appassionata complicità.

 

Leonilde Bartarelli mi ha fatto vivere un bellissimo viaggio letterario nella vita di una donna dalle mille sfaccettature di cui sapevo ben poco. Questo romanzo-biografia è per il lettore un’occasione di scoperta, riflessione, crescita. Una macchina del tempo che ci fa rivivere un passato spesso ancora tanto presente. Dalle inchieste giornalistiche sui luoghi martoriati dalle guerre che hanno segnato il secolo scorso, “Alla fine del viaggio, a Belgrado, ha incontrato la guerra, cruda, spietata. Non quella diretta delle incursioni aeree e dei combattimenti, ma quella susseguente, drammatica e desolante, che lascia i superstiti attoniti, spauriti, sconfortati: la città è bombardata, devastata, silenziosa nella immobilità agghiacciante che segue il dramma. Irene ne rimane smarrita e annichilita. È sola, completamente sola; e tale sensazione in un certo senso l’aggrada, la fa sentire titolare di quella auto‐responsabilità che la fa agire in piena autonomia, rendendo irrilevante ogni pregiudizio di genere.” , al mondo della moda e del costume. “…eccola comunque e dovunque, elegante e raffinata con i sandali Chanel dal tacco vertiginoso, i turbanti stravaganti, gli occhiali a forma di farfalla adorni di strass, i lunghi guanti di pizzo, le fusciacche strette in vita.”

Dietro questa immagine di donna intraprendente, elegante, colta e pronta a vivere ogni situazione, si celano però insicurezze e malesseri non solo psicologici. “Il Male si è presentato con aggressività un anno fa. Al colon. A luglio un intervento chirurgico invasivo sembrava averla riportata in salute, ma la profonda stanchezza e il senso di affaticamento sono continuati. Maria ha provato ad attribuire la responsabilità della sua malattia ai cambiamenti nella società sua contemporanea che non riesce ad accettare; che i nuovi canoni della cultura e dell’arte mortificano indistintamente le sue molteplici personalità, relegandole in ambiti marginali.”

Il romanzo-biografia si conclude con una meravigliosa scena che non posso anticiparvi, posso solo dirvi che l’autrice ha saputo, in modo molto semplice e originale, raccontare non solo una storia di vita, ma anche il suo approccio personale di scrittrice alla stesura “Tutte le biografie sono in un certo senso una bugia. Chi vorrà leggerà per conto suo e sceglierà un’altra sfaccettatura, quella che parla al suo cuore”.

Buona lettura

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L’ assassinio di Florence Nightingale Shore #NeriPozza

Recensione di Antonella Maffione.

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È il 1919 e Louisa Cannon sogna di sfuggire a una vita di povertà e, soprattutto, all’opprimente e pericoloso zio, che vorrebbe sanare i propri debiti «offrendo» la nipote a uomini di dubbia reputazione. La salvezza di Louisa è un posto di lavoro presso la famiglia Mitford ad Asthall Manor, nella campagna dell’Oxfordshire. Dopo diverse peripezie Louisa riesce a farsi assumere. Diventerà istitutrice, chaperon e confidente delle sei sorelle Mitford, specialmente della sedicenne Nancy – una giovane donna intelligente e curiosa con un talento particolare per le storie. Ma quando un’infermiera – Florence Nightingale Shore, figlioccia della sua celebre omonima – viene assassinata in pieno giorno su un treno in corsa, Louisa e Nancy si troveranno per caso coinvolte nelle indagini del giovane e timidissimo Guy Sullivan, agente della polizia ferroviaria di Londra, Brighton & South Coast e nei progetti criminali di un assassino che farà di tutto per mantenere segreta la propria identità… Basato sul vero omicidio, rimasto irrisolto, di Florence Nightingale Shore, questo è il primo romanzo di una serie di gialli intitolata I delitti Mitford, ambientata negli anni Venti e Trenta con protagoniste le sei «leggendarie» sorelle Mitford.

In questo viaggio letterario alla ricerca dell’assassinio dell’infermiera Florence, l’atmosfera è grigia come il cielo di Londra  dove appunto si intreccia la storia. L’ambientazione storica è quella del 1920: l’Inghilterra è uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.
Un periodo storico carico di tensione, nel quale i paesaggi, i costumi sono uno sfondo perfetto per una storia di misteri e bugie.
L’infermiera Florence dopo aver dedicato la sua vita ad assistere in ospedale i militari, all’interno del quale aleggiava solo agonia e morte, viene brutalmente uccisa su un treno che da Londra la porterà a casa di una sua cara amica. Basato su un vero omicidio mai risolto, l’autrice intesse una storia dove non mancano colpi di scena, aggiungendo un tocco di fascino con le sorelle Mitford e la loro governante Louisa, le quali vestendo i panni delle protagoniste cercano di risolvere il giallo.
Ripercorrendo la vita coraggiosa di Florence attraverso prove e fatti reali, Jessica Fellowes inserisce una storia romanzata e avvincente, nella quale l’avvicendarsi di Louisa e Nancy rappresentano un aiuto fondamentale per le indagini. Le intuizioni di Louisa, alimentate dall’arguzia e la sfacciataggine di Nancy, catturano l’interesse del lettore appassionandolo alla scrittura avvincente e vivace della scrittrice.
Tra realtà storica ed espediente narrativo, il tutto arricchito da un’ambientazione storica turbolenta, l’autrice soddisfa la curiosità del lettore, catturando la sua attenzione attraverso una descrizione curatissima degli avvenimenti e soprattutto ogni personaggio è talmente ben caratterizzato da rendere il romanzo dinamico e imprevedibile.

 

Giardino della Minerva, il cuore della Salerno medievale e della storica Scuola medica


Chi si trova a fare un giro turistico a Salerno sicuramente lo fa per la manifestazione natalizia Luci d’Artista, l’antica Cattedrale di San Matteo, il Castello del longobardo Arechi e magari una capatina all’acquedotto medievale, il cosiddetto Ponti del Diavolo, ingoiati nel traffico urbano della città. Non tutti però si avventurano al Giardino della Minerva, un tempo cuore pulsante della Salerno del Medioevo, collocata in una zona che era denominata Plaium montis, a metà strada di un ideale percorso che si sviluppa lungo l’asse degli orti cinti e terrazzati che dalla Villa Comunale salgono, intorno al torrente Fusandola (oggi percorrendo uno stretto e ripido budello, che si arrampica verso il Castello di Arechi. Per coloro che non amano le scarpinate c’è però una via semplice, l’ascensore comunale che è possibile raggiungere da un vicolo alle spalle della Chiesa dell’Annunziata e che conduce i visitatore al livello delle stradine d’accesso al Giardino.

Il viridario fu proprietà della famiglia Silvatico sin dal XII secolo e, in seguito, nel primo ventennio del 1300, il maestro Matteo Silvatico, vi istituì un Giardino dei semplici, precursore di tutti i futuri Orti botanici d’Europa. In questo spazio erano coltivate alcune delle piante da cui si ricavavano i princìpi attivi impiegati a scopo terapeutico e Matteo Silvatico vi svolgeva, inoltre, una vera e propria attività didattica per mostrare agli allievi della Scuola Medica le piante con il loro nome e le loro caratteristiche. Il giardino medievale, nel corso d’una recente campagna di indagini archeologiche, è stato rinvenuto a circa due metri di profondità sotto l‘attuale piano di calpestio. Da una descrizione del 1666 però la proprietà mostrava già l‘aspetto che attuale. Una lunga scalea, caratterizzata una serie di pilastri sorreggono una pergola di legno, che collega i quattro terrazzi del giardino e costruita sulle mura antiche della città, permettendo un’ampia e privilegiata del golfo, del centro storico e delle colline. Per ogni terrazzamento ci sono canalizzazioni, vasche e fontane che costituiscono un complesso sistema di distribuzione dell’acqua, che denota la presenza di fonti cospicue che hanno permesso, nei secoli, il mantenimento a coltura delle coltivazioni, agevolate anche dal particolare microclima con una scarsa incidenza dei venti di tramontana e dalla favorevole esposizione.

Si accede da via Ferrante Sanseverino, attraversando l’attiguo Palazzo Capasso, dal nome dell’ultima famiglia che ne ebbe la proprietà; fu proprio il professor Giovanni Capasso infatti a farne dono nell’immediato secondo dopoguerra. Superato poi l’arco che si apre accanto a una fontana monumentale ci si trova sul primo livello del Giardino della Minerva con uno spazio centrale dove le siepi seguono la disposizione geometrica dei giardini all’italiana, con quattro vialetti come raggi di una circonferenza conducono al centro di una rotonda e lì, a terra, si leggono i quattro elementi e le corrispettive qualità (secco, freddo, caldo umido). Ricordiamo così il fine con cui nasce questo luogo di benessere, in funzione della rinomata Scuola medica salernitana, per la quale la terapeutica e di conseguenza gli studi di botanica si fondavano essenzialmente sui principi pitagorici della “dottrina dei quattro umori” basata a sua volta sull’antica “teoria degli elementi”. Una breve scaletta, accanto alla grande peschiera, permette di risalire al secondo livello con la fontana della Gorgone e una panchina in battuto di lapillo, dove sedersi qualche istante per godersi la serenità di questo luogo, accompagnati dal lento e confortante incedere dell’acqua. La scalea pergolata conduce ai successivi livelli, dove nel penultimo troviamo la Fontana della Rosa dei Venti, decorata con inserti di “schiuma di mare” e conchiglie. Se capita di trovarsi verso l’ora del tramonto si rimane incantati a vedere la luce del sole che cala sul mare.

In questo luogo un ricordo lo merita una presenza straordinaria per quei tempi lontani quando il Giardino nasce, ma che era una delle peculiarità della Scuola medica locale, ossia le mulieres salernitanae: in realtà il Giardino della minerva non era ancora stato istituito da Silvatico e le donne potevano accedere alla Scuola sia come studentesse che come docenti. Tra queste una menzione inevitabile la merita Trottula de Ruggero, la più famosa di tutte, la cui fama fu tale in tutta Europa da divenire quasi una figura leggendaria. Vissuta nel XI secolo, Trottula si occupò delle malattie delle donne, di chirurgia e anche di cosmesi e i suoi trattati sono stati per lungo tempo la base della medicina per le donne, scrivendo “De passionibus mulierum ante in et post partum” (“Sulle malattie delle donne prima e dopo il parto”) e “De ornatu mulierum” (“Sui cosmetici delle donne”).

Prima di lasciare il Giardino della Minerva, concediamoci una rilassante sosta nella tisaneria nel Palazzo Capasso, scegliamo una delle miscele di erbe più congeniale ai nostri gusti e sorseggiamola sulla verandina sospesa tra il monte Bonadies e il golfo di Salerno, e ricordiamo il primo principio del Regimen Sanitatis della Scuola medica salernitana, così come ci viene suggerito dalla targa in terracotta posta vicino alla fontana monumentale:

Se ti mancano i medici,
Siano per te medici queste tre cose:
L’animo lieto, la quiete e la moderata dieta
”.

Sara Foti Sciavaliere

 

Mattia Trani, il cavaliere Jedi e la cedrata

 

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

 Mattia Trani. Questo nome non mi è nuovo. Per esempio, ricordo di avere ascoltato di una sua traccia, “Over the Future”, il remix fatto da Ilario Alicante. Sembra un enfant prodige, ed è pure figlio d’arte. Che dite, Amici? Vi ha incuriosito abbastanza da sperare che io lo intervisti per voi? D’accordo, eccomi. Vado, lo intervisto e vi racconto!
Se tu fossi un supereroe, che supereroe vorresti essere e che superpoteri vorresti avere?
Sono un fan di “Star Wars”, quindi vorrei essere un cavaliere Jedi. Essendo appassionato della trilogia e dei prequel (ho anche comprato una spada laser!), mi piace la loro filosofia, il loro discorso sulla “forza” che scorre in tutti noi, la religione. Il cavaliere Jedi può essere un supereroe, in un universo parallelo, con superpoteri che comunemente non esistono (come accade con tutti i supereroi). Mi ritroverei bene in una galassia lontana lontana. Come superpotere, tanta meditazione, e mi piacerebbe volare. Come essere un vero volatile. Sorvolare i cieli, mi piacerebbe!
Se tu avessi la macchina del tempo, dove andresti? Nel passato? Nel futuro? Rimarresti qui?
Forse tornerei nel passato, per rivivere alcuni momenti con mio padre, che non c’è più [scomparso nel 2013]. Magari ritornare a parlare. Sono già passati degli anni: è una cosa che mi manca, e mi piacerebbe tornare a fare. Qualsiasi cosa, anche mangiarsi un panino insieme. Quando i tuoi cari ti vengono a mancare, la macchina del tempo potrebbe essere molto utile. Il futuro? No, perché è bello scoprirlo da soli. E anche vivere il presente per costruire il futuro. Quindi, se ti mancano dei momenti del passato, ci può stare di desiderarli. (Sorride). Domande belle profonde! Non me lo aspettavo: ottimo, ottimo!
Io credo molto negli “specchi fiduciosi”, un termine che ho coniato ed uso frequentemente. Sono figure di riferimento per la nostra evoluzione di vita. In cui ci riflettiamo positivamente, e ci sentiamo spinti a continuare e a fare del nostro meglio. Per te può essere stato tuo padre. Ma sono anche alcuni insegnanti, un personaggio di cui ci affascina la biografia, ecc. Sono quelle persone, secondo me, che ispirano il cammino di chi cerca di fare della sua vita un capolavoro. Quindi, un artista, per es., e comunque una persona conscia. Per te, quanto ha giocato questo ruolo dello specchio fiducioso tuo padre?
Secondo me, ognuno può essere “specchio fiducioso” in un ambito specifico. Per es., un pianista virtuoso può essere di ispirazione per alcune cose. Magari il dj storico mi trasmette un senso di energia. Mio padre non era musicista. Io sono nato musicista: suono il pianoforte, studio il jazz. Quindi, mio padre è stato “specchio fiducioso” sull’ascolto musicale, sulla passione dei vinili, sulla cultura anni ’70.
Anche sulla sperimentazione.
Comunque, ho molti “specchi fiduciosi”, molte persone lo sono. Anche tu lo sei, nell’insegnarmi determinate cose.
Sì, ma solo se si ha un atteggiamento di curiosità e di scoperta. Io mi ritengo curiosa, non nel senso di “gossip”, ma una curiosa che desidera sapere per imparare.
Con la conoscenza, si è padroni di se stessi.
Qual è il tuo drink preferito? 
Mattia: Mi piace la cedrata, perché è buona, mi dà sensazioni positive, mi ricorda l’estate. Mi suggerisce l’idea di berla in aperta campagna. E poi è italiana ed è naturale.
Cosa puoi fare tu per salvare, o per migliorare il mondo?
Domanda difficile. La musica che faccio io può essere giudicata in maniera negativa. A volte accade che un certo pubblico cerchi solo lo “sballo”. Ma invece io, come persona, cerco sempre di essere trasparente, gentile con tutti, sempre “presente”: sono la classica rockstar, che però non si droga, rock’n’roll anni ’90, e non si “sfonda”. Perché voglio far arrivare un messaggio positivo ai giovani. Credo di essere stato educato bene, ma sono cresciuto in un’epoca in cui non c’erano Internet, i social. Ma se non ricevi una buona educazione, oppure stai sempre sul computer, rischi di vivere disgrazie e problemi, che non c’erano negli anni ’90, perché non si usava molto la tecnologia. Quindi, ciò che posso fare io è essere sempre me stesso, lasciando messaggi positivi alle persone che mi ascoltano, che vogliono fare una foto con me. Sempre con positività. Io non sono nessuno, ma se ognuno facesse così, probabilmente il mondo sarebbe un l’osto migliore.
Come nel film di Spiderman: “Da un grande potere, derivano grandi responsabilità”. Quando le persone ci osservano, e possiamo dare un esempio forte, noi cosa facciamo per salvare gli altri, e salvare noi stessi? La visibilità dà il dovere di comportarsi in modo che, chiunque osservi, possa essere un figlio che impara da ciò che vede. Così, Amici, in alto i bicchieri! In attesa dell’estate, portiamo luce e calore con un bel sorriso. E che la Forza sia con voi! Alla prossima!
Who’s Who
Per chi non lo sapesse…
Mattia Trani è un dj, compositore e produttore di dance elettronica, un incrocio fra future jazz e la techno di Detroit. Figlio di Marco Trani, famoso dj soprattutto di musica house, che scrisse con Corrado Rizza il libro “I love the nightlife”, storia della musica da discoteca fra gli anni ’70 e ’90. Mattia ha fondato nel 2012 la sua casa di produzione, la Pushmaster Discs. Ha lavorato con molti artisti, quali Santiago Salazar, Ilario Alicante, Dj Stingray, Orlando Voorn, Skudge, Rolando, Juan Atkins. Fra le sue pubblicazioni, si ricordano: “Over the Future”, “The Detroit Remixes”, “Bionic Life in a Static System”.

Dal 29 marzo in libreria “NON SI UCCIDE PER AMORE” di Rosa Teruzzi – Sonzogno

Tornano, con una nuova avventura, le tre detective del casello ferroviario di Milano

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Un foglietto, ormai ingiallito, trovato in una vecchia giacca nel fondo di un armadio, riporta la memoria di Libera, la fioraia del Giambellino, all’episodio più doloroso della propria vita. Quella giacca è di suo marito, ucciso vent’anni prima senza che sia mai stato trovato il colpevole, e quel biglietto sembra scritto da una donna. Dopo essersi improvvisata detective, nei romanzi precedenti, per risolvere i casi degli altri, questa volta Libera trova il coraggio per rivangare le vicende del suo passato.
Con l’aiuto della madre bizzarra e di una giovane cronista di nera, e nonostante la vana opposizione della figlia poliziotta, si spingerà fino in Calabria per guardare in faccia l’amara verità.

«Che cosa le stava succedendo? Cos’era questo desiderio insano di scoperchiare segreti, proprio lei che era sempre stata una campionessa di discrezione?»

E tu splendi di Giuseppe Catozzella #esceoggi

51K-jUNqEhL._SX317_BO1,204,203,200_Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti”, è il paesino sulle montagne della Lucania dove Pietro e Nina trascorrono le vacanze con i nonni. Un torrente che non è più un torrente, un’antica torre normanna e un palazzo abbandonato sono i luoghi che accendono la fantasia dei bambini, mentre la vita di ogni giorno scorre apparentemente immutabile tra la piazza, la casa e la bottega dei nonni; intorno, una piccola comunità il cui destino è stato spezzato da zi’ Rocco, proprietario terriero senza scrupoli che ha condannato il paese alla povertà e all’arretratezza.
Quell’estate, che per Pietro e Nina è fin dall’inizio diversa dalle altre – sono rimasti senza la mamma –, rischia di spaccare Arigliana, sconvolta dalla scoperta che dentro la torre normanna si nasconde una famiglia di stranieri. Chi sono? Cosa vogliono? Perché non se ne tornano da dove sono venuti? è l’irruzione dell’altro, che scoperchia i meccanismi del rifiuto. Dopo aver catalizzato la rabbia e la paura del paese, però, sono proprio i nuovi arrivati a innescare un cambiamento, che torna a far vibrare la speranza di un Sud in cui si mescolano sogni e tensioni.
Un’estate memorabile, che per Pietro si trasforma in un rito di passaggio, doloroso eppure pieno di tenerezza e di allegria: è la sua stessa voce a raccontare come si superano la morte, il tradimento, l’ingiustizia e si diventa grandi conquistando il proprio fragile e ostinato splendore.
Attraverso questa voce irriverente, scanzonata eppure saggia, Catozzella scrive un romanzo potente e felice, di ombre e di luce, tragico e divertente, semplice come le cose davvero profonde.

E quando le cose ti chiamano, ti chiamano.
Quando sono lì, sono lì per noi.
Non importa se ci sono state per un secondo o da sempre.

Elinor Marianne: arte su carta

Ciao pink readers,

anche voi come me amate instagram? Per i lettori è un social davvero ispirante, cercando il giusto hashtag ci si ritrova sommersi da consigli di lettura e non solo…com’ è successo a me!

Mi sono imbattuta per caso in una meraviglia che non potevo non condividere con voi: quaderni artistici a tema letterario. Noi lettori siamo anche degli amanti dei gadget “librosi”, non possiamo negarlo, ma questi quaderni sono delle vere opere d’arte. Illustrazioni uniche con un tratto deciso e colorato. Notes dai fogli bianchi dove scrivere, appuntare, disegnare, scarabocchiare in libertà: questa la loro vera essenza.

Volete di certo saperne di più, lo so, visitate il sito web di Silvia Columbano ( come mai avrà scelto la firma Elinor Marianne? Trovate la risposta nel suo spazio web)

https://elinormarianne.com/

Giornata Mondiale della Poesia #Atlantide

#Anteprima

Poesie di Chiara Lev Mazzetti

Il punto di incrocio ideale tra la lirica di Antonia Pozzi e la poesia di Patrizia Cavalli.

L’esordio di una voce poetica giovanissima e assolutamente personale.

Avrei preferito non vederti più.
Ed incontrarti solo oggi.
Amore. Nostalgia. Futuro. Ironia, e disperazione. Tutto si intreccia nel talento di questa giovane poetessa, molto nota nel circuito underground che adesso restituisce per la prima volta un corpo alla sua opera.

Pink Magazine Italia – Marzo 2018

The Pink Side of… Mary Magdalene!
Per Pasqua la Universal Pictures ci ha regalato un film spettacolare: Maria Maddalena di Garth Davis. Siamo andati a vederlo in anteprima nazionale e non potevamo non occuparcene, noi di Pink Magazine Italia. Prima di tutto perché è la storia di una donna anticonformista e dal carattere forte come la sua fede. Sta di fatto che il lungometraggio è davvero un capolavoro. Gli abbiamo dedicato la copertina e, come avrete visto, già dalla locandina si intuisce l’intensità delle interpretazioni di Joaquin Phoenix nei panni di Gesù e di Rooney Mara in quelli di Maria Maddalena. Un’opera che susciterà qualche sterile polemica (critiche che lasciano il tempo che trovano) ma che piacerà a molti. È il punto di vista di una donna e tutta la sceneggiatura di Helen Edmundson e Philippa Goslett gira intorno a questo concetto.
Godetevelo e godetevi il nostro numero dedicato a lei.
La seconda cover (ebbene sì, nell’imbarazzo meglio abbondare) è dedicata invece all’astro nascente del cinema italiano: Enrico Oetiker.
Insomma, un numero tutto da leggere.
Cinzia Giorgio