Il morso #NeriPozza

I consigli di lettura di Antonella Maffione

Il Morso è un romanzo avvolgente, arricchito da una scrittura notevole e suggestiva, ambientato tra le strade acciottolate di Palermo. L’autrice con la sua scrittura ci regala un affresco contrastante della città: da un lato la vita oziosa della nobiltà, gente “stizzusa” che a volte vaga per i misteriosi vicoli ciechi della città per cercare nuove emozioni; dall’altro la vita vera, le urla assordanti dei venditori ai mercati e quelle delle “lavannare”, man mano ci giungono gli occhi affossati dei “picciotti” fermi agli angoli delle strade. In queste pagine, si percepisce un intreccio di urla, voci e odori della gente che vive queste strade, facendo assaporare al lettore la crudezza della povertà.
“ a Palermo, dove miseria e fame sono tenute lontane da barricate di due metri e da pergolati di gelsomini”.

Protagonista di questo romanzo è Lucia Salvo, una siracusana eroica che attraverso uno spirito di ribellione è riuscita a cambiare gli eventi del 12 novembre 1848.

La vita di Lucia era agitata dal “fatto”, ovvero attacchi di epilessia che si manifestavano improvvisamente facendola sprofondare in un precipizio. Ma quando questi attacchi cessavano, la sua anima e il suo corpo risorgevano nuovamente. In famiglia per prudenza non se ne parlava, solo nonna Manina lo faceva ritenendo che fosse un “segno di benevolenza del Cielo”. Mentre la madre, per vergogna e per migliorare le condizioni della famiglia, preferì farla salire sul “predellino” in viaggio presso la famiglia Ramacca, alle dipendenze del Conte figlio come domestica.

“Piuttosto sorridi e nascondi le mani, ché sono tutte tagliate. E se il Conte figlio ti tiene a servizio o ti prende nel letto, ringrazia tutti i santi del Paradiso”.

Il Conte era un uomo borioso sulla scelta delle domestiche, infatti, esse dovevano essere confacenti anche agli “esercizi d’amore”, e come sfogo prima del matrimonio con Assunta degli Agliata.

Considerata come la “babba”, Lucia era attesa con forte trepidazione dal Conte soprattutto perché le si presentava “fresca di cosce e di petto”. Ma non fu affatto così, Lucia non si concesse facilmente, anzi gli sferrò un morso!

Lucia Salvo, in realtà non era una “sciocca”, anzi grazie agli insegnanti di nonna Manina, aveva imparato a leggere, scrivere e prendere la vita per il verso giusto, affrontando le situazioni con leggerezza, scacciando in tal modo il malumore, indossando la follia come la cosa più rassicurante.

“La verità è, pensa Lucia, che era felice di esistere, sua nonna, di ignorare la tristezza e il risentimento”.

Proprio grazie alla follia e alla ribellione Lucia diventa inaspettatamente un’eroina dei moti rivoluzionari, infatti la famiglia Ramacca si servì di lei per divulgare messaggi segreti ai prigionieri del carcere dello Steri. Ma quando Lucia vide, dalle fessure della cella, Maurizio Fortunato, sentì contrarsi il ventre e il cuore: “ due mezzi scarti che, accoppiati, fanno uno scarto intero”.

In questo periodo storico complicato, di lotte di potere, di imbrogli e corruzione, la figura di Lucia è quella più normale; infatti con intelligenza e coraggio riesce a capire in quali intrighi è stata coinvolta, facendo la propria scelta e sacrificando la propria vita.

“Se chiedete in giro, non vi diranno che ho un nome. Non vi diranno neanche che ho mente e lingua. Scrolleranno le spalle con insofferenza, qualcuno con pietà. Sorridernno, altri. Vi riferiranno che, forse, un tempo capivo. Che, forse, babba ci sono diventata. La vita, diranno. I dolori, i parti, le morti”.

La scrittrice intorno al personaggio principale tratteggia e vi esalta altri personaggi. Con prepotenza si affaccia la figura del Conte figlio, un uomo circondato da donne, ammesse alla sua corte per saziare i suoi capricci e le sue voglie. Spesso i servitori erano mandati per bordelli e porti per trovare delle donne, e in questi luoghi le meretrici “si intonavano tra le botti e ne uscivano lucide di salamoia, magre per gli stenti della traversata e pronte a vendersi per un pasto al giorno”. Neanche la parrucca con la capigliatura di Santa Caterina lo aveva indotto al pentimento e a una vita più castigata! Un’altra figura che emerge, ma con delicatezza è quella del castrato signorino: “ un uomo non più, ne donna, né entrambi. Angelo, forse. Ma controvoglia”. Con la sua voce, a volte maschia altre femminea, riusciva ad incantare e a far vibrare i cristalli dei lampadari, la sua notevole estensione vocale era al servizio del Conte figlio. Cantava per vederlo ridere e persino per contemplarlo mentre amava le altre donne. Il tono della sua voce così pulito, la sua eccezionale qualità del canto basata su una virtuosità perfetta, apparivano come lo sfogo di una fenice che si abbandona alla morte.

Un romanzo struggente che regala al lettore un turbinio di emozioni, esaltato da una scrittura incisiva e coinvolgente.

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Recensione di I favolosi anni ’85 di Simone Costa (Edizioni Spartaco)

Marco Cocco è il protagonista di questo breve romanzo metropolitano fatto di musica e nostalgia: Marco è un ex alcolista e un autore deluso, ma finalmente, dopo anni di tentativi andati a vuoto, una piccola radio senza pretese, “Radio Felicità”, accetta di dare spazio alla sua trasmissione radiofonica dal nostalgico titolo: “I favolosi anni ’85”.

I favolosi anni '85 di Simone Costa
Acquista “I favolosi anni ’85” sul sito dell’editore.

Ricordi e malinconia rendono subito il programma un successo: la gente si rivede nel tentativo di dare sapore, profumo, consistenza ai ricordi più lontani, ma provando a cancellare l’aura di insoddisfazione che pervade sempre il ricordo di un passato felice. L’eccezionalità e la genialità del programma, infatti, risiede nella sua struttura unica lo speaker Charlie Poccia darà voce a storie di vita vissuta dai confini molto ampi, costruendo volta per volta ricordi in cui tutti possano rivedersi, legati a esperienze che la maggior parte delle persona ha vissuto: il primo amore, le calde estati con gli amici, ma provando a dare luce alla sensazione positiva di felicità, piuttosto che alla tristezza per aver perso quei momenti.

“Per un istante un pensiero gli attraversò la mente, il concetto alla base de I favolosi anni ’85, e cioè che il meglio fosse passato e rievocarlo in ricordi privi di disperazione potesse essere l’unico modo per affrontare un presente insoddisfacente.”

Peccato che Charlie Poccia sia un comunicatore fantastico ma un pessimo umano, pronto a tutto pur di appropriarsi del successo, anche a mettere alla porta l’autore dei suoi testi per prendersi tutto il merito: Marco, stavolta, dovrà farsi valere.

Il romanzo è raccontato a due voci, quella di Marco Cocco e quella di Irene Castello, donna fragile, ipocondriaca, che ha conquistato la carriera e la posizione che la sua famiglia desiderava per lei ma che sfugge la realtà che non ha scelto, rifugiandosi nei mali immaginari che sogna d’avere. In Irene si concretizza il circolo vizioso della malinconia. La donna si ammala di una malattia fantastica ma, stavolta, reale: non riesce più a comprendere le persone, le parole degli altri sono mormorii sconnessi che contribuiscono a separarla dal mondo. Per guarire, forse servirà perdersi nella dolcezza dei sogni del programma di Marco.

Era una sorta di reminiscenza dei tempi che credeva andati, di quando l’ansia nel periodo dell’università l’aveva costretta a domandarsi cosa ci fosse che non andava, trovando ogni volta nuove forme, e nuove ipotetiche malattie, per spingerla a occuparsi di lei. Si sottoponeva allora a decine di controlli medici. Specialisti in settori anche molto differenti, ogni volta, dopo ispezioni accurate, arrivavano tutti alla stessa conclusione: nessuna patologia, nulla di cui preoccuparsi seriamente.

Marco e Irene sono personaggi che si muovono parallelamente, quasi senza sfiorarsi (se non durante l’ascolto della trasmissione radiofonica) ma che vivono sostanzialmente due vite molto simili: nessuno dei due, infatti, è felice di quello che è o meglio, di quello che gli altri vedono. Le due storie camminano, ignorandosi, verso lo stesso obiettivo: l’affermazione di sé, attraverso la presa di coscienza dei propri fallimenti ma, soprattutto, attraverso la reazione alle ingiustizie del quotidiano.

Simone Costa dà vita a una storia doppia con un finale unico, costellata di personaggi grotteschi, miserabili, divertenti, umani, parte di quel circo della malinconia che risuona di canzoni-simbolo. E su queste note, l’autore accompagna i suoi personaggi (e se stesso e i suoi lettori) alla ricerca del nucleo stesso della malinconia: che non si trova nel passato che ricordiamo, ma nel presente che viviamo.

Faremo foresta di Irene Bernardini

In libreria da martedì 30 gennaio 2018, Faremo foresta di Ilaria Bernardini (Mondadori 2018).

Un romanzo vivo, tenero e vibrante in cui il vero protagonista è l’amore in tutte le sue sfaccettature. L’amore che intensifica la sua azione salvifica attraverso la solidarietà, l’empatia e il coraggio delle donne. Una bella storia delicata e rivoluzionaria, di una rivoluzione gentile e dolce.
Anna, la protagonista, parte da un dolore molto comune a tutti: la malattia a cui segue la fine di un matrimonio e un bambino da proteggere. Attraverso un terrazzo a cui ridare vita, attraverso il cibo e la gestualità femminile, attraverso le parole e le piccole cose di tutti i giorni, la vita rinasce, si riforma e si rigenera con la cura, l’attenzione, la presenza fisica come uniche formule magiche della rinascita. Una foresta viva che rigenera se stessa e rigenera chiunque l’attraversi.
Un libro pieno di grazia e di luce, alla fine del quale ci si sente rinati.
Non abbiamo mai più dormito uno di fianco all'altra. Non ci siamo mai più abbracciati nel letto. Non ci siamo mai più detti ti amo. Non mi ha mai chiesto di tornare insieme e io non gli ho mai chiesto di tornare insieme. Eravamo una coppia da quindici anni e i nostri corpi si erano incastrati per quindici anni. Avevo dormito con lui da quando avevo diciannove anni. Era stato la mia vita e io la sua.

Tutto ha inizio nel giorno del disastro. Anna sta piangendo la fine del suo amore: lei e il papà di Nico, il loro bambino di quattro anni, hanno deciso di lasciarsi. Quel giorno Anna incontra per caso Maria, un’amica di sua sorella che non conosce bene. Mentre parlano, Maria comincia a stare molto male. Anna le tiene la mano, la guarda crollare, chiama i soccorsi. Solo dopo l’ambulanza, il ricovero, le telefonate, si scopre che Maria ha avuto un aneurisma cerebrale. bernardiniTrascorre una lunga estate di convalescenza e dolore per entrambe. Come si fa a reimparare a uscire di casa e parlare con le persone dopo aver capito quanto vicina è la fine? Come si fa a dire a un bambino che il papà e la mamma non si amano più? La crisi economica ha intanto reso tutti più poveri, le meduse invadono i mari, si annuncia la fine del mondo e pure le piante sul terrazzo della nuova casa di Anna e Nico sono mezze morte. Attorno alle due donne, solo siccità, incertezza e paura. Finché, insieme, cominciano a occuparsi del terrazzo disastrato e, mentre Maria toglie il secco e il morto, pianta nuovi semi e rinvasa, Anna le prepara da mangiare. Così, stagione dopo stagione, la menta diventa verdissima e forte, il limone e il fico danno i frutti e spuntano i girasole. L’oleandro e il glicine s’infittiscono, arrivano le lucertole, le farfalle, e ogni mattina un merlo comincia a visitare Anna e Nico. Le due donne imparano a prendersi cura delle piante e l’una dell’altra. E proprio come il terrazzo, anche questa storia si fa sempre più rigogliosa, fino a trasformarsi in una foresta, talmente selvaggia da contenere le vicende di tutta l’eccentrica famiglia di Anna e persino quelle della buffa cartomante a cui lei si rivolge in cerca di aiuto. A partire da un dolore comune a tanti – la malattia, la fine di un matrimonio, un bambino da proteggere – e armata di un talento luminoso e di una grazia unica, Ilaria Bernardini inventa un alfabeto botanico-sentimentale con cui compone una formula magica dal potere universale. Con Faremo Foresta inauguriamo un movimento gentile, fatto di cura e mani nella terra, di attenzione e di presenza. Questo libro è molto più di una storia, è un inno alla vita, una dolce rivoluzione del pensiero, un mantra per sopravvivere alla siccità e fiorire nel deserto. Per, poi, fare foresta.

 

Intervista a Dario Rossi

Drinking with L. A.
Un drink con Alessandra Lumachelli
di Alessandra Lumachelli

Dario Rossi, Paperinik e il Negroni

È un poliedrico street drummer, che a differenza della maggior parte dei suoi “colleghi”, è diventato famoso attraverso le sue esibizioni nelle piazze di molte città europee. A Berlino, la polizia ha dovuto intervenire per regolare il traffico, andato letteralmente in tilt, vista l’affluenza delle persone accorse ad  ammirare la performance di Rossi ad Alexanderplatz. Il batterista romano suona, o più correttamente, percuote qualsiasi oggetto rimandi una sonorità, da una padella ad un secchio di plastica. Da brava curiosa (in senso buono: “alla Einstein”), gli chiedo un’intervista, alla conclusione del seguitissimo concerto al “Terminal” di Macerata.

Se tu fossi un supereroe, che supereroe saresti e che superpoteri avresti?
Paperinik, credo. Però, col potere di rendere il mondo migliore! Siamo positivi, dai.

Se tu avessi la macchina del tempo, dove vorresti andare? Nel passato, nel futuro, oppure restare nel presente?
Vorrei andare nel passato, ma poter tornare anche nel presente. Però, non so se esista una macchina del tempo che permetta di farlo. Quindi, facciamo che resto nel presente.

Un passato molto lontano?
No, negli anni ’80.

Perché la musica?
La musica per tanti motivi. Per salvezza personale. E per comunicare agli altri.

Il tuo drink preferito?
Il Negroni.

Che cosa puoi fare tu per salvare o per migliorare il mondo?
Dire la mia, nel mio piccolo. Non credo nel cambiamento collettivo; credo molto nel cambiamento del singolo individuo. Penso che ognuno possa dare il suo piccolo contributo.

Come dire, sono le gocce a formare il fiume, che poi arriva al mare, che a sua volta si mescola all’oceano. Così, tutti insieme, armoniosamente possiamo esprimere la nostra musica e sentirla diffondersi nell’universo.
In alto i tumblers bassi, Amici, con la giusta aggressività (Paperinik..!), per il bene comune!
Alla prossima!

Who’s Who
Per chi non lo sapesse …

Dario Rossi, performer, producer e compositore romano, inizia a 10 anni a studiare la batteria all’Accademia musicale di Ariccia, fino all’età di 18 anni, quando si iscrive al Saint Louis College of Music di Roma. Successivamente si diploma all’Accademia nazionale “La casa del batterista”. Partecipa con successo al talent “Tu si que vales”. I suoi video su YouTube raggiungono 3-4 milioni di visualizzazioni. Si ispira alla musica techno, all’elettronica ed all’afrobeat. Fra le città in cui si è esibito, ci sono: Amsterdam, Barcellona, Berlino, Bologna, Budapest, Copenaghen, Firenze, Ibiza, Londra, Malmö, Oslo, Parigi, Praga, Roma.
(“Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso”, Albert Einstein).

Intervista a Eleonora Angelici, traduttrice.

Eleonora, come si diventa traduttrice?

Con passione, tanto studio e soprattutto esperienza. È una professione altamente specializzata, richiede competenze specifiche che vanno ben oltre quelle meramente linguistiche, anche se l’esistenza di software e macchine in grado di tradurre al posto dell’uomo fa sì che molte persone la pensino diversamente. Un occhio esperto, o semplicemente uno sguardo approfondito, rivelano quasi sempre che una macchina non traduce affatto come una persona.

Se si svolge questa professione in proprio, come sto facendo io, queste competenze non bastano più: si apre un’intera nuova dimensione, quella dell’imprenditorialità, che purtroppo non insegnano all’università e che bisogna imparare in prima persona, studiando (non si smette mai), compiendo errori, sudando varie camicie… insomma: facendo esperienza.

Quando hai deciso che da grande avresti fatto questa professione?

Non ricordo il momento preciso, ma so che fino ai 17 anni, come la maggior parte delle persone, non ero consapevole dell’importanza dei traduttori e di come toccassero la nostra vita da vicino. Sapevo che c’erano, ma non me ne rendevo conto, come un oggetto che si intravede solo con la coda dell’occhio, o un pensiero in fondo alla mente che non viene mai a galla.
Iniziato l’orientamento per l’università, vista la mia passione dichiarata per le lingue (in particolare l’inglese, in cui andavo così bene), venni a sapere che c’era questa particolare facoltà, la SSLMIT (che ha avuto molti altri nomi, fosse anche solo perché questo è impronunciabile, tipo Scuola interpreti o DIT, Dipartimento di Interpretazione e Traduzione, come si chiama oggi) che era il top per chi voleva studiare “Lingue”. E informandomi su questa facoltà scoprii non solo che preparava a molto più che il semplice studio delle lingue, ma anche che, con queste ultime, si potevano fare molte più cose che studiarne la grammatica e la letteratura. Una volta superato il test e iniziato a frequentare, ho avuto la mia conferma e non ho mai rimpianto questa scelta.

Quali competenze linguistiche vanti?

Traduco dall’inglese e dal tedesco in italiano. L’inglese lo studio da che ho memoria, il tedesco l’ho iniziato e “recuperato” durante gli anni dell’università, con grande fatica e sudore, ma anche grazie a professori preparatissimi (madrelingua e non) che mi hanno presto portato a un livello paragonabile a quello degli altri studenti che studiavano tedesco sin dal liceo.

Ti piace viaggiare? Quali esperienze hai avuto all’estero?

Moltissimo. Di solito non aspetto neanche di essere tornata da un viaggio prima di programmare il successivo. Tra le esperienze più lunghe ci sono un’estate passata nel sud dell’Irlanda a lavorare come au pair (ero al primo anno di università) e una vacanza studio a Berlino, città di cui mi sono innamorata per la sua storia e le sue sfaccettature.

Sapresti indicare un pregio e un difetto di essere freelance?

Un pregio è la possibilità di lavorare come si vuole, su che cosa e con chi si vuole. Vorrei aggiungere “quando si vuole”, ma la realtà è che il mio lavoro è basato sulle scadenze e che faccio di tutto per accontentare i clienti.
Un difetto è, sicuramente, la solitudine: lavoro da casa e a volte questo significa non mettere mai il naso fuori dalla porta in una giornata né vedere un altro essere vivente. La città in cui vivo, per fortuna, mette a disposizione spazi di co-working (cioè uffici condivisi) e locali in cui ci si può fermare a leggere o lavorare, usufruire del Wi-Fi e magari concedersi un pezzo di torta senza essere disturbati troppo.

Tra i settori in cui sei specializzata ci sono quelli che coincidono con le materie di tuo interesse o segui una logica di mercato derivante dalla maggiore domanda in quegli ambiti?

Entrambe le cose. Buona parte della mia esperienza riguarda il settore tecnico e il marketing, che oggigiorno sono alcuni degli ambiti più richiesti, ma insisto comunque per portare nella mia professione due mie grandi passioni: i viaggi, appunto, e la gastronomia. Il mio obiettivo è avere un lavoro che possa svolgere con così tanta passione da non sembrarmi tale, e mi sto impegnando in questa direzione. Work in progress!

Un discorso a parte richiede l’editoria, vero?

Ebbene sì, almeno l’editoria-narrativa. Il lavoro di un traduttore tecnico può essere molto diverso da quello di un traduttore editoriale: cambiano i committenti (non più necessariamente aziende o agenzie di traduzione, bensì case editrici), i tempi di realizzazione (la lunghezza media di un testo di narrativa è molto superiore a quella di un testo tecnico), il modo di scrivere e quindi le competenze. A volte un traduttore editoriale deve attivarsi in prima persona, fare lui stesso una proposta di traduzione e, se viene accettata, a libro pubblicato può anche essere chiamato a promuoverlo nel proprio Paese.

Qual è stato il progetto della tua tesi di laurea?

Lo studio dello shock culturale (in tedesco Kulturschock) e degli stereotipi nell’opera narrativa dello scrittore tedesco Uli T. Swidler, di cui ho fatto una proposta di traduzione parziale. Il destino ha voluto che durante il mio soggiorno a Berlino pescassi il suo libro Toskana für Arme da una cesta di occasioni e scoprissi che, a dispetto del titolo, parlava dell’arrivo di un giovane tedesco nella mia regione, le Marche, e del suo incontro/scontro con i personaggi e la cultura locale. Il confronto tra culture è sempre stato al centro dei miei interessi; è anche per questo che adoro viaggiare. Fare la tesi di laurea su questo tema, a quel punto, mi è venuto completamente naturale.

Qual è lo strumento indispensabile del tuo lavoro?

Il computer. Lo sviluppo delle tecnologie e di Internet avvenuto negli ultimi 10-15 anni ha avuto effetti determinanti sulla professione del traduttore: ciò che prima si faceva a mano, scrivendo a penna, consultando dizionari cartacei e recandosi a fare ricerche in biblioteca, adesso viene fatto di regola al computer, servendosi di software specifici, dizionari digitali e di quell’immensa enciclopedia che è il Web.

C’è una richiesta curiosa che ti è stata rivolta e che puoi raccontarci?

Amo il mio lavoro perché è imprevedibile e diverso ogni volta. Di solito non mi occupo di queste cose, ma in un’occasione ho ricevuto una richiesta per la traduzione di un “fumetto”. Approfondendo, ho capito che si trattava di una strategia di marketing adesso molto in voga per la sua efficacia: lo storytelling. Il fumetto non era insomma per uso puramente ricreativo, ma raccontava l’esperienza di due persone normali con i prodotti del committente (caravan). Un modo creativo e divertente di farsi pubblicità.

Quali progetti hai per il futuro?

Voglio concentrarmi sempre di più nel campo della traduzione creativa, in ambiti come il turismo e la gastronomia. C’è ancora tanta esperienza che posso fare e il mondo della traduzione, così profondamente influenzato dallo sviluppo delle tecnologie, non potrà che evolversi in maniere che non possiamo del tutto prevedere. Essere aperti, positivi e “agili” ci permetterà di affrontare qualsiasi cosa.

Esiste l’equivalente di “in bocca al lupo” nelle altre lingue per augurarti “buona fortuna”?

Anche l’inglese e il tedesco hanno espressioni di “scongiuro” come la nostra: gli inglesi usano “Break a leg”, un’espressione nata nel contesto teatrale, e i tedeschi “Hals- und Beinbruch!” (“rottura del collo e della gamba”, ancora più macabri!). Facciamo che va bene un semplice “Good luck” o “Viel Glück”!

http://www.eleonoraangelici.com

Marina Corazziari ad AltaRoma

La storica kermesse capitolina AltaRoma, che si svolge a Gennaio, ha coinvolto tutta la città di Roma, oltre al Guido Reni District, le diverse iniziative in calendario sono state ospitate al MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, e alla Galleria Nazionale, istituzioni tra le più rappresentative del polo della cultura e della creatività che si estende tra i quartieri Flaminio e Parioli, dove AltaRoma ha da diverse edizioni creato un nucleo dedicato alla moda e alla ricerca. Ma anche gallerie d’arte e hotel, disseminate in città, hanno ospitato i numerosi eventi, un’occasione per esprimere attraverso il carisma, la determinazione e la capacità di giovani talenti e non solo, l’importanza di un dialogo tra moda, arte, storia e cultura in città.

Grazie al sostegno dei soci (Camera di Commercio, Regione Lazio, Risorse per Roma e Roma Città Metropolitana), al supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e dell’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane “Altaroma” prosegue avendo come scopo principale l’ampliamento del raggio d’azione a sostegno dei talenti emergenti e dei valori del made in Italy, innalzando il livello di attenzione internazionale sulle proprie iniziative.

La sezione Atelier conferma l’interesse di AltaRoma per l’alta artigianalità e il fatto a mano e la tradizione rivista in chiave contemporanea dai nuovi talenti. Sulle passerelle capitoline è ritornato dopo un periodo di assenza il grande stilista libanese Abed Mahfouz e l’artista Marina Corazziari con i suoi splendidi gioielli. Inoltre un grande “ritorno”, un tributo a Francesco Scognamiglio che ha celebrato i 20 anni della sua Maison con una sfilata-evento, dal 1998 al 2018 vent’anni di storia, scritta da abiti-icona e dalla nuova collezione couture, che hanno sfilato nelle sale della Galleria Nazionale.

Tornano dunque ad AltaRoma le affascinanti creazioni di Marina Corazziari, e, quello che colpisce, al primo sguardo, è la capacità della stilista di contaminare con il proprio sguardo artistico ogni lavoro, con la delicatezza che scivola sulle immagini per una ironica nostalgia, i ricordi fantastici del suo mare, la ricerca di un’anima che crea questi monili, importanti, iconici, indossati da queste donne meravigliose per farli tornare a mettere in discussione il ruolo che viene loro attribuito, quello del bjoux, ma giocando come testimoni surreali di ricordi, di nostalgia, di mari e cieli di paesi lontani, di sogni e suggestioni fantastiche.

E dunque il pubblico di Altaroma ne rimane incantato, e le preziose creazioni gioiello – realizzate con coralli, turchesi, topazi e  avorio, acquemarine e topazi azzurri, giade ed ambre incastonate in lastre d’argento e d’oro –   celebrano linee e colori del Mediterraneo multiculturale, il mondo della jewels designer e scenografa Marina Corazziari.

Crediti ph: Edoardo Tranchese

Press: Le Salon de La Mode

Una ghirlanda per ragazze

Una ghirlanda per ragazze – Louisa May Alcott – Trad. Riccardo Mainetti – Flower-ed – Roma, 2017

Nel gennaio del 1887, Louisa May Alcott si trasferì in una casa di cura a Roxbury, nel Massachusetts, appena fuori Boston; mangiava male e spesso aveva un sonno irrequieto che non la lasciava riposare: erano entrambi gli effetti del mercurio. Le mancava la sua famiglia e soffriva le loro mancate visite.

Durante questo periodo, che lei stessa definisce di forzato isolamento, deve aver composto i racconti intitolati Garland for girls. Una ghirlanda per ragazze: è una raccolta pubblicata nel 1887, diciannove anni dopo Piccole donne e oggi Flower-Ed la inscrive nella sua collana di Five Yards che ospita testi classici della letteratura inglese e americana, come in questo caso. Mai apparsa in italiano, Una ghirlanda per ragazze è stata tradotta da Riccardo Mainetti e ci riporta a quel tenero mondo di piccole forti donne, mai disposte a perdersi d’animo contro le avversità della vita facendo tesoro dei talenti che la natura comunque ha donato loro.

Louisa May Alcott scrisse le sette storie che compongono la raccolta durante la convalescenza da una malattia, ispirandosi per ciascuna di esse a un fiore diverso usato come pretesto per tratteggiare il carattere delle protagoniste. È lei stessa a presentarcele:

Queste storie sono state scritte per mio personale diletto durante un periodo di forzato isolamento. I fiori che erano mia consolazione e mio piacere mi hanno suggerito i titoli per i racconti e hanno fornito maggior motivo d’interesse al mio lavoro. Se le mie ragazze troveranno un poco di bellezza e di calore solare in questi piccoli boccioli, la loro vecchia amica non avrà creato la sua Ghirlanda invano”. L. M. Alcott. Settembre 1887.

Mi sembra di ritrovare quello spirito didascalico e il tono materno di Piccole donne, di chi parla credendo nei buoni sentimenti e nutrendo una speranzosa fiducia nella Provvidenza, e non per obbedienza alle esigenze di mercato. Ancora una volta questi racconti diventano occasione di celebrazione dell’affetto sororale come precipua fonte di sostegno morale fino all’abnegazione (ulteriore e indiretta testimonianza del forte legame tra le sorelle Alcott).

Gli argomenti dei vari racconti sono in realtà diversi, di evidente interesse autobiografico, e vanno dalla celebrazione dell’amore per i libri a quello per i viaggi, il ballo, il disegno. Le storie hanno la particolarità -che diventa anch’essa nota autobiografica- di contenere tantissime e frequenti citazioni letterarie ad altri autori, per lo più europei, a dimostrazione della vasta preparazione di Louisa che davvero aveva letto di tutto. È menzionato Scott durante un viaggio che tocca anche la Scozia, George Eliot viene inclusa tra le letture meritevoli, è affermata la superiorità di Maria Edgeworth tra le scrittrici moderne, per fare qualche esempio.

Ornarsi di un pregio diventa l’equivalente dell’ornarsi di un bel fiore e conduce al rifulgere dello stesso stupefacente sbocciare partecipando del suo significato simbolico. Ecco sfilare dunque un assortito campionario di donnine ammodo nella ghirlanda dei suoi racconti, intrecciata da sapienti e benevole mani che conoscono l’effimero fascino del papavero e il duraturo valore delle spighe di grano, sorridono accarezzando un incantevole bocciolo di rosa, regalano mazzetti di biancospini e sollievo ai meno fortunati.

Li percorre uno spirito provato ma fiducioso, un tono benigno e uno sguardo compassionevole, conscio delle tante difficoltà di cui è disseminata la vita, specie per le giovani ragazze ma certo delle loro innumerevoli risorse per superare con buona grazia e buon carattere gli ostacoli frapposti al loro cammino. La traduzione sa esprimere tutto questo così bene, restituendoci la delicatezza femminile e la premura materna contenute in queste pagine. L’incoraggiamento allora diventa anche insegnamento morale:

Il dovere è una cosa giusta ma non è una cosa facile e l’unica cosa che rinfranchi al riguardo è una sorta di sentimento di pace che ti avvolge dopo un po’ e la forte convinzione di aver trovato qualcosa di cui occuparsi e che vi mantenga salde.

Per non dimenticare #NewtonComptonEditori

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Giornata della memoria 2018: Leggere per sapere, leggere per ricordare, leggere per non ripetere.

 

 

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Questa commovente raccolta riunisce alcune incredibili storie scritte durante l’Olocausto da ragazzi tra i dodici e i ventidue anni. I protagonisti erano rifugiati o abitanti dei ghetti, o ancora giovani costretti a nascondersi dalla violenza delle leggi razziali. Sono pagine di diario, appunti, scritti in presa diretta, spontanei e toccanti, il cui valore di testimonianza ha pochi eguali nella storia. Quasi tutti i loro autori, infatti, morirono prima della Liberazione. Questo libro, vincitore del National Jewish Book Award, testimonia in modo vivido le impressioni e la sofferenza di chi visse sulla propria pelle lo sterminio nazista, compone il reportage inconsapevole di bambini e ragazzi alle prese con le difficoltà giornaliere dettate dalle persecuzioni. I loro pensieri, le loro idee e i loro sentimenti avvicinano il lettore a un livello più profondo di comprensione degli orrori dell’Olocausto.

 

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Per quasi cinquant’anni un terribile segreto è rimasto nascosto dentro un baule nella soffitta di una casa del Tennessee: foto, documenti, pagine di diario.
È il racconto – drammatico e insieme commovente – dell’Olocausto visto attraverso gli occhi di una ragazzina che ha sperimentato sulla propria pelle la prigionia, la morte dei propri cari, e l’agognata liberazione. Una ragazzina che però ha chiuso dentro al suo cuore questa tragica esperienza, senza farne parola con nessuno per molto tempo. Perfino l’uomo che ha sposato ha ignorato per decenni la verità. Fino al giorno in cui, ormai anziana, la Bannister ha finalmente deciso che il mondo doveva conoscere la sua storia. Una testimonianza unica, una voce vera e diretta dell’orrore nazista nelle sue semplici parole di bambina. Una storia di dolore, perdono, amore, perdita e speranza. Da non dimenticare, per non dimenticare.

 

Uomo e donna, Wilkie Collins

In questo romanzo, l’autore descrive la condizione della donna e il suo poco “valore” in società senza contrarre matrimonio.
La donna, a quei tempi, aveva solo doveri verso suo marito e verso la cura della casa, della famiglia.
L’uomo era l’uomo, quello che doveva trovare il fuoco sempre accesso.
Iniziamo da Mrs Vanborough è piena di vita, ma vittima di un matrimonio infelice, con un marito freddo come il marmo, che non la degna di uno sguardo, attenzioni. Non hanno comunicazioni, non hanno intimità vera, non hanno nulla e Mrs Vanbourgh si spegne ogni giorno di più e i suoi nervi diventano sempre più deboli, portandola all’isteria che scoprirete a seguito della lettura. Poi salta in scena Anne (il personaggio per cui ho provato più tenerezza) è accolta come istitutrice presso la famiglia di Lady Lundie, amica d’infanzia della sua sfortunata madre, e diviene inseparabile dalla figlia di lei, Blanche. Qui incontra Geoffrey Delamayn che la corteggia, portarla contro i suoi principi. Anne è disposta a tutto pur di salvare il suo onore e progetta un matrimonio segreto, pur di “riparare” al tutto. Ma… una serie di eventi porteranno Anne in un guaio ancora più grande: finisce con l’essere accusata di aver sposato Arnold, il fidanzato della sua cara amica Blanche. La situazione non è delle migliori e Anne è avvilita, ma la verità viene fuori e tutto si chiarisce. Come accade in storie già macchiate in partenza, la verità si rivela come la peggiore delle condanne, e Geoffrey la tratterà come una prigioniera, nel tentativo di ucciderla e sposare una donna ricca, dato che lui dipende dalla sua famiglia e un matrimonio con qualche ereditiera è la sua salvezza.
La sorte della vicenda è nelle mani della anziana cuoca, che mi ha disturbato come personaggio.
Collins ha esposte tutta l’inferiorità della donna, di come veniva tratta e considerata: un complemento.
Un libro che dovrebbero leggere sia uomini che donne, perché, nonostante l’evoluzione e l’epoca moderna in cui viviamo, ci sono mura domestiche che sono diari di donne che soffrono l’umiliazione del non contare nulla, del non sentirsi nulla, e di dipendere da un uomo che dimentica di essere un marito e si ritrova, con piacere, a fare il padrone.