La Centrale Montemartini di Roma

Dove l’antico e il moderno si incontrano. Entrare in un centrale elettrica dismessa e trovarvi una porzione del patrimonio dell’Antica Roma rinvenuti nelle varie campagne di scavo che hanno interessato l’Urbe, ha un impatto non indifferente. Per i puristi dell’archeologia la scelta potrebbe fare storcere il naso, ma guardando all’idea di questo allestimento se ne possono scorgere chiaramente il potenziale: il recupero di un impianto che costituisce comunque un esemplare di archeologia industriale altrettanto interessante e la capacità di trasmissione che questo luogo – dinamico – può costituire, soprattutto nella didattica scolastica.

Nel panorama europeo delle realtà museali non sono pochi i casi di conversione di apparati industriali riusati come musei e l’azione di restauro e valorizzazione della Centrale termoelettrica di Giovanni Montemartini non fa eccezione. Ma, mentre le industrie abbandonate e stazioni ferroviarie in disuso, come quelle berlinesi e parigine (basta pensare ai famosi casi dell’Hamburger Bahnhof a Berlino e alla parigina Gare d’Orsay, trasformate in musei d’arte contemporanea, sulla scia di un fenomeno di aree e di stabilimenti abbandonati reimpiegati), vanno riempiendosi di opere d’arte contemporanea, la Centrale ostiense diviene l’inusuale contenitore per opere d’arte antica provenienti dalle raccolte capitoline: un vero unicum nel panorama dei musei europei.

La storia del polo espositivo dei Musei Capitolini nella Centrale Montemartini ha avuto inizio nel 1997 con il trasferimento di centinaia di sculture in occasione della ristrutturazione di ampi settori del complesso capitolino. Per conservare l’accessibili al pubblico delle opere fu infatti allestita in quell’anno, negli ambienti ristrutturati della prima centrale elettrica pubblica romana, una mostra dal titolo “Le macchine e gli dei”, accostando due mondi diametralmente opposti come l’archeologia classica e quella industriale.

In un suggestivo gioco di contrasti accanto ai vecchi macchinari produttivi della centrale sono stati esposti capolavori della scultura antica e preziosi manufatti rinvenuti negli scavi della fine del XIX secolo e degli anni Trenta del Novecento, con la ricostruzione di grandi complessi monumentali e l’illustrazione dello sviluppo della città antica dall’età repubblicana fino alla tarda età imperiale. Quello che doveva essere solo uno spazio museale temporaneo però, in occasione del rientro di una parte delle sculture in Campidoglio nel 2005, alla conclusione dei lavori di ristrutturazione, è stato confermato come sede permanente delle collezioni di più recente acquisizione dei Musei Capitolini.

Già all’ingresso il visitatore ha un assaggio della “filosofia” di questo museo, trovandoci subito di fronte a una Venere marmorea di età cesariana che nel suo pallore si stacca dallo sfondo di un’enorme pompa di estrazione del 1912, sullo scuro metallo risalta così il panneggio leggerissimo e il movimento lieve della divina figura impressa nel marmo.
Si passa quindi alla Sala Colonne , la prima vera sala del museo, che ospita i reperti più antichi e offre un panorama delle espressioni artistiche del periodo repubblicano, in un percorso semplice e lineare, non condizionato dalla presenza di macchinari. Nell’esposizione del piano terra di fatto non si percepisce davvero l’unione arte-industria, che si compie invece nelle sale superiori; di fatto qui ciò che rimane del vecchio impianto industriale è visibile solo sul soffitto, dove non interferiscono affatto con la visione di insieme le tramogge a imbuto, utilizzate un tempo per smaltire le ceneri del carbone combusto al piano superiore. Nel percorso un’interferenza storica però è data da uno degli spazi che ospitava le caldaie, oggi la sala del treno di Pio IX. Il treno papale è stato realizzato nel 1858 e tre delle sontuose vetture sono in questo museo: la loggia delle benedizioni, il vagone della sala del trono e quello della cappella.

Salendo al piano superiore, si accede alla “sala macchine”: ci si ritrova in uno spazio ampio e luminoso, dai soffitti molto alti, in cui si impongono due ali di motori diesel, disposte a creare a un ambiente a tre “navate”, i cui disposte statue e buste di divinità del pantheon latino e personaggi della storia romana. Assai particolare è la sala successiva, il vano caldaie che ospita una “selva” di statue e reperti venuti alla luce dalle campagne di scavo a cavallo fra Ottocento e Novecento nella zona esquilina, si tratta delle decorazioni scultoree e dei cicli decorativi ormai smembrati degli Horti romani, una serie di ampi giardini che, annessi alla casa privata, portano la “campagna in città”. La sala a essi dedicata è un ampio spazio asettico a cui fa da sfondo un’enorme caldaia degli anni Trenta e un colonnato stilizzato, con statue poste negli intercolumni, fa da recinto al mosaico pavimentale di Santa Bibiana, intorno al quale gravita in resto dell’esposizione della sala e per raggiungere il quale non si può ignorare la meravigliosa statua di “Polymnia”. Il primo è un mosaico venatorio – di età tardo antico con scene di caccia –   degli Horti Liciani, ricostruito su un letto di ghiaia scura che lo mette in risalto; un pezzo piuttosto comune, in realtà, nell’antichità, ma quello di Montemartini è l’unico di questo genere di influsso africano ritrovato nell’Urbe. Riguardo alla statua marmorea di Polymnia, ritrovata nascosta insieme ad altri tesori presso gli Horti tardo-imperiali Ad Spem Veteres, a oggi è la versione artisticamente migliore della musa, una copia di età antonina di un’originale di epoca tardo ellenistica.

L’esposizione dei Musei Capitolini nella Centrale Montemartini è da considerarsi un compendio di storia dell’arte romana, e della storia di Roma stessa, in una location e in un’area cittadina fra i più lontani – in più sensi – dal centro dell’Urbe. È tuttavia indiscutibile che queste statue e le altre opere, rinvenute durante la modernizzazione urbanistica di Roma, abbiano finalmente trovato posto in uno dei luoghi simbolo di quella stessa modernizzazione. Quello della ex Centrale Montemartini è un museo che dialoga: il moderno dialoga con l’antico, l’arte con l’industria, la Grecia con il mondo romano, il visitatore dialoga con la storia che a questi si racconta nell’arte plastica e musiva dei Romani.

Sara Foti Sciavaliere

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