Il viaggio di Oddo nella sua Valle della Decisione: l’Italia, la pittoresca

La Valle della Decisione è un romanzo di Edith Wharton, diverso da quelli che siamo abituati a leggere firmati dalla scrittrice americana.

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Romanzo monumentale per dimensioni e temi, Edith Wharton spiega di averlo costruito per “graduale assorbimento” attraverso cioè il contatto con il suolo, la cultura, la storia, l’ideologia, i paesaggi italiani. Certo la visione che ci viene presentata è piuttosto artefatta, soprattutto nella riduzione semplicistica delle distanze geografiche così come delle peculiari realtà locali di cui è costituita l’Italia. Non basta definirlo un romanzo storico perché è anche un romanzo di formazione e anche un romanzo ideologico. Sullo sfondo: un’Italia di provincia, del XVIII secolo, divisa in tanti staterelli, ostaggio della Chiesa che tiranneggia le coscienze più di qualsiasi ideale politico. L’ascesa del duca Oddo, la sua obbedienza alla ragione di stato, la sua ispirazione proveniente dalle idee illuministe dell’amata Fulvia non fanno che riproporre il conflitto interiore in cui si dibattono i personaggi della Wharton nei suoi romanzi.

Trovate qui alcuni passi che segnano i momenti salienti del viaggio del nobile Oddo Valsecca in cerca di ispirazione per realizzare la sua importante missione: realizzare l’illuminato “Gran Ducato di Pianura”.

L’arrivo in Piemonte:

… gli anni sembravano essere volati su di lui, e vedeva il mondo con occhi nuovi. Ogni suono e ogni profumo, lo attiravano al passaggio: al margine della strada spiccava nei dettagli come il primo piano di qualche minuzioso pittore olandese; ogni massa sospesa di rocce lontane, umide e scure, ogni ciuffo tardivo di campanule gli urlava: “Osservaci bene perché questa è l’ultima volta che ci vedi!”. Sembrava anche la prima, dato che aveva vissuto dodici estati italiane privo della sensazione di un’atmosfera imbevuta di sole che dà ad ogni oggetto, anche nell’ombra, un rilievo dorato. Ne era cosciente solo adesso che veniva invitato, per così dire, a sfiorare con le dita un messale rigido nelle sue foglie dorate e orlato da una varietà brulicante di insetti e germogli. La carrozza si muoveva tanto lentamente che Oddo non aveva alcuna fretta di girare le pagine; e ogni giallognola spiga di digitale, ogni nugolo di farfalle intorno ad un intrico di veroniche, ogni tremolio nell’erba sopra un filo nascosto di rugiada diveniva una meraviglia da toccare e di cui fare tesoro. Fu distolto da questo stato d’animo dalla svolta successiva della strada. Il sentiero, fino ad allora serpeggiante attraverso gole strettissime, ora si inerpicava su una cornice di rocce a strapiombo, sull’ultima scarpata delle montagne; e lontano nella vallata la pianura piemontese srotolava verso sud le sue interminabili lontananze verde-blu chiazzate di foreste. Una vista che elevava l’animo, poiché su quelle distanze soleggiate Ivrea, Novara e Vercelli si posavano come uccelli marini su un mare estivo. Era il futuro che si rivelava al ragazzo: foreste buie, ampi fiumi, città straordinarie e un nuovo orizzonte: tutto il mistero degli anni a venire era raffigurato per lui in quella grande pianura che si estendeva verso i più grandi misteri del paradiso. A tutto questo Cantapresto esprimeva approvazione con il suo sonoro russare. (pp. 68-69)

Lo scorgere Torino è fonte di ammirazione continua:

La vicinanza di una grande città cominciava già a rendersi evidente. La campagna densa di colori era disseminata di fattorie; le piccionaie dalle tegole rosse e le cascine coi loro graticci in mattoni a facciavista rompevano piacevolmente le distese di gelsi e granoturco; alcuni villaggi giacevano lungo le rive dei canali che intersecavano la pianura; e le colline oltre il Po erano punteggiate di ville e monasteri.

Per tutto il pomeriggio viaggiarono attraverso parchi ombrosi e sotto le mura di vigneti a terrazza. Era quella una regione dalle sfumature deliziose, con scorci qua e là di giardini sfolgoranti di fontane e ville con tetti adornati di statue e vasi; e finalmente, verso il tramonto, una svolta della strada li mise di fronte a una città piuttosto estesa, così rigogliosa di edifici e circondata di colline ridenti, che Oddo, balzando dal sedile, non poté trattenere un grido di pura gioia per quello spettacolo. Dovevano ancora attraversare la periferia e l’oscurità stava scendendo, quando oltrepassarono le mura di Torino. Nuove meraviglie si fecero incontro a Oddo: ampie strade illuminate dalle lampade, pulite e luminose come una sala da ballo, fiancheggiate da palazzi e colme di passanti ben vestiti; ufficiali in brillante uniforme sarda, eleganti gentiluomini in parrucca francese e giacche dalle maniche strette; mercanti che, dopo il lavoro, si affrettavano verso casa; ecclesiastici in carrozze oscillanti, e damerini lanciati nei loro calessi. I tavolini davanti ai caffè erano affollati di gente oziosa che sorseggiava una cioccolata e leggeva le gazzette, e qua e là le entrate a volta di un palazzo lasciavano intravedere qualche gruppetto allegro di persone che cenava al fresco nei giardini rischiarati dalle lampade.

… “Ah cavaliere, state ammirando una grande città, una città famosa e felicemente definita “la Parigi d’Italia”. In nessun altro posto trovate strade così ben illuminate e ottimamente lastricate, negozi così pieni di articoli parigini, passeggiate così affollate di carrozze eleganti e di cavalli. Pensate che vita che può condurre qui un giovane gentiluomo! La corte è ospitale, la società amabile, i teatri hanno i migliori cartelloni d’Italia”.   (pp. 75-76)

Da Torino a Genova il passaggio è obbligato:

Oddo ne approfittò per visitare parecchi fra i piccoli principati a nord degli Appennini, prima di dirigersi verso Genova, da dove si doveva imbarcare per il sud. Quando lasciò monte Alloro, la campagna mostrava il volto sbiancato di febbraio, e i suoi occhi di nativo del nord rimasero stupefatti nel ritrovarsi, sulla costa marittima, nella piena esuberanza dell’estate. Adagiata su queste sponde alcionie, Genova, nel suo splendore scolpito e affrescato, proprio allora intenta a celebrare con il consueto rituale sfarzoso, l’ascesa di un nuovo doge, sembrava a Oddo la cornice riccamente intarsiata di certi “trionfi” del Rinascimento. Ma le sontuose dimore con i loro peristili di marmo, e le colorate ville immerse negli aranceti lungo la costa, ospitavano una società ottusa e dalle vedute ristrette, paga di ammucchiare ricchezze e giocare a biribì sotto gli occhi degli avidi ritratti di Van Dyck, senza alcun interesse per le questioni che si stavano dibattendo nel mondo. Una sorta di grassa insensibilità commerciale, una mancanza di distinzione personale, che giustifica la magnificenza, pareva a Oddo la nota prevalente del luogo (p. 285).

Da una città di mare all’altra, abbagliato dal blu del golfo:

… fece vela per Napoli… Poche città potrebbero essere più affascinanti, a prima vista, per lo straniero… il mare e la terra la cingevano così splendidamente, il sole e la luna la irraggiavano con tale copiosità d’oro e d’argento, che sembrava immersa nei colori della natura circostante. E che natura, per occhi sottomessi alle sobrie tinte del nord! La sua qualità spettacolare -quella studiata sequenza d’effetti, che si estendeva dal profilo traslucido di Capri e delle montagne di un blu fantastico della costa, fino al Vesuvio, che levava alta la sua fiaccola sulla piana- questa generosa risposta alle rivendicazioni della fantasia faceva pensare alla sconfinata invenzione di qualche grande artista di paesaggi, qualche Veronese olimpico, con il mare e il cielo per tavolozza. E poi la città stessa, stipata tra la baia e le montagne, ribollente e gorgogliante come il calderone di un Titano! Qui c’era la vita alla sua fonte, non controllata, guidata, sfruttata, ma che sgorgava spontanea attraverso ogni fessura delle mura brunastre e delle strade maleodoranti: amore e odio, gioia e follia, insolenza e avidità se ne andavano nudi e spudorati, come i lazzaroni sulle banchine. Oddo trovava affascinante questa variegata superficie (p. 286).

Una visita rapita all’Abbazia di Montecassino:

…propose a Oddo che, sulla strada per Roma, visitassero… l’antica fondazione dei benedettini a Montecassino. Questo venerabile monastero, innalzato sulla cima del monte che sovrasta la trafficata valle del Garigliano, simile a qualche spirito che contempli, dall’alto, i contrastanti problemi della vita, potrebbe benissimo essere scelto per rappresentare il lato più nobile del celibato cristiano, poiché per quasi un millennio le sue mura fortificate sono state la roccaforte dell’umanità, e generazioni di studenti hanno conservato e accresciuto i tesori della sua celebre biblioteca. … per Oddo fu il periodo più piacevole che avesse conosciuto. Venire destati prima dell’alba dalla campana che chiamava alle laudi; alzarsi da quel lettuccio nella cella imbiancata e, aperta la finestra, guardare fuori sulla vallata avvolta nella foschia, con le scure colline degli Abruzzi e il remoto chiarore del mare riportati alla vita dal sole nascente… (p. 298).

Fino allo stupefacente arrivo a Roma, la divina:

“Conoscere Roma significa aver assistito ai concili del destino!” Questo proclama di un viaggiatore ben più celebre dev’esservi dibattuto nel cuore di Oddo, per trovare infine espressione quando quella grande città, la città della città, lo aveva avvolto col suo fascino irresistibile. La prima impressione, mentre si dirigeva nella luce chiara della sera, da Porta del Popolo al suo alloggio in via Sistina, fu di una prodigiosa accumulazione di effetti architettonici, un affollamento di secoli e secoli, tutti fusi nel crogiolo del sole romano, così che ogni stile sembrava collegato all’altro da qualche sottile affinità di colore. Certamente in nessun altro luogo il primo approccio del visitatore è talmente denso di sorprese, di sfide contrastanti per l’occhio e per la mente. Ecco, al passaggio, un frammento delle antiche mura di Servio Tullio; là, un tempietto moderno in stucco, incastonato nei mattoni di un palazzo medievale; da un lato, una terrazza elevata coronata da una fila di busti sgretolati, dall’altro, una torre con parapetto munito di piombatoi, con i fianchi rivestiti di pezzi di sculture romane e di stemmi dei papi del XVII secolo. Di fronte, forse una delle chiese marrone-dorate del Fuga, con santi battuti dal vento, che sbucano fuori dalle loro nicchie e dominano dall’alto le nereidi di una fontana barocca; o una vecchia casa, che si sorregge come un mendicante paralitico contro una fila di colonne corinzie; e dovunque scalinate che conducono su e giù per i giardini pensili o sotto passaggi a volta, e, a ogni svolta, rivelano una lontana veduta delle mura di un convento lungo un pendio a vigneto, oppure rovine rosso-brune profilate contro le estensioni simili al mare della campagna romana.

I riferimenti sono all’edizione Diabasis.

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La mano nera

Nei primi anni del Novecento New York è già “la capitale di mezzo mondo”. A Ellis Island gli immigrati sbarcano a migliaia ogni giorno, e la popolazione cresce di pari passo con il fermento destinato, nel volgere di pochi decenni, a forgiare la formidabile metropoli che conosciamo. È in questo brulichio di esistenza che prende forma la storia di una realtà criminale nuova e brutale, e dell’uomo disposto a rischiare il tutto per tutto per combatterla.

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Joe Petrosino è un giovane immigrato italiano che si guadagna da vivere come lustrascarpe. Ma non gli basta: assunto come netturbino dalle autorità municipali, riesce a entrare nella Polizia di quartiere. E proprio dalle fetide strade sterrate di Lower Manhattan – e dalla comunità italiana che vi ha messo radici – comincia anche l’ascesa della Mano Nera, la società segreta antesignana del crimine organizzato in America. Rapimenti, ricatti, estorsione, intimidazione: come una forza maligna in grado di ramificarsi e attecchire ovunque, la Mano Nera semina il terrore dapprima tra le famiglie degli immigrati, e presto in tutto il Paese. Ma schierato in difesa della gente da un lato, e della sua Patria d’adozione dall’altro, c’è Petrosino, divenuto nel frattempo detective, campione di ingegno e maestro del travestimento. Con l’aiuto della sua Italian Squad, un’unità speciale composta unicamente da poliziotti italiani, Petrosino ingaggia contro l’illegalità e la violenza un’epica battaglia destinata a trasformarlo in leggenda.

 

STEPHAN TALTY è l’autore di Captain Phillips e Granite Mountain – divenuti entrambi film di grande successo. I suoi articoli sono apparsi su svariate e prestigiose testate, tra cui GQ America e il New York Times Magazine. Talty vive fuori New York con la famiglia.

 

Le novità Becco Giallo Edizioni

Come sempre le edizioni Becco Giallo si distinguono per la bellezza artistica delle tavole e per l’intensità delle storie. Oggi vi segnaliamo due libri che di certo inserirete subito nella vostra lista dei regali di Natale. ( Iniziamo a pensarci!)

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La Seconda Guerra Mondiale, un disturbo post traumatico da stress, la Germania, l’amore e un matrimonio di otto mesi: prima di diventare l’acclamato autore del romanzo Il giovane Holden, J.D. Salinger era Jerome, sergente americano in un’Europa piena di ferite aperte, innamorato di Sylvia Welter, giovane dottoressa tedesca dal passato oscuro, forse legato al Nazismo.
Dimenticata per decenni e mai nominata dallo stesso Salinger, Sylvia ci racconta il grande amore che la unì allo scrittore più famoso degli Stati Uniti d’America.

 

 

 

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Un piccolo mondo disegnato con delicatezza e irresistibilmente divertente. Un piccolo mondo per i grandi che non hanno dimenticato la loro anima infantile.
Il piccolo mondo di Liz Climo, disegnatrice dei Simpson, è un adorabile capolavoro di ironia pronto a farti ridere!

 

 

 

 

Potete perdonarla?

Il primo romanzo di una serie di sei, detta Ciclo Palliser, parla di donne e amori, di occasioni perdute o ritrovate, mentre sullo sfondo scorre la vita della Londra vittoriana con le sue passioni, i suoi luoghi, i suoi ritmi, abilmente dipinti da Anthony Trollope.

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Alice Vavasor, giovane e per bene, è imparentata con una delle famiglie più in vista di Londra. È stata la fidanzata del cugino George, uomo con fama di scapestrato e per questo lo ha lasciato. Adesso manca solo la data ufficiale per il suo matrimonio con Grey, un gentiluomo perfetto in tutto, forse troppo, pensa a volte Alice. Per il suo tour in Svizzera, l’ultimo da signorina assieme all’inseparabile Kate, le due amiche scelgono di farsi accompagnare dal fratello di questa, che è proprio George, l’ex pretendente. Succederà «qualcosa di dolce, indefinibile e pericoloso», nulla in realtà di irreparabile, ma quello che sconvolge la folla dei benpensanti è la sete di indipendenza di Alice, il suo desiderio di non curarsi dell’ipocrisia. Un piccolo sasso scagliato nello stagno morale della rispettabilità vittoriana, i cui cerchi sempre più larghi il Narratore segue onda per onda, in tutti i salotti e le camere private, con la sua voce di placida eleganza descrittiva, con la sua «totale comprensione dell’usuale» (Henry James), con il suo talento di offrire al lettore uno spaccato preciso al millimetro della società che racconta.
Primo romanzo di una serie di sei, detta Ciclo Palliser (dal personaggio di riferimento di tutto l’insieme) o Ciclo politico, Potete perdonarla? di politico ha ancora molto poco. Parla di donne e di amori, di donne migliori dei loro uomini, in cerca di una affermazione indipendente che non possono ottenere se non proiettando se stesse nei successi dei loro mariti, di occasioni d’amore perdute o ritrovate. Ma qualcosa dentro l’antifemminile crosta vittoriana si sta rompendo e questa storia, senza dichiararlo esplicitamente, lo registra (leggevano i libri dello scrittore migliaia e migliaia di signore inclini a identificarsi). E c’è un’altra protagonista, Londra, la meravigliosa città dove «quella di uno scapolo è la più felice di tutte le vite» ma in cui non si piantano radici perché le radici sono in campagna.
Trollope, scrittore sommo dell’età più felice del romanzo inglese, fa scorrere l’infinità di cose che succedono in modo coinvolgente ma lieve, come l’ininterrotto pettegolezzo di un’élite che non ha niente da fare, raccontato da un ospite intrigante ma tanto intelligente da buttare qui e là un’ironia, costruire un paradosso, adombrare una critica, e soprattutto capace di colorire il tutto di un distaccato umorismo sottilmente pessimista per chi lo sa vedere.

 

Diegoperte.com: il blog che dice stop alla monotonia!

Ciao beauty lovers,

Valorizzarvi è il mio mestiere e oggi la bellezza si sta avvicinando sempre più all’arte.

Diego dalla Palma lo sa bene; con il suo blog Diego per te , lui e il suo staff di giovani ragazzi pieni di talento e creatività, con un pizzico di follia, sono pronti a uscire fuori dagli schemi.

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Un mondo dove l’imprevedibilità regna sovrana si è aperto dinanzi ai nostri occhi immergendo i lettori nella vera arte del trasformismo, dal make-up al total look, per chi vuole osare e acquisire originalità o semplicemente per chi cerca uno spunto o uno “sputo” come egli stesso afferma.

Un blog ricco di sorprese, un luogo dove gli stolti si riempiono la bocca;  un luogo dove finalmente non ci saranno influencer: ciò che attirerà la nostra attenzione sarà l’originalità e la fantasia.

Ricco di articoli e video dove vedremo protagonista Diego che, in modo giocoso, farà “cadere” tutti (o quasi) i falsi miti.

Se anche voi,come me, siete stanchi della banalità, in questo spazio troverete modo di  allontanarvi dalla realtà.

Non perdetelo di vista, ne vedremo delle belle!

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