Raffaello di Cinzia Giorgio

Quando l’Arte è tradotta in parole.

La storia, la pittura, la vita, si fondono per creare un’unica emozione.

La storia è affascinante e costruita su un doppio binario spazio temporale (tra la Roma del Cinquecento e la Parigi di oggi) a incastro, strato su strato: sovrapposti come quelli che un bravo restauratore deve rimuovere per recuperare l’opera originale che si disvela in tutto il suo splendore.

Accanto alla vicenda privata e pubblica di Raffaello, che si sviluppa a ritroso, corre parallela quella di una restauratrice, Bianca, ambientata al giorno d’oggi, la cui vita è strettamente legata all’arte e allo sfortunato pittore urbinate per diversi motivi.

Le storie procedono in senso inverso, legate da un comune denominatore, avvolto nel mistero.

L’autrice lascia che Bianca ci racconti la sua, in prima persona, nella concitazione tutta moderna di ritmi e spostamenti e di complessi rapporti interpersonali, e lascia sullo sfondo la vicenda umana dell’artista rinascimentale che gradualmente si compone in tutta la sua tragica intensità.

È come fare un salto nel tempo, ai giorni in cui la vita di un artista era drammaticamente combattuta tra le preoccupazioni quotidiane, la fatica fisica e la bellezza, in qualsiasi forma egli avesse deciso di esprimerla. Trasuda aria rinascimentale da tutti i pori: quella che si respira per le strade di Roma intrisa di arte e storia, che si insinua per i corridoi dei palazzi vaticani tra stanze e loggette affrescate, origlia dietro alle porte degli illustri prelati, sbircia i progressi di Michelangelo.

L’effetto indiretto del fascino esercitato da queste pagine induce ad analizzare molta della produzione raffaellesca a Roma dove Raffaello conobbe quella che sarebbe stata la sua Musa ispiratrice di numerosi visi femminili, in primis La Fornarina ma anche la Velata, la Galatea del Trionfo, e altrove più di un viso della Madonna.

Il restauro al Louvre di un ritratto del maestro urbinate che vede affiancati Raffaello e molto probabilmente il suo giovane amico e collaboratore, Giulio Romano, fa da raccordo tra la realtà storica dell’uomo con i suoi affetti e le sue passioni, e l’espressione artistica del suo talento.

Notevole tutto il lavoro di studio, ricerca e documentazione che c’è dietro al libro: la padronanza e gestione dell’argomento, l’originalità del modulo narrativo scelto, il desiderio di arte suscitato, la sete di bellezza accesa.

Cinzia Giorgio, scrittrice di romanzi e storica dell’arte, ha trovato la formula giusta per insegnare senza annoiare, raccontando la storia dell’arte rinascimentale attraverso uno dei suoi insigni esponenti, ridestando quel senso di appartenenza e di orgoglio nazionale che ci fa considerare l’insuperabilità del Genio che ha realizzato quei dipinti inestimabili. Uno di quei rari casi in cui le qualità umane sembrano perdere quei limiti insiti di finitezza e avvicinare l’artista, molto più di altri, a una dimensione divina.

L’epitaffio composto per Raffaello da Pietro Bembo lo esprime molto bene.

Raffaello e Pietro Bembo erano amici affiatatissimi. Il pittore muore giovane, nel 1520, lo stesso giorno della sua nascita, il 6 aprile, ed è Pietro a comporre il suo epitaffio, poi inciso sulla tomba al Pantheon a Roma:

«Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori».

Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.

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