Amii Stewart, il succo di melagrana e la felicità

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

Probabilmente fra poco mi sveglierò, con la sensazione di aver fatto un gran bel sogno. Tutto qua. Aver visto i manifesti in giro per la città che riportano il sorriso di un mito vivente della musica pop, lei, Amii Stewart, sicuramente mi ha condizionata. Così, ora io non ho davvero appena finito di parlare con la sua manager al telefono. No, io non sto davvero cercando un abito per immortalare il momento in cui mi farò scattare delle foto con lei. Io non sto davvero correndo in superstrada, perché lei sta per andare a cena. Io non sto per incontrarla davvero. È solo un sogno, Amici. Per forza. Ma voi ascoltatemi lo stesso, perché è un bel sogno.

Se tu fossi una supereroina, che supereroina saresti e che superpoteri avresti?

Ah, supereroina…

Può essere il personaggio di una favola, di un cartone animato…

Fammi pensare. È difficile: una supereroina! Mi piacerebbe essere Alice nel paese delle meraviglie.

E quale potere vorresti avere?

Il potere di rendere tutti felici (ride).

Una cosa da niente! Se tu avessi la macchina del tempo, dove vorresti andare: nel passato, nel futuro o rimarresti nel presente?

Wow! Io vorrei andare nel passato. Nel periodo della Belle Epoque francese, a Parigi, dove c’erano artisti meravigliosi, e una musica incredibile. Mi sembra un’epoca proficua di tante emozioni, emozioni forti. Avrei voluto dire la stessa epoca ma in America. Ma allora in America c’era molto razzismo, ed era molto difficile per noi. Invece a Parigi sarebbe stato un po’ diverso!

Tu e la felicità… che cos’è la felicità?

La felicità è una cosa che cerco di coltivare tutti i giorni. Perché non ci si rende conto di quanto sia importante, fino a che non la hai. Dato che io di natura sono una persona molto felice, cerco di coltivare questa sensazione, perché in questo modo chi sta con me prova la stessa sensazione che provo io.

È proprio la sensazione che sei riuscita sempre a trasmettere, anche dalla televisione! Qual è il tuo drink preferito?

Il succo di melagrana.

Che cosa puoi fare tu per salvare o per migliorare il mondo?

Secondo me, io non sono una persona che possa fare grandi cose. Allora, nel mio piccolo, cerco di cambiare la vita delle persone, una a una. Così, alla fine dei miei giorni, forse, messe tutte insieme, saranno molte, avrò migliorato la vita di molte persone! (Ridiamo).

Amici, in alto i tumbler! Io ancora non ci credo, però brindiamo. La foto (del sogno) è riuscita bene. Allora, ricordiamoci che i sogni vanno rincorsi e desiderati con forza. E che la felicità non va data per scontata, mai. Grazie ancora, Amii, grazie!

Who’s Who Per chi non lo sapesse… Amii Stewart, all’anagrafe Amii Paulette Stewart, nata negli Stati Uniti, è una cantante pop e disco, diventata famosa negli anni ’70 per la sua rivisitazione del brano di Eddie Floyd, “Knock on wood”. Dopo essersi stabilita in Italia, ha duettato con Gianni Morandi, Dee Dee Bridgewater, Eros Ramazzotti e Mike Francis, col famoso brano “Friends”, presente nelle classifiche mondiali. Volto noto anche della televisione: si ricordano le trasmissioni “Il tastomatto” (Rai2, di cui era la vedette), “Il concerto di Natale del Vaticano” (Rai1, 1993, 1994), “Fantastico” (Rai1, 1997), “Gianni Morandi – Live in Arena” (Canale 5, 2013). La sua partecipazione nel 1983 al festival di Sanremo col brano “Working late tonight” la vede piazzarsi al nono posto. Partecipa col brano “It’s fantasy” alla colonna sonora del film “Il segreto del Sahara”, composta da Ennio Morricone, nel 1987. Nel musical “Jesus Christ Superstar” interpreta il ruolo di Maria Maddalena (2000). Insieme al dj Gabry Ponte nel 2013 pubblica “Sunshine girl”.

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Cimitero Acattolico di Roma, dove riposano artisti e poeti

Una volta visitati i monumenti e i luoghi più noti di Roma, si scopre che la Città Eterna non è solo il Colosseo e San Pietro, i Fori imperiali, Piazza di Spagna e il Laterano, esiste una città sotterranea semisconosciuta e altre mete sottovalutate, perché forse troppo inconsuete. E se vi proponessero di andare a visitare un cimitero, probabilmente guardereste il vostro interlocutore con un misto di perplessità e incredulità. Per i più superstiziosi poi posso già immaginare gli scongiuri bisbigliati ed espressi con i gesti. Eppure una passeggiata nel Cimitero Acattolico di Roma merita di mettere da parte i pregiudizi.

Per visitarlo bisogna recarsi nello storico quartiere di Testaccio, vicino alla Porta Ostiense e alla Piramide di Caio Cestio, che domina la parte più antica dell’area cimiteriale. La stessa Piramide è uno spettacolare edificio sepolcrale che supera i 36 metri e interamente rivestito da lastre marmoree, la cui caratteristica forma è espressione di quella “moda egizia” che si diffonde a Roma all’indomani della conquista dell’Egitto nel 30 a.C. Incorporata poi nelle mura aureliane, essa fu edificata in 330 giorni in memoria del pretore e tribuno Caio Cestio Epulo, il cui nome è ricordato nell’iscrizione posta sul lato orientale del monumento.

Nei pressi della Piramidi, in quello che sembrerebbe un piccolo giardino pubblico si notano, sparse nel prato e tra la vegetazione curata, cippi e lapidi funerarie. È questa l’area più antica del cimitero, affianco alla quale la parte “nuova” si sviluppa su per un dolce declino, a breve terrazzamenti. Stretti vialetti di cipressi, oleandri, siepi di pitosforo e gelsomini, aiuole fiorite, fanno da sfondo ai monumenti in pietra e marmo.

Secondo le normative ecclesiastiche della Chiesa Cattolica, ai Protestanti è sempre stata preclusa la sepoltura in chiese cattoliche o in terre consacrate. Tuttavia, nelle località portuali, abbastanza presto si cominciarono a destinare spazi di sepoltura per persone di fede non cattolica e , prima che nel 1837 fosse istituito il Campo Verano, numerosi piccoli cimiteri costellavano le aree disabitate entro la cerchia delle Mura Aureliane: di essi, il Cimitero Acattolico è il solo ad aver conservato il sito e la funzione, dal 1716, a quando risalerebbe stando a documenti che riporta il permesso concesso da Papa Clemente XI, per membri della Corte Stuart in esilio dall’Inghilterra, ad essere sepolti di fronte alla Piramide. Il permesso fu esteso ad altre persone non cattoliche, molte di loro giovani nel compimento del Grand Tour, il lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo con lo scopo di perfezionare il loro sapere.

Il cimitero è noto per la presenza numerosa di artisti, scrittori, studiosi e diplomatici straneri che vi sono sepolti. Molti avevano scelto di vivere in Italia, altri invece morirono a causa di una malattia o di un incidente mentre erano in visita nella città. Sono quasi 4mila i defunti che riposano nel Cimitero: per la maggior parte inglesi e tedeschi, ma anche americani, scandinavi, russi e greci, di religione protestante ed ortodossa, ma anche islamica o buddista. Le iscrizioni sono in più di 15 lingue diverse, spesso incise con i caratteri della scrittura di appartenenza. Le tombe più amate dai visitatori, senza dubbio, sono quelle dei poeti inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, il figlio di Goethe, il pittore russo Karl Brullov, ma anche il filosofo e politico italiano Antonio Gramsci. Di sepolture degne di nota ve ne sono davvero tante, sia per chi vi ha trovato luogo per il proprio riposo eterno che, in altri casi, per il valore artistico delle tombe stesse.

Il nucleo originario del Cimitero – oggi conosciuto come “parte antica” e prossimo alla Piramide Cestia – corrisponde, come scrivevo sopra, a un’ampia distesa erbosa con i monumenti funebri per lo più disposti in ordine sparso e con gli alberi radi, perché proibiti nel 1821 dal Segretario di Stato Pontificio con il pretesto che avrebbero ostacolato la vista della Piramide. In quest’area del Cimitero Acattolico si trovano le due tombe più conosciute e amate dai visitatori, due stele gemelle appartenenti l’una, quella con la lira e senza nome, al poeta inglese John Keats, l’altra, con la tavolozza dei colori, all’amico pittore Joseph Severn. Keats giunse a Roma nel 1820, dimorando presso la Casina Rossa di piazza di Spagna, e morì il 24 febbraio 1821 all’età di 25 anni. Fu desiderio dello stesso Keats che sulla sua tomba non venisse scritto alcun nome o data, soltanto la frase “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua” (come ricorda l’epitaffio sulla stele), mentre la lira greca con quattro delle otto corde spezzate voleva significare, come spiegò in seguito Severn, “il suo Genio Classico spezzato dalla morte prematura”. A sinistra della stele, su un muro, si può notare una lapide con un medaglione in cui è scolpito il profilo di Keats e accompagnato da un acrostico: «K-eats! if thy cherished name be “writ in water” – E-ach drop has fallen from some mourner’s cheek; – A-sacred tribute; such as heroes seek, – T-hough oft in vain – for dazzling deeds of slaughter – S-leep on! Not honoured less for Epitaph so meek! » ( «Keats! se il tuo caro nome è “scritto sull’acqua”, Ogni goccia è caduta dal volto di chi ti piange; Un sacro tributo; così come gli eroi cercano di fare, Sebbene spesso invano – azioni straordinarie di carnefice, Riposa! Non meno onorato per un epitaffio così mite!».
Il nome di Keats appare ancora anche sulla seconda stele, quella di Joseph Severn, morto in tarda età nel 1879 e sepolto accanto all’amico soltanto nel 1882, in seguito a una sottoscrizione pubblica: la sua lapide fu realizzata con dimensione e forma simile a quella dell’amico, sulla quale l’epitaffio così recita:

TO THE MEMORY OF JOSEPH SEVERN DEVOTED FRIEND AND DEATHBED COMPANION OF JOHN KEATS WHOM HE LIVED TO SEE NUMBERED AMONG THE IMMORTAL POETS OF ENGLAND

ovvero “Alla memoria di Joseph Severn, amico devoto e compagno di morte di John Keats, che sopravvisse per vederlo annoverato fra i poeti immortali d’Inghilterra”.

Dopo il 1822 iniziarono le sepolture nella “zona vecchia”, subito adiacente alla “parte antica” e nella quale troviamo numerose tombe dal fascino altrettanto antico e romantico, come quella di un altro grande poeta inglese, Percy Bysshe Shelley, morto in un naufragio nel golfo di La Spezia, nell’estate del 1822, durante una gita con la sua barca a vela: dieci giorni dopo il corpo senza vita di Shelley fu ritrovato sulla costa nei pressi di Viareggio. Gli amici lo cremarono sul posto e le sue ceneri riposano nel Cimitero del Testaccio, mentre il cuore, estratto dalla pira, venne custodito dalla moglie Mary Shelley. E a breve dostanza, sempre nei pressi delle mure aureliane che incorniciano il cimitero, non si può non soffermarsi davanti alla tomba di William Wetmore Story e di sua moglie Emelyn, una tomba che, per il suo fascino e la storia che racconta, è quasi il simbolo dello stesso Cimitero Acattolico. William – che dopo la sua morte fu seppellito nella stessa tomba della moglie – era uno scultore americano che nel 1894 realizzò la bellissima scultura che orna il sepolcro, “L’Angelo del Dolore”, un angelo dalle fattezze femminili che, riverso sulla tomba, in una posa plastica di abbandono, rende molto bene la disperazione per la perdita della persona amata, la moglie Emelyn.

La “zona nuova”, divisa a sua volta in tre zone, custodisce, tra le altre, le tombe del deputato e teorico marxista Antonio Labriola, di Antonio Gramsci, del romanziere Carlo Emilio Gadda , e ancora del figlio dello scrittore Johann Wolfgang von Goethe, August, vicina a questa quella di Malwida von Meysenbug (1816-1903), autrice tedesca, pensatrice femminista e rivoluzionaria, ma anche quelle della poetessa italiana Amelia Rosselli, di Irene Galitzine, stilista nota per la sua creazione, negli anni ’60, dei pigiama palazzo, indossati da alcune delle donne più belle del mondo, e Sarah Parker Remond, dottoressa afro-americana, attivista anti-schiavista. Sono solo alcuni tra i tanti nomi, anche poco noti ai più, che si possono leggere sulle lapidi del Cimitero Acattolico. Una passeggiata rilassata laddove riposano nel loro sonno eterno protagonisti della storia e della letteratura.

Sara Foti Sciavaliere