Il morso #NeriPozza

I consigli di lettura di Antonella Maffione

Il Morso è un romanzo avvolgente, arricchito da una scrittura notevole e suggestiva, ambientato tra le strade acciottolate di Palermo. L’autrice con la sua scrittura ci regala un affresco contrastante della città: da un lato la vita oziosa della nobiltà, gente “stizzusa” che a volte vaga per i misteriosi vicoli ciechi della città per cercare nuove emozioni; dall’altro la vita vera, le urla assordanti dei venditori ai mercati e quelle delle “lavannare”, man mano ci giungono gli occhi affossati dei “picciotti” fermi agli angoli delle strade. In queste pagine, si percepisce un intreccio di urla, voci e odori della gente che vive queste strade, facendo assaporare al lettore la crudezza della povertà.
“ a Palermo, dove miseria e fame sono tenute lontane da barricate di due metri e da pergolati di gelsomini”.

Protagonista di questo romanzo è Lucia Salvo, una siracusana eroica che attraverso uno spirito di ribellione è riuscita a cambiare gli eventi del 12 novembre 1848.

La vita di Lucia era agitata dal “fatto”, ovvero attacchi di epilessia che si manifestavano improvvisamente facendola sprofondare in un precipizio. Ma quando questi attacchi cessavano, la sua anima e il suo corpo risorgevano nuovamente. In famiglia per prudenza non se ne parlava, solo nonna Manina lo faceva ritenendo che fosse un “segno di benevolenza del Cielo”. Mentre la madre, per vergogna e per migliorare le condizioni della famiglia, preferì farla salire sul “predellino” in viaggio presso la famiglia Ramacca, alle dipendenze del Conte figlio come domestica.

“Piuttosto sorridi e nascondi le mani, ché sono tutte tagliate. E se il Conte figlio ti tiene a servizio o ti prende nel letto, ringrazia tutti i santi del Paradiso”.

Il Conte era un uomo borioso sulla scelta delle domestiche, infatti, esse dovevano essere confacenti anche agli “esercizi d’amore”, e come sfogo prima del matrimonio con Assunta degli Agliata.

Considerata come la “babba”, Lucia era attesa con forte trepidazione dal Conte soprattutto perché le si presentava “fresca di cosce e di petto”. Ma non fu affatto così, Lucia non si concesse facilmente, anzi gli sferrò un morso!

Lucia Salvo, in realtà non era una “sciocca”, anzi grazie agli insegnanti di nonna Manina, aveva imparato a leggere, scrivere e prendere la vita per il verso giusto, affrontando le situazioni con leggerezza, scacciando in tal modo il malumore, indossando la follia come la cosa più rassicurante.

“La verità è, pensa Lucia, che era felice di esistere, sua nonna, di ignorare la tristezza e il risentimento”.

Proprio grazie alla follia e alla ribellione Lucia diventa inaspettatamente un’eroina dei moti rivoluzionari, infatti la famiglia Ramacca si servì di lei per divulgare messaggi segreti ai prigionieri del carcere dello Steri. Ma quando Lucia vide, dalle fessure della cella, Maurizio Fortunato, sentì contrarsi il ventre e il cuore: “ due mezzi scarti che, accoppiati, fanno uno scarto intero”.

In questo periodo storico complicato, di lotte di potere, di imbrogli e corruzione, la figura di Lucia è quella più normale; infatti con intelligenza e coraggio riesce a capire in quali intrighi è stata coinvolta, facendo la propria scelta e sacrificando la propria vita.

“Se chiedete in giro, non vi diranno che ho un nome. Non vi diranno neanche che ho mente e lingua. Scrolleranno le spalle con insofferenza, qualcuno con pietà. Sorridernno, altri. Vi riferiranno che, forse, un tempo capivo. Che, forse, babba ci sono diventata. La vita, diranno. I dolori, i parti, le morti”.

La scrittrice intorno al personaggio principale tratteggia e vi esalta altri personaggi. Con prepotenza si affaccia la figura del Conte figlio, un uomo circondato da donne, ammesse alla sua corte per saziare i suoi capricci e le sue voglie. Spesso i servitori erano mandati per bordelli e porti per trovare delle donne, e in questi luoghi le meretrici “si intonavano tra le botti e ne uscivano lucide di salamoia, magre per gli stenti della traversata e pronte a vendersi per un pasto al giorno”. Neanche la parrucca con la capigliatura di Santa Caterina lo aveva indotto al pentimento e a una vita più castigata! Un’altra figura che emerge, ma con delicatezza è quella del castrato signorino: “ un uomo non più, ne donna, né entrambi. Angelo, forse. Ma controvoglia”. Con la sua voce, a volte maschia altre femminea, riusciva ad incantare e a far vibrare i cristalli dei lampadari, la sua notevole estensione vocale era al servizio del Conte figlio. Cantava per vederlo ridere e persino per contemplarlo mentre amava le altre donne. Il tono della sua voce così pulito, la sua eccezionale qualità del canto basata su una virtuosità perfetta, apparivano come lo sfogo di una fenice che si abbandona alla morte.

Un romanzo struggente che regala al lettore un turbinio di emozioni, esaltato da una scrittura incisiva e coinvolgente.

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