L’arte di essere fragili

Sminuire è molto più semplice che incentivare. Demolire è più facile che costruire. Dire a un ragazzo che non può farcela, be’, toglie dall’impiccio di doverlo aiutare durante il cammino per sviluppare quello che veramente può diventare.

Le immagini degli artisti, degli scienziati, degli attori, con cui i giovani si confrontano ogni giorno sono spesso distorte dalla visione offuscata che i media ci restituiscono e questo rende difficile comprendere che anche questi grandi personaggi sono stati bambini.

La Rowling ha fatto dire a Harry questo concetto prima di me e sicuramente qualcuno l’ha pensato prima di lei, ma non è questo il punto perché l’importante è ricordarsi che nella vita ognuno può tentare di essere quello che vuole, nonostante, anzi grazie a tutte le fragilità che ci caratterizzano rendendoci quelli che siamo, nel bene e nel male.

È complicato, ma non impossibile allenarsi a non ascoltare coloro che tenteranno di convincerci di non poter puntare sui nostri talenti perché potrebbero rivelarsi infruttiferi. Da che mondo è mondo non è detto che le nostre attitudini non possano essere trasformate, utilizzando il gergo economico, in qualcosa di redditizio. Non fraintendetemi, non voglio combattere “contro i mulini a vento” (Cervantes sarebbe fiero di noi) e fare dell’utopia il mio mantra: un piano “B” è necessario perché la vita è per definizione imprevedibile e i sogni in una visione cinica, ma realistica del mondo, a volte sono costretti a trasformarsi, però questo non deve precludere la nascita di nuove speranze.

Giacomo le aveva, le speranze, nonostante il suo cosiddetto “pessimismo cosmico” le ha sempre mantenute e ha cercato di renderle reali almeno attraverso la sua poesia.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi, L’Infinito

Alessandro D’avenia in quest’opera riesce a mostrarci Leopardi come uno di noi. Una persona come tante, speciale come solo lui poteva essere, ma allo stesso tempo con le speranze degli altri e la voglia di vivere che bruciava nel suo giovane corpo nonostante tutti i suoi impedimenti.

Lo scrittore si rivolge direttamente a lui, al suo “Caro Giacomo”, in una lunga dissertazione che lo porta ad attraversare tutte le fasi della vita del poeta: l’adolescenza (l’arte di sperare), la maturità (l’arte di morire), la riparazione (l’arte di essere fragili) e la morte (l’arte di rinascere). Una lettura che mi ha ricordato il romanzo Memorie di Adriano della grandissima scrittrice Marguerite Yourcenar con la differenza che D’Avenia invece di raccontare la vita di Leopardi in prima persona sostituendo sé stesso al poeta, la racconta da un punto di vista esterno, come un amico che si è accostato a quest’ultimo cercando di entrare in sintonia con il suo mondo. Ha fatto quello che intimamente ogni lettore fa con ogni scrittore: cercare di comprenderlo e per questo a sua volta credere di essere capito.

Alessandro D’Avenia esprime le sue teorie con passione convincendoti della sua visione del mondo leopardiano e per riflesso della sua opinione su molti meccanismi della vita trattati attraverso le opere del grande poeta.

“Devo spaccare quell’armatura di paure che impedisce loro di capire che l’arte di imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di sapere essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti.”

In questo romanzo riconosciamo una padronanza retorica che raggiunge altissimi livelli, tanto che ammetto (mio malgrado) di aver dovuto consultare il dizionario qualche volta durante la lettura, ma questo è un bene, primo perché personalmente i libri ben scritti mi piacciono (e oserei dire a chi no), secondo perché è anche questo l’obiettivo di un buon romanzo: insegnaci qualcosa. La ricchezza stilistica è accompagnata da un’impronta quasi colloquiale, atmosfera che viene ricreata grazie all’utilizzo libero della punteggiatura.

Oltre alle nuove parole che entrano inevitabilmente a far parte del nostro vocabolario dopo la lettura, questo romanzo insegna ad accettarsi e insegna a farlo attraverso la storia di Leopardi: un personaggio profondo, sfortunato, ma allo stesso tempo sorprendentemente coraggioso che cerca di vivere nella terra di coloro che sanno di essere fragili, salvandosi.

I ragazzi devono comprenderlo, i grandi devono saperlo trasmettere.

La società corre a un ritmo alienante, è difficile rimanere al passo e si crede erroneamente che l’unico modo per farlo sia apparire sempre perfetti almeno all’esterno … questo ci logora, all’interno, rendendoci fragili, ma nel modo sbagliato, ovvero soli.

Per questo è stato importante per me leggere questo libro e credo che potrebbe esserlo per molte altre persone, perché insegna che non siamo gli unici e che la fragilità non è l’eccezione… anzi.

Link per l’acquisto: L’arte di essere fragili

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2 pensieri su “L’arte di essere fragili

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