Le Marche, accoglienti per natura, arte e storia.

Le Marche raccontano una storia antica intrisa di bellezza e di arte su uno sfondo poliedrico per natura.

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Il mare orla di onde azzurre le coste; colline verdi tintinnanti di ulivi digradano morbide verso valle, la catena rocciosa degli Appennini le delimita a ponente. I secoli di storia hanno impresso la loro veste architettonica alle munite città picene, le borgate e i templi romani, le rocche medievali, i castelli turriti e le regge del rinascimento, le città chiuse e i raffinati palazzi, le chiese sontuose e i santuari romanici, i romitori francescani e le abbazie.

L’Arte trovò in questa regione la perfezione in tutte le sue espressioni. Poeti e artisti la immortalarono a cominciare da Dante che, a prescindere dal fatto -accertato o meno- che fosse passato per Ancona, sintetizzò il suo giudizio sulle Marche definendole “il bel paese/Che siede tra Romagna e quel di Carlo” (cioè l’Abruzzo dove iniziava il Regno di Napoli).

Più dettagliata la descrizione dei luoghi del suo soggiorno al monastero di Fonte AvellanaTra due liti d’Italia surgon sassi… /tanto che i toni assai suonan più bassi/ e fanno un gibbo che si chiama Catria/di sotto al quale è consacrato un ermo.

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Cecco d’Ascoli  già esprimeva il proprio rammarico per la scarsa considerazione riservata a questa regione così bella: O bel paese con li dolci colli/perché no’l conoscete, o genti acerbe/con gli occhi avari ed invidiosi o folli?/Io se pur piango dolce mio paese/che non so chi del mondo  ti conserba/facendo contro Dio cotante offese.

Da parte di Leopardi, nonostante le invettive al natio borgo selvaggio, ci fu più amore che indifferenza e perfino il Carducci frenò il suo fiero impeto verso questa “terra così benedetta da Dio, di varietà, di ubertà/tra il digradare dei monti che difendono;/tra il distendersi dei mari che abbracciano/tra il sorgere dei colli che salutano/tra l’apertura delle valli che arridono… “

Designata da Massimo D’Azeglio come “la più pittoresca regione d’Italia” la nostra, agli occhi di Giovanni Bucci, docente e scrittore, appariva una “Regione lineare, dunque, e sottile come l’Italia e come lei multanime ed immortale”.  Secondo Ernest Renan, filosofo francese, “Vi è nell’anima picena una certa dose di misticismo e di superstizione; naturale in una terra le cui città si gloriano di tanti santi”. La bontà d’animo dei marchigiani è elogiata dalla poetessa Maria Alinda Brunacci Buonamonti: “Si nota nell’anima picena la negligenza del dolore per l’amore; un’armonia intima che, riflettendosi in armonia esterna, diventa grazia, un fondo di bontà indulgente, di fede in ogni cosa, proprio degli uomini giovani e buoni”.

Al giornalista e scrittore Alighiero Castelli che rimproverava le Marche di non sapersi “fare réclame” per aver dato i natali a geni come BramanteRossiniRaffaello, Leopardi, risponde Arturo Vecchini, oratore marchigiano che formula una splendida sintesi della multiforme varietà delle risorse di essa, un vero e proprio manifesto promozionale: “Muovano da ogni parte  gli Italiani a conoscere da presso le Marche, nella loro singolarità e varietà, in quel che alla cara terra materna l’arte e la natura hanno più dato di bellezza luminosa e feconda – nelle spiagge tra le cui limpide acque è dolce cercar bagni di luce e di salsedine, dalle cui sponde salutano gli agili palmizi e i rossi oleandri – nelle rupi gigantesche, come San Leo, in cui par che si aggrondi la fronte di un guerriero ferrato; nelle grotte profonde come Frasassi, in cui l’aquila forma il volo e giacciono i fossili millenari; negli archi romani come quelle che Traiano eresse al suo trionfo; nei trafori di granito scalpellato come il Furlo dalla mano dell’uomo in cui Cesare Augusto Vespasiano incise la maestà eterna dell’Urbe; negli eremi memori della povertà francescana e di leggiadria semplice, più preziosa dell’oro; nei templi pagani spiranti ancora la grazia e nelle basiliche sontuose…; nelle rocche malatestiane e nei palazzi del Rinascimento; negli arditi greppi, per le cui arie diafane vide il Sanzio le sue Madonne; nelle raccolte città, tra le cui mura squillarono le musiche nuove; nei campi di battaglia che udirono il cozzo delle armi …nei pianori e nelle boscaglie, nei verzieri e negli orti, nelle pergole e negli aranceti, nel cielo e nel mare, nelle calme e nelle tempeste, dove è l’eco ed il trillo, dove qualche cosa piange accoratamente e sorride con diffusa letizia, dove è la natura e la storia, la memoria e il presagio, l’intelletto e l’anima marchigiana”.

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